Il destino dei bianchi italici? Pessimist! Per Wine Enthusiast il lavandino…

IMG_3166Difficile moderare i termini dopo aver letto uno speciale come quello comparso nel numero di febbraio di Wine Enthusiast. Si tratta del The World’s Greatest Vintage Chart, ovvero la lista delle migliori annate al mondo. Ebbene, se era uno scherzo ce lo potevano dire fin dalla copertina, che strombazza la cosa a caratteri cubitali. Dopo aver acquistato la copia all’aeroporto di San Francisco abbiamo cominciato a ridere e abbiamo finito di farlo a Chicago, IMG_3172dopo quattro ore di volo. Alla fine però le risa hanno lasciato spazio a un amaro in bocca che non ci è ancora passato. Il mercato americano vale oltre un miliardo di euro per il vino italiano, circa un ottavo del totale della torta. Insomma, per il vino di alta gamma probabilmente è più strategico di quello interno.

Ora mi metto nei panni dei produttori del nostro paese che nei mesi invernali fanno le loro tournée negli States per raccontare il loro lavoro e per far assaggiare i loro prodotti. Tutto questo per poi vedere i risultati di tanta fatica riprodotti con risultati così bassi da una delle principali riviste di settore americane. Ma quali sono le tematiche che più ci hanno colpito di questa carta delle annate? Il giudizio impietoso sui bianchi italiani. Un giudizio che a mio avviso è figlio di preconcetti negativi che hanno pochissima ragione di sussistere ancora. L’unico motivo che posso trovare, ma non è una scusante per i colleghi americani, è quello di assaggiare davvero pochi vini andando indietro nel tempo. Come si fa a scrivere che i bianchi del Veneto – come fossero tutti la stessa cosa – dal 2008 in poi sono “in decline, maybe undrikable“, una forma che suona così: in declino, forse imbevibili. Tremendo.

Il Soave, uno dei bianchi da invecchiamento più straordinari del nostro paese liquidato in questo modo. Per esperienza personale ho trovato almeno 10/20 cantine di questa zona i cui Soave non sono buoni solo a distanza di 10 anni, ma anche di 15 o più. Per non tirare sempre e solo in ballo Pieropan e Gini che ci potrebbero tranquillamente far degustare annate degli anni Ottanta ancora molto intriganti. Insomma questo è il primo giudizio che davvero non abbiamo digerito.

IMG_3179Poi passiamo al Trentino Alto Adige che per loro dal 2006 in poi si può versare nel lavandino – in realtà salverebbero la 2004 con un can drink, maybe past peak – e anche qui la mosca ci salta al naso, perché un giudizio così tranciante su una delle zone bianchiste per eccellenza non sta in cielo né in terra. E il Collio Friulano? Dal 2003 in poi va nel secchio. Ma anche il 2005 e la 2004 se la passano molto male!

Così come il Verdicchio che può essere tranquillamente buttato via dal 2005 in poi o per i bianchi campani non più potabili dal 2007, ma se si va a vedere anche il 2008 è già passato per Wine Enthusiast. E così con buona pace degli amanti del Fiano di Avellino dovremmo farci una ragione e svuotare le nostre cantine mandando al macero i nostri Pietracupa, Villa Diamante, Vadiaperti, Colli di Lapio, Mastroberardino, ecc… Che dire a questo punto? Che c’è tanta strada da fare. Che se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno si può affermare che tanta strada si è fatta, che tanti risultati sono stati raccolti e che tantissimo altro si potrà ancora fare visto che esistono nel più importante mercato mondiale ancora pregiudizi di questo tipo e che quindi i margini di ulteriore crescita sono alla portata del movimento enologico italiano.

IMG_3169Cosa ci resta da fare? La critica italiana deve sprovincializzarsi e accettare la sfida di giocare un ruolo a livello globale, magari sfruttando le nuove tecnologie, che se da una parte mettono in crisi le pubblicazioni cartacee, dall’altra ci permettono teoricamente di poter parlare a tutto il mondo attraverso il digitale (e a una buona traduzione). Un servizio come quello che compare su Wine Enthusiast non fa bene al vino italiano, perché fotografa una realtà sbagliata e poco credibile.

Ai produttori italiani consiglio invece di tenere da parte qualche bottiglia (cosa che Slow Food ha cercato di fare almeno da 10 anni a questa parte con la Banca del Vino) e di aprirle nel momento giusto, magari quando qualche giornalista americano si affaccia in cantina… Perché si sa che il valore del vino a livello globale è fissato anche dalla sua possibilità di invecchiare nel tempo, che è condicio sine qua non per assurgere a bianco di altissima gamma. Sono convinto che Soave, Alto Adige, Collio, Verdicchio, Fiano e Etna Bianco possano tranquillamente sfidare gli anni senza timore.