… il legnetto dove (e perché) lo metto?

È tempo di degustazioni: la redazione di Slow Wine e i tanti collaboratori sparsi in tutta Italia in queste settimane stanno assaggiando centinaia di vini per la nuova edizione della guida.

“Anno nuovo, vita nuova” recita un famoso detto, ma dagli esiti delle degustazioni sembra che talvolta le nuove annate riportino alla ribalta vecchi difetti, vecchie impostazioni. In genere la qualità media dei vini è in continua crescita, anche se ogni tanto s’incappa ancora in qualche bottiglia decisamente mal fatta, piena di difetti. A guardarci bene però il problema maggiore è la mancanza d’identità e l’inespressività di certi vini: sono senza difetti ma anche senza alcun pregio, banalissimi, sostanzialmente inutili.

 

UnknownTra le varie note tecniche negative il cattivo utilizzo dei legni di affinamento per i vini rossi rimane ancora un elemento costante di qualche giornata di degustazione. Si assaggiano spesso, in certe zone in numeri significativi, vini che al naso sanno solo di vaniglia, di rondella di liquirizia Haribo, di colla sintetica e di tutti quegli altri sentori dolciastri mutuati da un non ben riuscito affinamento in legno – … che poi il vino sia stato affinato in legno o che il legno sia stato messo nel vino è un’altra questione che al momento non affrontiamo … –

oakchipsche si presentano puntualmente anche al gusto, azzerando ogni altra sensazione aromatica, spesso accompagnati da un bel residuo zuccherino, aggiunto per mascherare l’estrema asciuttezza e le sensazioni amare che i legni hanno rilasciato. Insomma vini che organoletticamente sono tutti mediocremente uguali, indipendentemente dal vitigno e dalla zona di provenienza.

 

La riprova l’ho avuta durante le recenti degustazioni per Radici del Sud, bella manifestazione sull’enologia meridionale, durante la quale mi sono confrontato su questo tema con gli altri componenti della giuria internazionale di cui facevo parte. Il giudizio di Hiroto Sasaki (vedi qui) su questi vini era decisamente negativo – «non mi piacciono, non mi trasmettono niente, sono senza parola e senza anima» – mentre Walter Speller, responsabile per l’Italia del sito JancisRobinson.com e presidente della giuria internazionale di questa edizione di Radici del Sud, durante una chiacchierata a latere delle degustazioni li ha definiti « … vini che vengono da una cultura vecchia di venti anni, completamente inattuali». A fare da contraltare ai giudizi di tutti i giornalisti presenti arrivava invece la voce degli importatori: Nicola Biscardo, buyer di vini italiani negli Usa con la società Conexport Italy, per esempio mi ha detto che comunque questo genere di vini negli Stati Uniti hanno ancora mercato, piacciono insomma, probabilmente a consumatori dell’ultima ora e giovani nella loro esperienza con il vino, mentre i palati più esperti preferiscono senza dubbio vini di forte impronta territoriale senza alcuna influenza di legno.

 

Ora, perché qualcuno produce ancora vini con queste caratteristiche? Perché gli piacciono? Perché non se ne accorge? Perché non sa fare altrimenti? Perché non ha esperienza con l’utilizzo delle barrique o per precisa scelta stilistica e/o commerciale?

2 due inoxPer me è stata (e lo è ancora) molto illuminante la confidenza che parecchi anni fa mi fece un enologo italiano piuttosto famoso, che mi disse: «sai, se io ho 1.000 ettolitri di Sangiovese e li devo, per motivi commerciali, far diventare 2.000 ci metto dentro dell’economico Montepulciano comprato in Abruzzo o del Merlot della Puglia. Sorge però un problema: se è vino vinificato in acciaio alla fine la presenza della varietà tagliata con il Sangiovese si sente, è evidente. Se invece ci metto del Montepulciano o del Merlot con una forte impronta di legno ecco che allora il timbro del vitigno non si sente più, perché prevalgono le note dolci, vanigliate e tostate del legno …».

 

Penso che questi siano curiosi episodi e retaggi del passato. Quello che a noi, più che altro, ci interessa oggi è il criterio con il quale giudicare questi vini “legnosi”. Non sono cattivi, e sono senza dubbio corretti, quindi possono anche piacere a qualche palato alla ricerca solo di un buon vino da bere, che non si pone il problema dell’identità di ciò che sta bevendo e del suo legame con il territorio di provenienza (che spesso magari non conosce). Noi però tendenzialmente li giudichiamo male, ai limiti della sufficienza, non per una sorta di snobismo o per astratta presa di posizione ma fondamentalmente perché li consideriamo inutili: non sono portatori di alcuna espressione territoriale e varietale, di alcuna cultura enologica e di alcuna saggezza contadina, tutte cose che riteniamo invece importanti quando si apre e si assaggia una buona bottiglia di vino.

 

Fabio Giavedoni

 

  • francesco bordini

    cari amici,
    farsi domande sullo stile è alla base della “coscienza” di un vignaiolo ma anche di chi, come voi scrive sul vino.
    Lo stile è il marchio di origine del produttore e la via maestra per comunicare la propria artigianalità .
    L’omologazione rende i vini insipidi, il “legno facile” ed il “timbro dolce” al naso ed al palato certamente semplifica molto la vita in vigna ed in cantina…. ma dove finisce poi il gusto? come si distinguno le annate ed i territori?
    Lo so bene che la maturità intellettuale dei produttori è messa a dura prova dal mercato (spesso senza soldi, svogliato e pigro) ma quando il vino diventa omologato dal legno , dalle tecniche enologiche di “protocollo” e dalle dolcezze l’artigianalità si perde !!!! Ed automaticamente l’artigiano ha perso la sua partita di nicchia dissolvendosi nell’oceano del vino industriale e commodity.
    Questa settimana ho avuto l’ennesima discussione sul fondo in bottiglia e mi sono chiesto: ma è possibile che una bottiglia che arriva al ristorante a 25€ non possa meritarsi un cameriere o un oste che spieghi la naturalezza di un eventuale cristallo in fondo alla bottiglia? Quel fondo in bottiglia è spesso la chiave di lettura di uno stile e di una scelta spesso difficile in cui l’artigiano si dichiara fedele alle sue idee di vinificazione senza compromessi.
    Ed è in questo contesto che ahimè spesso il nobilissimo legno è la vittima sacrificale per mascherare scelte stilistiche facili anzichè restare il più ambito sposo di molti vini….
    Evviva il legno austero ed usato bene!
    Francesco bordini