Il custode del Ghemme: Alberto Arlunno

Per gli amanti del vino e della sua storia legata alla produzione vorrei consigliare di passare qualche ora in compagnia di Alberto Arlunno proprietario a Ghemme della cantina Antichi Vigneti di Cantalupo.

 

Siamo nel nord Piemonte, terra di grandi vini rossi, rimasti in ombra per troppo tempo rispetto ai nebbioli di Langa, ma che nell’ultimo decennio hanno recuperato alla grande sia in termini di fama sia di qualità organolettica. Proprio l’Antichi Vigneti di Cantalupo si inserisce tra le cantine più importanti della zona (ottenendo la Chiocciola dal 2011, massimo riconoscimento della guida Slow Wine di Slow Food Editore) grazie ai suoi splendidi Ghemme. Ma come nasce la conoscenza pressoché enciclopedica della storia e della geologia del territorio da parte di Arlunno?

 

«Penso che tutti quelli che portano avanti un lavoro come il mio, così legato alla terra, siano una sorta di tessera di un puzzle, appartengano a un disegno più grande. Noi abbiamo ricevuto le vigne in eredità dai nostri avi, da persone che centinaia e centinaia di anni fa facevano il nostro stesso mestiere e abbiamo il dovere di consegnare gli stessi vigneti alle generazioni future. Conoscere meglio il passato di queste terre mi fa sentire meno solo, mi fa pensare che il medesimo suolo che calpesto ogni giorno sia anche quello che secoli fa camminavano i monaci di Cluny, che qui a Ghemme avevano portato parte delle loro conoscenze sulla viticoltura. Queste sono tutte considerazioni che mi fanno uscire dalla “variabile tempo” e mi aiutano ad affrontare al meglio il mio lavoro e a collocarlo nel giusto contesto. Ecco sento di appartenere così a una famiglia molto grande, con tanti padri e tantissimi figli che tra alcuni decenni si troveranno a fare il contadino come me».

 

Alberto racconta che uno dei quartieri di Ghemme, San Pietro, prende il nome da una chiesa dove si incontravano i monaci della famosa abbazia borgognona di Cluny (quelli per intenderci che hanno contribuito alla valorizzazione del patrimonio enologico della Côte d’Or). Infatti, il Conte di Bombia, in epoca medievale, aveva contribuito a creare un priorato dei benedettini proprio in Val Sesia. I religiosi portarono in Piemonte buona parte delle loro conoscenze sulla viticoltura, che hanno reso celebri terroir come quelli di Chambertin o Vosne-Romanée, in particolare hanno esportato il concetto di cru, dando valore alle singole parcelle e vigne.

 

Le radici degli Arlunno sono molto ben radicate a Ghemme: «La nostra famiglia è qui almeno dal Cinquecento. Purtroppo mancano informazioni precedenti, visto che i registri comunali si fermano al XVI secolo. Compiendo un bel balzo temporale mi piace raccontare qualcosa di mio padre Carlo, che fin da giovane aveva dimostrato delle doti artistiche fuori dal comune. Tanto che i genitori decisero di mandarlo a studiare a Torino e poi addirittura a Roma. Purtroppo la Seconda guerra mondiale distrusse i suoi sogni e lo obbligò a tornare a Ghemme, per creare insieme a suo fratello un frantoio che produceva olio con i vinaccioli. Nel 1969 quando il Ghemme ottenne la doc, prese una decisione che cambiò il destino della nostra famiglia, decise infatti, di riprendere in mano alcuni campi dei nostri avi e di piantarci il nebbiolo. La vicinanza con la città di Milano giocò poi un ruolo decisivo, in quel periodo tutti scappavano dalle campagne e quindi era facile trovare dell’ottima terra a prezzi stracciati. Mi ricordo che mio padre ogni volta che sentiva battere le campane a morto diceva: “Questa purtroppo è un’azienda agricola che chiude”».

 

Grazie alla strategia lungimirante del padre di Alberto furono acquistate due o tre colline, che sono considerate oggi tra le più vocate dell’intero panorama piemontese, mi riferisco al cru Braclema e Carella, che essendo un po’ lontani dal centro abitato erano stati i primi ad essere abbandonati. Ora la cantina Antichi Vigneti di Cantalupo (www.cantalupo.net) può contare su trentacinque ettari vitati, un patrimonio importante, che Alberto, giunto quasi alla “fatidica” soglia dei sessant’anni mantiene in ordine come si trattasse di un vero e proprio giardino. La filosofia aziendale è semplice: nebbiolo, nebbiolo, nebbiolo, che in dialetto chiamano span. Si utilizza quasi esclusivamente rovere di Slavonia, fatta eccezione per il Ghemme Signore di Bayard, affinato in legni francesi. Nel 1981 Alberto entrò in azienda dopo aver frequentato l’università ed essere stato studente del celebre professor Italo Eynard, che fu preside della Facoltà di Agraria.

 

E proprio questa sua preparazione scientifica fa davvero la differenza quando si inizia a parlare di varietà dei suoli e di differenze tra le due celebri Docg del nord Piemonte: Ghemme e Gattinara: «Le due zone hanno suoli molto differenti. Il discorso sarebbe molto lungo e anche particolarmente tecnico e cercherò di renderlo il più semplice possibile. Diciamo che quando il continente africano si scontrò con quello europeo, circa 300 milioni di anni fa, si innalzarono le Alpi e proprio vicino al borgo di Balmuccia (a pochi chilometri da Ghemme) passa la linea insubrica, dove i due continenti si sono incontrati. Qui si sono mischiati i suoli africani con quelli europei. Poi in seguito alle glaciazioni e grazie al Monte Rosa parte del terreno è sceso a valle. Così nascono le nostre colline di Ghemme, formate da miliardi di ciottoli levigati e ricchissimi di minerali di origine africana ed europea. Un mix incredibile. Mentre nel caso di Gattinara la formazione del suolo è vulcanica. Nascono così due vini differenti: il Ghemme è più sottile, gioca sull’eleganza e su caratteristiche che potremmo definire borgognone, mentre il Gattinara è un rosso austero e possente».

 

Uno dei passi che Alberto ama citare maggiormente è uno scritto di Camillo Benso Conte di Cavour che risale al 1845: “Cotesto vino possiede in alto grado quello che fa il pregio dei vini di Francia e manca generalmente ai nostrani: il bouquet, somiglia al bouquet del Borgogna il quale per certe varietà prelibate come il Clos di Vougeot ed il Romanet gode la primizia su tutti i vini di Francia. Or dunque rimane provato che le colline del Novarese possono gareggiare coi colli della Borgogna; e che a trionfare nella lotta è solo necessario proprietari che diligentino la fabbricazione dei vini, e ricchi ed eleganti ghiottoni che ne stabiliscano la riputazione. Vorrei sinceramente poter cooperare a questa crociata enologica”.

 

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