Il caporalato nelle vigne spiegato a mia figlia: sfruttamento, evasione fiscale, incidenti sul lavoro

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Il caporalato è una gramigna che va estirpata dalle vigne italiane. Un fenomeno che colpisce al cuore il sistema politico, economico e sociale italiano per tre motivi: sfruttamento della manodopera (che talvolta è gestito dalla malavita organizzata), favorisce l’evasione fiscale e gli incidenti sul lavoro a causa della sistematica disattenzione delle norme sulla sicurezza. Ho la netta impressione che molti produttori di vino non abbiano chiaro questo meccanismo perverso. Ieri ho ricevuto la telefonata di una celebre vignaiola che mi chiedeva quale fosse il senso della nostra passata denuncia. Vorrei chiarirlo in questo articolo.

Il caporalato è una piaga che non interessa solo il periodo della vendemmia, come aveva provato la nostra inchiesta pubblicata sulle pagine di Slowine.it il 26 giugno scorso: salari che in alcuni casi possono scendere fino alla misera cifra di 3 euro all’ora un sistema di sfruttamento che colpisce i lavoratori stranieri che forniscono le braccia nelle nostre vigne, da Nord a Sud senza grandi eccezioni. Gli sfruttatori, nella maggior parte dei casi, sono gli stessi connazionali, che giocano sulla disperazione e anche sul silenzio di macedoni, rumeni e pachistani. Nessuno denuncia un compatriota, perché si temono ritorsioni sui parenti rimasti a casa. Nel giugno scorso non ci eravamo proprio inventanti nulla, lo prova la nostra registrazione ambientale (pubblicata su Repubblica.it) realizzata in una cooperativa alle porte di Neive, che ha un ufficio e una struttura organizzativa di un certo peso e nonostante questo ci ha offerto lavoro in nero a cifre stracciate. E lo provano chiaramente anche i preventivi di cui siamo entrati in possesso e che pubblichiamo qui a fianco. La situazione durante l’estate è diventata ancora più grave, dopo che la cronaca nera è entrata di prepotenza in gioco in seguito alle morti di alcuni “schiavi” nei campi del Sud Italia. Un fenomeno così grave da aver fatto dichiarare, il 19 agosto scorso, al Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina: «Il caporalato in agricoltura è un fenomeno da combattere come la mafia e per batterlo occorre la massima mobilitazione di tutti: istituzioni, imprese, associazioni e organizzazioni sindacali. Chi conosce situazioni irregolari deve denunciarle senza esitazione». Ma quali sono i meccanismi e le scappatoie che permettono a un fenomeno tanto antico, quanto ignobile, come il caporalato di esseri insinuato quasi indisturbato nelle nostre campagne e di aver inquinato come un cancro la viticoltura, che per tutti è il fiore all’occhiello della nostra agricoltura?

Schermata 2015-11-09 alle 18.42.42Per capire meglio tutto questo abbiamo cercato una fonte disposta a raccontarci il sistema che è alla base di tutto questo. Per comprensibili ragioni di sicurezza preferisce mantenere l’anonimato. Lo chiameremo per semplicità Marco, lavora in un’azienda che presta servizi agricoli: «La legge 1369 del 1960 conteneva tre capisaldi per allontanare dal mondo del lavoro il rischio di sfruttamento del lavoro. Il primo e anche il più importante era quello che non ci può essere vendita di manodopera, ma le aziende che appaltano devono dotarsi di una struttura organizzativa. Il secondo punto fondamentale era che le aziende appaltatrici devono assumersi il rischio di impresa (altrimenti fanno semplicemente il mestiere di intermediari del lavoro altrui) e infine deve esserci piena autonomia tra appaltatore e committente. Questa legge era molto chiara, non lasciava tante scappatoie. Poi il mercato del lavoro è cambiato, si è sentito il bisogno di aumentare la flessibilità e dall’altra parte la crisi economica ha investito tutti i settori. La concorrenza si è fatta più dura e i produttori di vino hanno deciso che era ora di tagliare le spese dove possibile, non hanno sacrificato le cantine hollywoodiane, ma hanno esternalizzato i costi del lavoro».

Tra la fine del Novecento e l’inizio degli anni Duemila poi si stava anche assistendo all’uscita dal mondo del lavoro degli ultimi braccianti italiani, per le aziende era sempre più complicato assumere persone di fiducia che conoscessero bene il mestiere del vignaiolo.
Sono nate così le prime aziende di servizi e cooperative definite “senza terra”, che avevano il chiaro e preciso obiettivo di sopperire a questa mancanza di manodopera, fornendola a prezzi concorrenziali e sostenibili da parte delle cantine. Molte di loro lavorano in piena legalità e dobbiamo anche a loro il successo del vino italiano a livello internazionale. Ma quella che pareva la soluzione migliore del mondo, a causa di alcuni disonesti, si è rivelata alla fine un gigantesco inganno ai danni dei lavoratori, dello Stato italiano e della giustizia sociale.

«Dal 2003 abbiamo avuto una nuova norma», ci dice Marco «che disciplinava il settore, la cosiddetta legge Biagi. Questa ha aperto un piccolo spiraglio che si è trasformato, poi, in una sorta di voragine dando il la alla nascita di un numero sempre maggiore di imprese e cooperative che fanno finta di proporre appalti regolari alle cantine, ma che in realtà si limitano a vendere manodopera. Cosa è cambiato nel 2003? In pratica si è lasciata la possibilità di affittare i macchinari dall’azienda che appalta. Ma se queste società non possiedono la terra, non hanno un’attrezzatura per gestire i lavori in vigna, che cosa forniscono? Esclusivamente delle braccia. Fanno caporalato punto e basta. Rastrellano la gente e la mettono a disposizione delle aziende come manovali pagati a ore». La situazione è drammatica, inutile negarlo e sono i numeri a dircelo. Nel 2015 il nucleo del Comando dei Carabinieri Tutela del Lavoro ha scovato 4.000 lavoratori irregolari su 12.181 controllati, praticamente uno su tre. Il lavoro nero è dilagante. Gli stessi inquirenti sono scoraggiati, perché a fronte di multe anche molto ingenti alla fine non si raccoglie nulla. Come mai? «A capo di queste società», ci spiega Marco, «viene messa una cosiddetta testa di legno. Una persona nullatenente, che non rischia nulla perché non possiede nulla».

Ma veniamo ora a un aspetto troppe volte sottovalutato, che riveste grande importanza nel inquadrare il fenomeno del caporalato. Questo meccanismo malato sottrae anche alle casse del fisco un fiume di denaro incalcolabile. Perché queste imprese esistono solo sulla carta. Fatturano regolarmente le prestazioni alle cantine, incassano da queste anche l’Iva ma poi, molto spesso, non la versano. Tanto, dopo un anno, massimo due, scompaiono nel nulla. Lo fanno prima che il fisco abbia il tempo di accorgersi di loro. Pertanto quando prendiamo in mano i preventivi di queste aziende truffaldine vediamo che citano l’Iva (come potete notare nel immagini che abbiamo pubblicato), ma è solo un trucco per far dormire sonni tranquilli alle cantine con cui fanno affari.

Lo stesso discorso vale anche per la sicurezza sul lavoro, le aziende di servizi dovrebbero sottoporre i propri dipendenti alle regolari visite mediche, li dovrebbero dotare di attrezzatura antinfortunistica. Tutto questo è completamente disatteso dalle realtà truffaldine: non fanno formazione, non hanno a cuore la salute dei propri dipendenti che sono semplice carne da macello. L’unica attrezzatura che gli danno in dotazione sono le forbici per potare e per tagliare gli stralci (investimento 30 euro…). In più i manovali sono sottoposti a orari estenuanti di lavoro, che li mette ancora di più a rischio, perché con la fatica la soglia di attenzione si abbassa drasticamente.

«È troppo semplice per queste persone andare alla Camera di Commercio e aprire un’azienda di questo tipo. Se non si deve neppure dimostrare di possedere i macchinari per compiere le lavorazioni nei campi, allora i requisiti sono troppo bassi», continua Marco. Il clima d’impunità generalizzata è alimentato dal silenzio/assenso delle cantine, o almeno da una parte di queste. Noi siamo riusciti a raccogliere un buon numero di preventivi e i prezzi praticati (nel migliore dei casi) sono del 30 o 40% inferiori a quelli reali di mercato.

Schermata 2015-11-09 alle 18.43.12Queste imprese offrono la potatura a 400 euro a ettaro, ma un imprenditore agricolo sa benissimo che per quel compito si deve lavorare almeno 40 ore. Quindi il costo orario che paga è di appena 10 euro. È impossibile, con quelle cifre rispettare il salario minimo e versare allo stesso tempo i contributi. Significa che l’azienda che fornisce manodopera sfrutta l’operaio o froda il fisco, ma è molto probabile che stia facendo entrambe le cose. Veramente eclatante è il discorso relativo alla vendemmia. Quella meccanica costa 500 € a ettaro (si fanno circa 3 ettari al giorno), come è possibile per quella manuale accettare preventivi dello stesso valore? Infatti, in media ci vogliono otto persone che lavorano otto ore (totale 64) più un trattore con operaio per altrettante ore (probabilmente dell’azienda committente, altro escamotage praticamente illegale perché il dipendente della cantina per legge non può lavorare fianco a fianco con quelli dell’azienda appaltatrice) per vendemmiare un ettaro. Neppure otto euro all’ora fatturati.

Le cantine che accettano questi prezzi non possono non sapere che un sistema di questo tipo nasconde una truffa. E poco serve alla cantina stessa richiedere ad esempio il Durc (attestazione pagamento di contributi in modo regolare) per stare al sicuro, perché le aziende truffaldine assumono i braccianti ma si limitano a dichiarare il pagamento di pochi giorni al mese.«Eppure siamo circondati», conclude sconsolato Marco, «da numerose istituzioni che hanno potere ispettivo: Inps, Asl, Comando dei Carabinieri Tutela del Lavoro e Ispettorato del Lavoro. Forse uno dei problemi è proprio lo scarso coordinamento e conseguente dispersione delle forze in campo. In definitiva gli strumenti per combattere questo fenomeno ci sono: le leggi da far rispettare hanno bisogno di qualche ritocco ma potrebbero funzionare.Il vero nodo, che sta alla base di tutto, è fermare sul nascere la creazione di quelle aziende che in realtà non sono in possesso dei macchinari per i lavori in vigna ma hanno solo una possibilità: vendere braccia». Una cosa è certa, e questo è il messaggio che va indirizzato alle cantine, gli operai delle aziende di servizi non possono costare meno di quelli regolarmente assunti dalle cantine stesse, perché tutte le aziende sono soggette alle stesse leggi del mercato e in più chi fornisce la manodopera deve anche ricavare un piccolo guadagno dagli appalti che si sono aggiudicati.

Le imprese di servizi agricoli sono utili perché forniscono da una parte alle cantine elasticità nell’assumere personale quando i lavori sono più pressanti e dall’altra specializzazione della manodopera. I miracoli in questo campo non esistono, i preventivi sottocosto puzzano di sfruttamento, elusione fiscale e probabile finanziamento di attività criminose. Per rispondere alla domanda iniziale della produttrice possiamo dire che Slow Food si occupa di questo fenomeno anche nel suo interesse, perché vorremmo evitare che le cantine virtuose debbano convivere con vicini di casa che fanno loro concorrenza sleale mettendo a rischio la salute dei manovali, alimentando l’elusione fiscale e sfruttando il lavoro di esseri umani, che hanno lo stesso diritto nostro di aspirare a uno spicchio di felicità in questa vita.

 

P. S. Giovedì 12 novembre presso la Sala Consigliare della Provincia di Asti, in piazza Alfieri 33, si terrà una tavola rotonda (ore 10-14) promossa dalla Cgil a cui parteciperemo noi di Slow Food e dove interverranno tra gli altri Susanna Camusso (Segretario Generale Cgil), Giorgio Ferrero (Assessore piemontese all’Agricoltura) e Riccardo Coletti (giornalista de La Stampa che aveva denunciato fenomeni di sfruttamento nella vendemmia del Moscato ed è stato per questo pesantemente minacciato).