Il mio vino dell’anno

Ho festeggiato davvero poche volte il compleanno di mio fratello. Nascere il primo Gennaio spariglia le carte degli auguri nel tempo che segue l’adolescenza quando le giornate di festa dilatano i loro crepuscoli fino a confondere il giorno con la notte inzuppandoti in una soluzione translucida e provvisoria di farsesca felicità. Già da qualche tempo sono tornato alla realtà ma la vita adulta con le sue responsabilità ti proietta in un’altra formalina, sicuramente più cosciente, ma che impedisce al pari dell’”età veloce” quelle relazioni intime e famigliari con le origini.

 

C’era proprio bisogno quindi di una bella riunione famigliare. Tutti intorno al tavolo come una volta quando, da bambini, la sala da pranzo profumava già dalla sera della vigilia dei tortelli ripieni di verdura e ricotta fatti a mano, uno per uno, da nonna Ila che il giorno dopo li avrebbe consacrati con il ragù delle feste. Quegli infiniti pranzi di Natale con mio padre capotavola, il fedele fiasco di vino rosso a fianco del suo piatto, quasi una proprietà privata almeno fino ai nostri, miei e di mio fratello, diciassette, diciotto anni.

 

Non c’è più mia nonna, nemmeno mio padre; a pensarci bene non c’è più nemmeno il tavolo né quella sala da pranzo. Siamo noi i vecchi ora, penso mentre guardo i capelli bianchi di mio fratello, i suoi occhi celesti e quelle rughe sempre più profonde. Lui è rimasto bello. Siamo a casa mia, in campagna. Abbiamo cucinato lasagne al forno, zuppa di farro e arrosto, patate al forno e verdure bollite per condire. A fine pasto, e i bambini vorrebbero essere già a quel punto, un millefoglie che non desta il mio minimo interesse per quanto proveniente dalla migliore pasticceria della città.

 

Naturalmente il vino. Occasione ghiotta. Ho stappato vini del cuore e vini importanti. Ho accolto gli ospiti con un Casa Coste Piane Frizzante Naturalmente, delizioso già alle 10,30 del mattino da solo, figuriamoci per un aperitivo meridiano in piedi con qualche oliva e per chi vuole un goccio di Campari dentro.

 

Il Rosso di Montalcino 2015 de Il Paradiso di Manfredi è maestoso. Il solito, impareggiabile tannino, al servizio di una luminosità gustativa abbacinante per freschezza aromatica e succosità del sorso. Il Sassicaia 2010 a seguire è fine, composto e armonico con una complessità crescente via via che l’ossigeno si insinua nel bicchiere. A mio fratello piace tantissimo. Sono vini eccellenti che mi fanno pensare al passato e alle persone che lo hanno abitato. Il vino fluisce, così come le chiacchere e i ricordi che cominciano a tingersi di nostalgia. Mangio molto e bevo molto, normale per queste occasioni.

 

Quasi a fine pasto mi alzo per una piccola boccata d’aria e un sorso di silenzio. Accanto casa c’è un viottolo, Via dell’Erta si chiama; è una scorciatoia che pochi conoscono per raggiungere il paese di sopra e soprattutto per imboccare un bel sentiero, con i suoi segni bianco e rosso, che porta in cima ai boschi. Con pancia e passo appesantiti imbocco la rédola, il sole splende freddo e regala contorni meravigliosi alle cose. I campi, qui pianeggianti, sono divisi da viti di età non misurabile; queste sono contorte dalle potature e appaiono nere dal contrasto di luce. Non le avevo quasi mai viste così definite, sembrano morenti e indefiniti candelabri di legno. Inutili elementi di un illusorio paesaggio di campagna scampato per la sua marginalità all’urbanizzazione e al cemento.

Più in là vedo un uomo chino su una di loro. Sta potando. È un vecchio di circa 80 anni, pieno di solchi il volto e la barba incolta. Lo saluto, mi saluta. Odora di tabacco, di clorofilla e olio di motore e velluto. Penso alla scena che rappresentiamo io e lui in questa campagna assolata e fredda di Gennaio, al contrasto tra i miei panni, quasi da festa, e ai suoi, da lavoro.

«Ha quasi finito » faccio io.

«Per fortuna – mi risponde cordiale – mi fanno male le mani, l’età sa, ogni anni mi pare che qualcuno, per scherzo, me ne pianti una in più».

«Ma è uva da tavola?»

«Questa no, quelle lì – indicando due piante vicino alla rimessa degli attrezzi – sì. Questa è canaiolo, poi qui ho anche sangiovese e poi due o tre varietà di bianco; sono vecchie come me» conclude ridendo.

«Ma ci fa il vino?»

«Se campo anche quest’anno, sì. La vendemmia scorsa non l’ho fatto, hanno sofferto la gelata e poi il caldo, non ci capisco più niente. L’anno passato sono riuscito a farne una damigiana. Ma tanto sono solo con la mi’ moglie e lei non beve. Mi basta. L’ho fatto assaggiare a quelli del Leccio ma mica gli è garbato, aspetta ti porto un bicchiere».

Non faccio in tempo a rifiutare.

Torna con due bicchieri di rosso «Toh, salute e buon anno, ma non sei di qui? Vero?».

«Ci abito da cinque anni ma sono sempre in macchina… salute, grazie» faccio io quasi scusandomi.

«Fa 13 gradi – mi dice – lo strizzo quando l’uva è proprio matura e qualche chicco è già appassito. Mio padre lo faceva più buono».

Non è buono, ha preso di spunto ed è molto sporco.

«Tuo padre?»

«La vigna la messa lui. C’erano tante piante in più e avevamo gli animali. Dove c’è quella casa lì ­– mi indica una villetta vicina – avevamo la stalla. Quando ero piccolo qui tutti avevano vigna e animali. Mio padre amava la vigna, gli animali no. Ora sono rimaste queste piante» Lo dice consapevole senza un filo di compassione.

Finisco il mio bicchiere, per lui e per suo padre, alla fine, dentro, il calore è buono.

Voci di bimbi mi chiamano di là da strada. Mi aspettano per il dolce, sicuramente.

«Torno a casa, ho i parenti oggi, grazie mille e buon lavoro»

«Arrivederci» mi dice con gentilezza.

Attraverso lo stradello con gli occhi lucidi. La campagna non è illusoria, tutt’altro, in questo minuscolo angolo di mondo, è la concretezza del ricordo, la resistenza delle generazioni. Il sapore acre del vino appena bevuto mi accompagna mentre torno dai bambini, da mio fratello e da chi non c’è più.