Il grande viaggio nel vino italiano: finalmente è tra noi!

37d37332a84c63c1864d4bdf29fdb722f9bc049d_grande_viaggio_vino_900x631Ormai se ne parla ampiamente in rete, le prime, numerose, immagini sono uscite. Noi lo vogliamo fare ufficialmente con tutti i crismi, perché il libro “Il grande viaggio nel vino italiano” (clicca qui per acquistarlo a prezzo scontato) lo merita davvero. Un volume ricco di storie e di fotografie molto belle. Difficile raccontarlo senza averlo tra le mani, anche perché è un libro che ha sostanza e peso, però noi ci proveremo lo stesso. Oggi pubblichiamo l’introduzione e poi a giorni alterni vi racconteremo quali produttori abbiamo raccontato e quali storie potrete approfondire.

Ma ora lasciamo spazio alla nostra introduzione.

 

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Prima degli anni Ottanta chi scriveva di vino, ed erano pochissimi in Italia, viaggiava in lungo e in largo per il nostro Paese. Era naturalmente più semplice, perché il numero di cantine era ridicolo se confrontato con quello attuale, e di certo era anche un poco più avventuroso, perché quasi sempre si trattava di scoperte, di aziende di cui ancora nessuno aveva scritto o parlato. Così, se abbiamo avuto la fortuna di incontrare i produttori di un tempo, quelli “lanciati” da Soldati, da Veronelli o da Brera, ricordiamo i colloqui con questi personaggi come delle epifanie, dei momenti di assoluta grazia, come se fossero eroi omerici, capaci in poche mosse di cambiare i destini di un’azienda.

Loro sono stati i maestri, non c’è nulla da discutere. Questi giornalisti utilizzavano la visita in cantina come strumento primario, mentre l’incontro vis-à-vis era conditio sine qua non per poter scrivere, raccontare e giudicare. In seguito, negli anni Ottanta, abbiamo assistito a uno sviluppo così ampio di cantine lungo tutta la Penisola che in breve tempo sono nate quasi per necessità le guide come le conosciamo oggi: strumenti allora indispensabili per il consumatore e l’operatore di settore che volevano stare al passo con i tempi e comprendere come stava cambiando l’Italia del vino. Le prime edizioni di Vini d’Italia – pubblicata in coedizione fino al 2009 da Slow Food Editore e dal Gambero Rosso – sono state costruite grazie al sistematico pellegrinaggio presso piccoli e grandi produttori del nostro Stivale, ma da un certo punto in poi è diventato impossibile proseguire in questo modo: un ristretto numero di grandi professionisti non poteva materialmente visitare tutti. Per questo motivo il momento più importante per giudicare i prodotti vinicoli italiani si è progressivamente spostato dalla vigna al tavolo di degustazione, con lunghe sedute di assaggi alla cieca di campioni resi anonimi una volta arrivati in redazione. Le etichette sostituivano i volti e le mani dei vignaioli ed era inevitabilmente più complicato mantenere un rapporto stretto e diretto con tutti.

Le guide, e in particolare la nostra Vini d’Italia, hanno svolto un ruolo di primo piano nella divulgazione e nella promozione del vino italiano in patria e nel mondo. Ma a fine anni Novanta e nei primi del Duemila il piccolo mondo della critica enogastronomica ha subito un notevole cambiamento indotto dalle nuove abitudini produttive dei vignaioli. Fino ad allora, infatti, la produzione tecnica in cantina aveva mantenuto un ruolo predominante nella realizzazione di un vino. A un certo punto invece, grazie ad alcuni precursori vigneron, la critica ha iniziato a riscoprire il ruolo strategico della vigna e della viticoltura per valutare ciò che si trovava nel bicchiere, sempre più ponderante rispetto a quell’enologia di cantina che aveva prepotentemente tenuto banco. Riequilibrare questi pesi è stato un bene, perché ha portato un vento di freschezza di cui si sentiva un gran bisogno.

La rinnovata attenzione per l’agricoltura, nella fase di produzione di un vino, ha segnato anche una nuova presa di coscienza da parte di Slow Food: la nostra associazione aveva bisogno di uno strumento tutto suo per poter raccontare al meglio questa rivoluzione. Ecco che nel 2010 nasce la guida Slow Wine, che torna a basare gran parte del proprio operato sulla visita in cantina: perno attorno a cui si muove tutto il lavoro del critico. Visitare, conoscere, incontrare chi fa il vino e solo dopo degustare la sua bottiglia ci è parso più ragionevole, più logico. Questo netto cambio di prospettiva ha dato vita anche un differente tipo di narrazione, visto che ci ha portato a incontrare nuove persone e a raccontare storie diverse. Siamo usciti da un percorso già scritto e già visto.

Il libro che avete di fronte è il coronamento di questo nostro cammino, un punto fermo che lasciamo tra la storia e il futuro del nostro percorso. Abbiamo deciso di rischiare e di non affidarci alla narrazione dei soliti noti, quei produttori che hanno fatto la storia del vino italiano, con grande merito. Non volevamo un volume alla memoria, ma un libro proiettato verso il futuro. Vi volevamo parlare e far vedere, grazie a un magnifico impianto iconografico realizzato dal fotografo Davide Gallizio, le nuove leve del vino italiano. Abbiamo scelto venticinque storie esemplari, ai nostri occhi, che testimoniano dove si sta dirigendo l’enologia italiana e quali strade ci piacerebbe imboccasse. Sono quasi tutti giovani, ma non cercavamo il giovanilismo fine a se stesso, piuttosto desideriamo farvi conoscere la freschezza delle idee e dei progetti, la voglia di innovare, di guardarsi indietro per compiere un balzo in avanti.

Il libro che avete tra le mani non ha assolutamente l’ambizione di essere esaustivo e tanti altri bravi vignaioli ci sarebbe piaciuto poter includere. Ci siamo soffermati su alcune donne e uomini che sapevamo avere qualcosa di profondo da raccontare e da comunicare. E poi abbiamo scelto di creare un collegamento tra i loro vini e la cucina locale, perché le bottiglie che abbiamo selezionato dalle cantine dei nostri protagonisti hanno un impianto così tanto legato al terroir che il cibo della zona diventa un ambasciatore tanto importante quanto il vino. Così tra le fotografie fanno capolino anche alcuni grandi cuochi e cuoche nei loro locali: sono stati i primi o i più importanti a credere nelle imprese delle cantine di questo volume, in un connubio che ha giovato a tutti e che ci sembrava utile rappresentare anche con alcune ricette cardine.

In definitiva si racconta la storia di un’Italia bella, che funziona, che lancia un esempio positivo di quello che si sta facendo in periferia, nelle campagne, fino a trent’anni considerate il rifugio dei figli stupidi – perché quelli furbi erano destinati a fare carriera in città – e ora divenute tutto a un tratto possibile luogo d’intelligente sviluppo economico e sociale.

Raccontare questi volti è stato per noi un piacere, trascorrere delle ore con i vignaioli è la parte più appagante del nostro lavoro; inutile dire quindi che questo libro è un invito al viaggio e a percorrere i passi che ci hanno portato a (ri)scoprire alcuni dei luoghi del nostro Paese, tra i più belli, struggenti e ricchi nel più ampio senso del termine.