Il Piemonte di tutti i Piemontesi – Sento puzza di bruciato. E voi?

copertina4-2013Ad un mese dall’uscita delle riflessioni di Angelo Gaja e molto più modestamente mie, riguardo alla riorganizzazione delle Denominazioni di Origine, il dibattito in Piemonte non sembra affatto destinato a scemare, come talora accade per delle prese di posizione stuzzicanti, sì, ma appena per qualche giorno.

Ad alimentare la riflessione sono soprattutto – oltre alle soluzioni tecniche che Barolo & Co. (oggi house organ di Vignaioli Piemontesi), ha proposto – le premesse alle idee di riorganizzazione che il gruppo di esperti che ha confezionato la proposta ha posto in esergo alle sue riflessioni.

Eccole riportate testualmente:

“Il primo tema appare essere la revedibilità delle attuali denominazioni, necessaria e urgente, non più rinviabile, ritenendo che fondamentali siano due premesse metodologiche, correlate alla convinzione che una d.o. è prima di tutto elemento di comunicazione e di immagine:

1) è il marketing a dover dare l’indirizzo sul sistema delle d.o., nel senso che per il prodotto vino è primaria l’esigenza di venderlo;

2) la competenza di decidere una d.o. non può essere esclusiva della produzione, ma riguarda anche i consumatori e gli operatori commerciali.”

Ho riportato le due frasi in modo testuale per due ragioni: in primo luogo perché dimostrano, a mio dire, una incoerenza logica della proposta complessiva e in secondo luogo perché per settimane un tarlo mi ha roso le meningi a proposito di “dove le ho già sentite certe cose?”

L’incoerenza logica sta nel fatto che i punto 2 menziona come soggetti che devono essere coinvolti nella revisione del sistema delle DO piemontesi i consumatori, ma poi non dice una parola sul modo in cui coinvolgerli. Questo può stare ad indicare che il tema è passato di mente oppure che ci si è accorti di una gaffe: nel primo caso, l’acribia di tutto il documento potrebbe essere discussa (insieme ad una serie di assunti che portano, ad esempio, ad una considerazione di Gavi e Roero Arneis molto diversa), nel secondo forse, poiché la proposta viene da chi fu raccolto in un comitato per onorare il 50° anniversario della prima legge sulle DOC italiana, viene da chiedersi se i promotori delle celebrazioni non abbiano dimenticato che le Denominazioni d’Origine sono patrimoni dei territori che indicano.

Insomma, le DOC non sono nate con l’esigenza primaria di vendere il vino, ma di tutelarlo insieme al territorio (con i suoi saperi) che lo esprime. E voi lettori penserete: beh, ma se non lo vendi, smetti di farlo e non c’è più nulla da tutelare.

Verissimo. Però l’equilibrio non si trova certo dicendo che chi commercializza deve essere l’arbitro di tutta la vicenda vino! E così vengo alla sensazione di deja vu.

Il tarlo me lo ha messo in testa il nome della rivista, abbinato all’affermazione che “è il marketing a dover dare l’indirizzo sul sistema delle d.o., nel senso che per il prodotto vino è primaria l’esigenza di venderlo”.

Dodici/quindici anni fa, seguivo sulle pagine scritte da altri, fra cui Franco Ziliani, il dibattito sull’innovazione necessaria nel vetusto disciplinare di un certo vino rosso piemontese chiamato Barolo.

Il tema degli innovatori era: il mercato è indirizzato da pochi nasi sempre molto inclini a premiare con i famosi centesimi sentori che il nebbiolo non regala, consistenze marmellatose, colori impenetrabili, profumi che il piccolo carato, specie se di rovere americano, può dare più e meglio di quelle grosse botti curvate a vapore e non a fiamma per essere usate per decenni e non per anni.

I tradizionalisti, di cui i nomi sono tutt’oggi degni dell’olimpo del vino piemontese, tennero duro. Ebbero chi li sostenne e la loro battaglia, contro le mere logiche del marketing, fu vinta.

Chi voleva fare dei tagli, che piacessero al mercato, smise o uscì dalle denominazioni.

E il patrimonio del territorio, che esprime quella grande denominazione, fu salvato. Attenzione: non come reperto archeologico, ma come autentica espressione del terroir che, nel giro di qualche anno, tornò anche a trionfare nuovamente sui mercati e soprattutto sulle tavole del mondo. Una lampante dimostrazione che il marketing e le denominazioni di origine non vanno necessariamente d’accordo, perché tra il momento in cui il fine stratega delinea lo scenario di consumo ideale (che qualcuno ora vorrebbe desse forma alle DO) e il tempo conseguente (richiesto per scelta del terreno, impianto, allevamento per tre anni, prima vendemmia, affinamento e imbottigliamento) le cose cambiano. E cambiano di molto.

Nessuno può prevedere che cosa piacerà ai consumatori bere da qui a cinque anni, senza tema di sbagliare. Che vogliamo fare? Sovrainnestare e ripiantare continuamente o fare i piccoli blender in cantina sempre pronti a confezionare il prodotto secondo l’aria che tira?

Queste sono le domande che oggi agitano chi in Piemonte si preoccupa di vino e non solo se ne occupa per legittime, ma a mio avviso non sufficienti ragioni economiche.

Soprattutto perché non c’è alcun bisogno, se si vuole lavorare così, non c’è alcun bisogno di sconvolgere l’idea stessa di Denominazione di Origine Controllata: basta solcare il vasto mare di vini bianchi, rossi e rosati.