Il calderone dei consumatori

Sono molto preoccupato per i cosiddetti consumatori. Definizione arida e passiva di una delle parti più importanti dell’intero ciclo alimentare, quella finale. Carlo Petrini aveva coniato un termine molto più significativo e complesso: co-produttori, espressione, a dire la verità, che non è riuscita trovare posto nell’odierno lessico comune forse perché poco agile.

Fatto sta che anche gli appassionati di vino sono consumatori e come tali vengono trattati. Dieci anni fa ai consumatori erano proposti vini premiati dalle più diffuse guide mondiali, ricchi di estratto, firmati da enologi star che cercavano di divulgare modelli univoci di stili produttivi agli imprenditori agricoli poco consapevoli. Regnava l’omologazione.

A poco tempo di distanza, sempre ai consumatori, sono oggi suggeriti altri tipi enologici. Vini alleggeriti di struttura composti da vitigni tradizionali del luogo di origine e prodotti da viticoltura biologica meglio se condotta da un vignaiolo che porta avanti personalmente un fazzoletto di terra.

In un lasso di tempo breve il vino italiano ha cambiato la sua fisionomia. Ma non è finita. Apprendo dal sito infowine.com che una ricerca francese ha cercato di dimostrare come i consumatori, sempre loro, siano sempre più propensi a gradire vini ottenuti da viticoltura biologia o prodotti da viti resistenti, potere leggere l’articolo qui.

Riporto interamente il testo che concerne questo esperimento sui consumatori: “i ricercatori del progetto Vinovert hanno sottoposto 4 vini bianchi a 163 consumatori abituali: un vino convenzionale di bassa fascia (4.70 euro/collo, prezzo franco fabbrica), un vino bio (8 euro), un vino convenzionale premium (8.90 euro) e un vino di varietà resistente (6 euro). Dopo ogni vino degustato i giurati dovevano esprimersi circa la loro disponibilità all’acquisto del prodotto, indicandone anche il prezzo oltre il quale avrebbero desistito all’acquisto.

Se nella prima fase di degustazione alla cieca i consumatori si sono orientati nella scelta verso i vini convenzionali, quando gli è stato reso noto l’Indice di Frequenza dei Trattamenti (IFT), la percentuale di consumatori che ha optato per il vino bio è passata dal 4 al 12% (con IFT=2), mentre coloro che hanno optato per il vino da varietà resistente è passata dal 18 al 42% (IFT=0). In senso opposto la preferenza per i vini convenzionali si è afflosciata, dato che il loro IFT era di 16.9 per i vini di bassa fascia e di 12.7 per il premium. Quando poi sono stati evidenziati la quantità di residui dei prodotti fitosanitari presenti in ogni vino (da 0 nel resistente fino a 6 nei convenzionali), l’attrattiva del vino da varietà resistente è ulteriormente aumentata, raggiungendo la percentuale del 61% per intenzione di acquisto, mentre la presenza del rame nel vino bio ha fatto fletter la sua appetibilità al 9%.

Secondo il direttore scientifico della ricerca si possono desumere queste conclusioni

  • Non c’è penalizzazione per il fatto che un vitigno non è tradizionale, ma l’informazione fornita ai consumatori condiziona l’acquisto!
  • I consumatori sono pronti ad adottare delle varietà resistenti a condizione che gli si spieghi che cosa sono
  • È comunque importante sottolineare che l’intenzione di acquisto dei vini convenzionali si è mantenuta, il che porta alla conclusione che la qualità del prodotto rimane un parametro fondamentale.

 

Questa ricerca mi pare fallace. Se lette in modo critico, ma i consumatori non sono considerati capaci di critica, le conclusioni sono addirittura assurde. La prima e la seconda per esempio portano al medesimo concetto, l’informazione condiziona l’acquisto. Certo infatti la pubblicità, ossia l’informazione tendenziosa, è stata inventata per condizionare l’acquisto. In questo caso specifico è chiaro che se dico al consumatore che un vino è stato ottenuto grazie alla chimica in vigna e l’altro no, con un minimo scarto qualitativo egli sarà indirizzato verso l’apparente salubrità del prodotto.

La terza conclusione poi è quasi paradossale. La qualità del prodotto rimane un parametro fondamentale. Cosa si vuole dire? Che comunque i vini convenzionali sono più buoni di quelli ottenuti da viticoltura bio o da vitigni resistenti? Non si capisce molto.

Siamo dunque prossimi a una terza mutazione della proposta imposta ai consumatori: tra qualche tempo vini da varietà resistenti sarà praticamente l’opzione più promossa e quindi diffusa tra gli ignari consumatori. L’industria farà leva sulla sostenibilità ambientale per promuovere una nuova generazione di vini, c’è da scommetterci.

La sensibilità a questioni di salubrità, ecologia e sostenibilità è sicuramente un valore aggiunto nella società contemporanea. Tale propensione non deve però far perdere di vista la complessità del problema che non può risolversi solamente cambiando la genetica delle piante ma che potrebbe essere approcciata attraverso l’educazione al gusto e alla critica. Certo fa piacere che i vitigni siano privi di attacchi parassitari e quindi liberi dagli attuali trattamenti ma il suolo, il cambiamento climatico, il diritto al buono e al diverso? Sono domande alle quali non abbiamo ancora una risposta e alle quali i consumatori non sono mai chiamati a dire la loro finché saranno disposti sempre all’acquisto.