I grandi vini artigianali nella grande distribuzione: sei favorevole o contrario?

Ricorre abbastanza spesso in rete il tema “grandi vini nella grande distribuzione”. C’è chi è favorevole, chi assolutamente contrario e chi cerca di farsi un’opinione sensata.

Di recente mi sono imbattuto in una serie di commenti su Facebook ad un post di una persona che aveva scoperto un noto vino italiano sugli scaffali di un punto vendita GDO. Si registrava lo sdegno di molti per quelle poche, pochissime, bottiglie collocate sullo stesso scaffale con altre etichette perlopiù sconosciute e di qualità nettamente inferiore. È seguito poi il commento del produttore che, correttamente e in maniera assolutamente condivisibile, avvertiva tutti i suoi clienti e consumatori che l’azienda non aveva mai venduto quel vino a nessun marchio di GDO, e che quindi quelle bottiglie erano giunte su quegli scaffali per vie traverse. Continuavano i commenti sdegnati…

Il punto saliente a mio avviso – che ha colpito subito la mia attenzione appena vista la foto delle bottiglie sugli scaffali – è che quel vino veniva venduto ad un prezzo correttissimo; non svenduto – come spesso succede, quando un prodotto molto conosciuto viene utilizzato come specchietto per le allodole, con prezzi stracciati che dovrebbero invogliare a entrare in quel supermercato – ma al contrario offerto allo stesso prezzo di una qualsiasi enoteca, anzi forse a qualche euro in più.

Il problema su cui si dibatteva quindi non era il prezzo ma la collocazione “sacrilega” di quel vino su uno scaffale di supermercato, con conseguente presunta perdita di dignità del vino stesso. Alcuni commentatori del post erano arrivati a dire che un ottimo vino artigianale (come quello in oggetto) se posto in GDO perde tutto il suo valore, viene privato della sua qualità e della sua originalità.

Una cosa da pazzi! Non condivido assolutamente questo ragionamento.

Posso al massimo accondiscendere sul fatto che un prezioso vino artigianale non trovi la sua collocazione ideale sugli scaffali della GDO – dove in larghissima parte si trovano solo vini industriali di mediocre fattura – ma pensare che per questo venga “svalutato”, o non considerato più per quello che realmente è (e cioè, lo ripeto, un ottimo vino artigianale), è assolutamente insensato.

Qualcuno era arrivato quasi a sostenere che la collocazione sugli scaffali della GDO potesse in un qualche modo incidere sulla qualità di quelle bottiglie, perfettamente sigillate da tappi di sughero originali e capsule metalliche. Un’idiozia totale…

In generale in Italia comprare vino nella GDO non è gratificante e – come ha scritto tempo fa Giancarlo Gariglio – è necessario conoscere i 3 trucchi fondamentali per comprare un buon vino al supermercato (clicca qui per leggere per intero l’articolo).

Ma se solo visitassimo un super o ipermercato in Francia troveremmo quasi sempre – accanto ovviamente a cataste di vini di mediocre qualità, venduti a prezzi ridicoli – uno scaffale “più bello”, spesso chiuso a chiave, dove sono esposti i premier cru di Bordeaux, i grand cru di Borgogna, le etichette cult di Champagne e via dicendo. Per i francesi è normale trovare un grande vino in grande distribuzione. Così come una grande confezione di caviale o dell’ottimo fois gras…

Comprare vini in enoteca ha il grande vantaggio del rapporto diretto con l’enotecario, che può narrare, indirizzare, consigliare; nella GDO l’acquisto avviene “in solitaria”, e spesso questo tête-à-têtecon l’enorme scaffale stracolmo di bottiglie mette a disagio e disorienta chi ama bere del buon vino ma non conosce le etichette esposte. Ma se l’etichetta – per un qualsiasi motivo – è nota, e contraddistingue un buon vino artigianale di cui molti amici o conoscenti hanno tessuto le lodi, perché non approfittare?

Quando si sono messi nel carrello dei bocconcini per gatti che costano al chilo più del filetto di manzo (convinti che siano l’unica cosa che il micio possa mangiare), una confezione di ammorbidente per lavatrice che costa come una cassetta intera di sapone di Marsiglia (ma che da un profumo ai vestiti, che non esiste in natura, di cui non si può più fare a meno), e delle ricercate bottigliette di the freddo che costano come un intero campo raccolto nel Darjeeling, perché fermarsi davanti alla bottiglia “di grido”, che non viene acquistata perché si ritiene disdicevole trovarla in quel luogo?

Scusatemi, ma io non riesco a capirlo…