Il Montepulciano d’Abruzzo lo preferite “naturale”, moderno o post-moderno?

Da qualche anno siamo testimoni, in Abruzzo, del progressivo e netto delinearsi di due diversi stili interpretativi del Montepulciano, evidentemente destinati a mercati diversi: da un lato vediamo (con estremo favore, dobbiamo dirlo…) la crescente affermazione di vini eleganti, freschi, asciutti, fruttati e decisamente territoriali, con affinamento in acciaio, in cemento o in anfore di terracotta, che trovano sempre maggiori estimatori tra i più attenti e “acculturati” consumatori di vino italiani.

Sono quei Montepulciano d’Abruzzo che abbiamo definito post-moderni perché da qualche tempo si contrappongono a vini di stili opposto, super-concentrati, muscolosi, strutturati, tendenzialmente dolci e fortemente segnati dal lungo affinamento in legno, ampiamente apprezzati in alcuni mercati esteri. Questi ultimi sono stati riconosciuti da sempre come moderni perché inizialmente si contrapponevano al Montepulciano “antico”, quello delle origini e dei territori di montagna, che in genere era fatto di tutt’altra pasta e in tutt’altro modo.

Chi vuole leggere Slow Wine 219, e anche le due-tre precedenti edizioni, sa che noi propendiamo decisamente per i campioni del primo stile mentre consideriamo i secondi quantomeno anacronistici, anche se siamo ben consci che rispondono perfettamente ad alcune precise richieste commerciali.

La recente presentazione congiunta di Slow Wine e Guida Osterie d’Italia in Abruzzo mi ha suggerito un pensiero su questa ricchissima regione e sul Montepulciano che si beveva – oggi come un tempo, anche se in maniera assai limitata – in queste meravigliose osterie, per fortuna ancora abbastanza presenti nei vari angoli d’Abruzzo. I Montepulciano che trovavi erano quelli del contadino che ogni oste riteneva più bravo nella produzione del vino, oltre che prossimo al locale: erano vini che oggi definiremmo “naturali”, abusando per l’ennesima volta di questo termine di moda, ma che al tempo erano presenti su quelle tavole per un solo grande motivo, perché assomigliavano ai prodotti quotidianamente utilizzati in cucina.

Le erbe di campo o le verdure dell’orto le raccoglieva qualcuno di famiglia, le uova le facevano le galline della nonna, l’agnello e i formaggi te li portava il pastore, il vino lo prendevi dal contadino. Era tutto molto semplice, tutti i prodotti erano molto veraci e rustici, dai sapori marcati e decisi, unici e inconfondibili. Così i cibi e così il vino.

Ricordo in maniera chiarissima la prima volta che, almeno una dozzina di anni fa, Pierluigi Cocchini – attualmente responsabile di Slow Wine per Abruzzo e Molise – mi portò a pranzo nei dintorni di Moscufo in un posto veramente “gnorante”, intendendo con questo termine un’osteria molto semplice e spartana dove però mangiai i migliori arrosticini della mia vita, serviti a mazzi progressivi di dieci, in modo che non si raffreddassero (se non ricordo male toccammo, in due, quota cento; ma d’altro canto era l’unica cosa che si mangiava in quel luogo…).

Di questo locale mi rimase impressa la semplice e inappuntabile apparecchiatura dei lunghi tavoloni collettivi. Ogni coperto (piatto e posate) era intervallato al centro da una differente coppia di elementi: si alternavano grandi ciotole di verdure fresche e cestini con il pane all’incredibile associazione tra un litro di Montepulciano e una bottiglia di gazzosa.

Un vino sfuso, comprato anno dopo anno dallo stesso contadino, talmente denso e scuro come la notte che non riuscivi a berlo se non – come sapeva bene l’oste – addizionato con la bibita allegata (il mix ideale finivi per trovarlo tu, bicchiere dopo bicchiere).

Ritengo quello essere il vino che era “naturale” trovare in quell’osteria, perfettamente adeguato al cibo e in meravigliosa sintonia con tutto il resto. I Montepulciano d’Abruzzo moderni e post-moderni sono venuti dopo…