Il mio amico Diego

Pubblichiamo questo ricordo di Tiziano Gaia, per tanti anni parte della famiglia Slow e di Slow Wine, per raccontarvi chi era per noi Diego Soracco, responsabile per la nostra guida della Liguria, fin dalla prima edizione, e curatore della guida agli Extravergini. Ma al di là delle cariche e dei ruoli, Diego è stato fondamentale per noi tutti e questo racconto chiarirà meglio di ogni cosa il significato di “grande famiglia Slow”. Ci mancherà tanto, nel lavoro e nel divertimento, che spesso e volentieri ci piaceva unire…


Ho conosciuto Diego Soracco all’inizio degli anni Duemila, poco dopo essere arrivato a Bra. All’epoca Slow Food si trovava a un punto di svolta. Il movimento si interrogava sull’opportunità di rimanere fenomeno di ribellione o diventare istituzione, restare comunità allargata oppure dotarsi di organigrammi. Era un bel momento, denso di dibattiti e discussioni. Diego aveva scelto: la sua indole radicale e poco incline al compromesso, specie se votato al ribasso, lo poneva tra i nostalgici della prima ora, un’età che io non avevo vissuto di persona, ma che nei suoi racconti appariva magica e innocente, già intrisa del sentimento destrutturante della nostalgia. Non ho esitazioni ad ammettere che, se mi sono innamorato subito dell’associazione, è stato in buona parte merito suo.

Mi affascinava quel modo di trattare (quasi sempre male) gli altri, di parlare (quasi sempre in modo critico) delle dinamiche lavorative, di valutare (quasi sempre stroncandoli) i prodotti delle guide: dietro l’apparente irriverenza si celava, in realtà, una passione smisurata verso la missione di Slow Food, da lui vissuta e messa in pratica con un rigore etico che non ammetteva mezze misure. Quando fu deciso che sarei stato io ad affiancarlo nella nuova impresa editoriale della guida agli extravergini, Mavi Negro, direttrice della casa editrice, scosse la testa: stavano per dare in pasto un mite ragazzo di campagna a un uomo senza peli sulla lingua, dal temperamento irascibile e assetato di avventure! Invece fu l’inizio di una delle più intense amicizie della mia vita. Diego diventò il mio Obi-Wan in fatto di olio, ma anche di molto altro. Partivamo a gennaio a bordo del leggendario Apollo 13, la vecchia Mercedes bianca di Slow Food Editore, e attraversavamo l’Italia intera, isole comprese, trovando ad accoglierci fiduciari, governatori e piccoli produttori: la “guida” si faceva così, in senso davvero letterale. Ovunque era una festa, perché l’energia di Diego era travolgente, la sua vitalità incorruttibile, la sua divertita insolenza contagiosa, incontenibile, unica.

Spesso andavo a trovarlo nella sua casa di Ventimiglia. Dalla terrazza si vedeva il mare. Un taglio luminoso e stretto di scaglie argentate chiudeva l’orizzonte in fondo alla valle, oltre i piloni dell’autostrada e i muri vecchi della città alta. Diego amava quel luogo, perso nel silenzio tra le serre e i tornanti. Non si allontanava mai troppo dal suo mare. Anche a Bra si fermava il minimo indispensabile: «Un ligure in Piemonte è un’immagine innaturale», diceva. Nelle mie puntate in Riviera ero sovente accompagnato da Giancarlo Gariglio, a sua volta molto legato a Diego. Non era frequente che un trio di Slow Food riuscisse a non parlare solo di Slow Food, ma divagasse sulla vita, la politica, la musica, le donne… senza inutili orpelli intellettuali, senza una sceneggiatura già scritta da rispettare, di solito prosciugando litri di Pigato e accompagnando il tutto con stupefacenti manicaretti preparati per l’occasione. Alla soglia dei trent’anni, Giancarlo ed io riuscivamo ad essere giovani e allo stesso tempo antichi, e questa cosa a Diego piaceva.

Oggi sono tramortito dal dolore per la sua perdita, e anche dal senso di colpa per non averlo più frequentato come avrei voluto, dopo il mio distacco da Slow Food. Degli amici sarebbe preferibile non scrivere. Con gli amici bisogna parlare, ridere, tirar tardi con la vita. E io negli ultimi anni l’ho fatto troppo di rado.

Mi mancherà, Diego. La sua razza anarchica, febbrile, coerente e libera è chiaramente in via di estinzione: lui era l’ultimo dei veri Mohicani in un tempo di sedicenti cowboys. Io non ho la più pallida idea di dove si trovi ora. Di certo il Soracco non credeva nel Paradiso. Ma a casa sua si ascoltava spesso questa canzone di Roberto Vecchioni: «Lasciami questo sogno disperato di esser uomo, lasciami questo orgoglio smisurato di esser solo un uomo / Perdonami, Signore, ma io scendo qua, alla stazione di Zima». Spero tanto che lui sia lì, dove vorrebbe essere, e che ci sia un ulivo, a ricordargli qualcosa di me.