I francesi producono vini alla moda italiana, sapete quali?

In un recente viaggio in Jura – nuova mecca dell’enoturismo fighetto, fatto insieme ai miei colleghi – ho avuto modo di visitare alcune delle cantine più importanti e rinomate di questa regione, che al netto della battuta precedente, ci ha conquistato per la simpatia dei vignaioli e per i suoi vini strepitosi. Siamo stati accolti, tra gli altri da due mostri sacri dello Jura come Gavenat e Bénédicte & Stéphane Tissot. Due aziende molto differenti tra loro, la prima può contare su una superficie di proprietà di medie dimensioni (poco più che una decina di ettari) la seconda arriva a quasi 50 ha. Entrambe conservano però uno spirito artigianale che convince e certamente una passione nei suoi protagonisti che ci ha conquistato.

In questo articolo vorrei gettare un sasso nello stagno, lanciare una provocazione e un ragionamento. Non mi addentrerò in un racconto dei vini che abbiamo assaggiato e che devo dire sinceramente di aver trovato strepitosi. Piuttosto, mi ha stupito un dettaglio che ho colto in entrambe le cantine.

Parto da una breve introduzione. Quando noi italiani, noi piemontesi in particolare, varchiamo i passi alpini, addentrandoci nei tunnel costruiti dai nostri avi, lo facciamo sempre con un misto di bambinesco stupore, frammisto a rispetto quasi religioso verso i cugini transalpini che sul vino hanno saputo compiere opere produttive e commerciali, per ora, superiori alle nostre. Lasciamo stare le considerazioni giustissime sulle differenti storie dei nostri paesi, sul passato, sulla magnifica rincorsa che ha visto l’Italia arrivare ormai a un passo da loro. Tutte affermazioni condivisibili al 100%.

Resta, in ogni caso, questa giusta ammirazione per le loro regioni vitivinicole, per la fama costruita nei secoli e per la forza di tutto un apparato statale, che meglio dell’Italia ha compreso quanta importanza possa avere il vino di altissima qualità nello sviluppo economico di una nazione.

Bene, questo il prologo. I fatti invece sono i seguenti. In entrambe le aziende visitate i vignaioli ci hanno raccontato che stanno iniziando a produrre alcuni esperimenti con metodo italiano. E che sarà mai questo metodo italiano? Mi è venuto da chiedere. E allora mi hanno fatto vedere alcune anfore, tutte di provenienza toscana. nel caso di Tissot sono oltre 25, mentre Gavenat per il momento ne ha pochine. In più stanno provando a macerare sulle bucce chardonnay e savagnin. Insomma, quello che per gli italici è un’influenza georgiana, per loro è un sistema che hanno incontrato nelle visite fatte in Italia.

Stesso discorso che ho incrociato anche in California, visitando una delle nostre nuove Chiocciole 2018, Matthiasson, produttore di grande livello che realizza una Ribolla Gialla macerata molto intrigante. Insomma, dopo aver importato modelli di affinamento dei vini non tradizionali in Italia, come la barrique di rovere francese, esporteremo quindi cocci di produzione toscana?

Un’ipotesi che mi fa sorridere, ma mi intriga allo stesso tempo. Perché le mode (senza accezione negativa, per quanto mi concerne) nel nostro piccolo mondo sono rapidissime a contagiare territori molto differenti tra loro e a prorogare sistemi che ben si adattano a un vitigno ma molto meno ad altri. Mi viene in mente la furia che a cavallo tra fine anni Novanta e inizio Duemila fece piantare in Toscana e, in modo minore, in Piemonte impianti con 8.000/10.000 ceppi per ettaro, perché in Borgogna si faceva così.

Con lo sguardo laico e anche curioso, mi ritrovo a pensare a cosa sarà tra trent’anni quando magari ci si recherà in altri paesi, di alta nobiltà enologica, e magari i vignaioli, giustamente inorgogliti, ci faranno vedere invece delle barricaie (un termine bruttissimo che ho sempre odiato) le loro anforaie (sostantivo ancora più orrendo). Che dite? Accadrà così? E magari accadrà come con la pizza? Gli americani penseranno di averle inventate loro le anfore?