Giornalisti enologici ladri? Forse sì, ma di polli…

Ho letto con molto interesse l’articolo pubblicato da Daniele Cernilli sul suo sito doctorwine.it dal titolo “Il codice etilico” dove si paragonava la condotta di uno scribacchino italico di vino che si sarebbe fatto pagare la festa di compleanno da un produttore di vino (per tutti i dettagli, tranne il nome vi consiglio di leggere il pezzo sopra citato) e quella impeccabile di Monica Larner, corrispondente per l’Italia del prestigioso marchio The Wine Advocate.

Concordo pienamente con Cernilli su quanto scritto, assolutamente da condannare il malcostume italico, ma vorrei ampliare la riflessione, non per giustificare i comportamenti scorretti ma piuttosto per contestualizzare il sistema che genera queste storture. Quando ho iniziato a lavorare per Slow Food in ambito enoico, era il 2002, ero il più giovane tra i relatori in ogni contesto, che fosse una presentazione, una degustazione, un laboratorio, ecc…

A 15 anni di distanza, è triste dirlo, ma quasi sempre sono ancora il più giovane (e ho 41 anni!). Tragico. Non esiste ricambio generazionale nel nostro lavoro, perché non ci sono i margini per pagare gli stipendi; per chi vuole fare giornalismo enologico puro, se uno desidera fare informazione e non comunicazione, non c’è trippa per gatti in Italia.

Monica Larner lavora per un colosso che in Italia non esiste, soprattutto per le possibilità economiche che mette a disposizione dei suoi collaboratori. Era il 2013 quando Antonio Galloni lasciò la corte di Parker e venne assunta Monica al suo posto. Proprio allora si aprì anche un contenzioso economico e legale tra il vecchio collaboratore e il suo boss e in quella occasione furono anche pubblicati i compensi che Antonio percepiva: 300 mila dollari all’anno più 5.840 dollari per le spese. Un budget di questo tipo (di cui può probabilmente godere anche Monica Larner) mette sicuramente al riparo Parker dal fare brutte figure e permette ai suoi collaboratori di essere irreprensibili e pagare fino all’ultima spesa quando vengono invitati.

In Italia nessuno, ripeto nessuno, si avvicina a questi compensi, probabilmente non arriva lontanamente neppure a percepire il valore mensile delle budget spese dei colleghi americani. Questo non significa che sia giusto vivere di espedienti e di “scroccare” feste, piuttosto è un elemento che deve far riflettere i giudicanti ma anche i giudicati (ovvero i produttori di vino italiano).

Avere una schiera di scribacchini italici sempre più vecchi, sempre meno pagati, sempre più ruffiani (perché non indipendenti) è un handicap che alla lunga forse il vino del bel Paese non si può permettere. Per cui ben venga un codice etilico (interessante quello adottato da Daniele per lui e tutti i suoi collaboratori), ma mi pare anche importante capire quali potrebbero i margini per assicurare maggiore indipendenza e un ricambio generazionale al settore che mi dà da vivere.

Perché il sistema ora non funziona e per il momento possiamo contare esclusivamente sull’eticità del singolo, in quanto le condizioni per esserlo davvero non sono assicurate dalle economie globali della critica enologica italiana. Aggiungo una provocazione, magari non sarebbe meglio, piuttosto che organizzare party pantagruelici per il giornalista di turno investire gli stessi soldi in veri progetti culturali e di informazione vitivinicola? Meno cene e più libri, video, documentari, applicazioni e così via?

 

 

  • cernilli

    Giancarlo, hai ragione, però va anche detto che esistono giornalisti che scrivono di vino e che sono assunti da importanti quotidiani. Certo è che la polverizzazione dell’informazione enogastronomica che si è prodotta negli ultimi anni, diciamo a partire dalla fine della collaborazione fra Gambero Rosso e Slow Food nel 2009, ha determinato molti problemi. Compreso il fatto che mille piccole voci non riescono a superare il “rumore di fondo” e ad avere un ruolo efficace d’informazione. Ricordo bene quando lavoravamo insieme e quando Slow Food diede spazio a molti giovani, tu, Tiziano Gaia, lo stesso Sangiorgi, Gigi Piumatti, Gianni Fabrizio, e il Gambero “imbarcò” Eleonora Guerini, Giuseppe Carrus, Antonio Boco e Paolo De Cristofaro, allora meno che trentenni. A tutti venne dato uno stipendio e la possibilità di essere indipendenti. Oggi la crisi dell’editoria ha colpito duramente, e gli spazi sono minori. Però da questo a percorrere strade improponibili, che fanno del male a tutti coloro che cercano comunque di non “svaccare” come quella che ho descritto, ce ne corre.

    • Assolutamente d’accordo con la tua analisi, giusto prendere una posizione dura rispetto a questi comportamenti che infangano il lavoro di tutti, però mi piacerebbe contribuire a trovare soluzioni economicamente sostenibili per dare un futuro al nostro settore, perché così non va. Grazie per il tuo contributo sul nostro sito.

    • Fabio Giavedoni

      Grazie Daniele che non mi hai messo tra i “giovani” al tempo assunti da Slow Food… 🙂

      • cernilli

        Fabio, tu battagliavi al mitico Godot Wine Bar di Bologna. Un lavoro ce l’avevi già. Poi hai fatto scelte diverse e sei approdato al giornalisno enogastronomico.

        • Fabio Giavedoni

          È vero Daniele, è passato così tanto tempo che me ne sono dimenticato… 🙂

    • Alberto Di Francesco

      Signor Cernilli, che a lei, in tarda età (visto che si parla anche di giovani) sia venuto lo scrupolo di pensare a un codice etilico fa molto piacere. Ma prima di adottare questo codice, sarebbe bello se potesse spiegare la stretta correlazione tra i giudizi della guida vini del Gambero Rosso quando lei era direttore/curatore e le consulenze affidate dalle aziende premiate – o aspiranti tali – a Marina Thompson, sua moglie titolare dell’agenzia omonima che gestisce/gestiva le relazioni pubbliche per aziende e consorzi e organizza / organizzava eventi in Italia e all’estero.

      • cernilli

        Cominciamo, anche se la cosa l’ho spiegata mille volte. Io ero il curatore della guida dei vini di Gambero Rosso e Slow Food, realizzata da un gruppo di lavoro. Non davo giudizi personali, partecipavo a commissioni d’assaggio dove c’erano molte altre persone, i “tre bicchieri” erano assegnati da un panel formato da almeno sette assaggiatori, fra i quali alcuni erano responsabili di primo piano di Slow Food. Parlo di Gigi Piumatti, Piero Sardo, Giacomo Mojoli. Poi Gianni Fabrizio, Vittorio Manganelli e inizialmente lo stesso Petrini. Quindi, ripeto, non ero io da solo a premiare e non ero neanche in grado di orientare i giudizi, cosa che non ho peraltro mai tentato di fare. Ho sposato Marina Thompson nel 1996, dieci anni dopo che la guida era uscita, e lei svolgeva un lavoro, non di pubbliche relazioni, ma d’importazione di vini negli Usa fin dal 1981, ben prima di conoscermi. Non c’è mai stata una “stretta correlazione” fra i vini premiati e l’attività di mia moglie, che si è svolta per lo più nell’ambito del Gambero Rosso, perché dal 1994 al 1999, e poi dal 2006 al 2010, il suo lavoro è consistito nel realizzare manifestazioni per il Gambero Rosso, come consulente aziendale. Quindi tiriamo via quegli anni dai dubbi. Per resto la sua attività non ha quasi mai riguardato le pr per singole aziende, se mai consulenze di marketing per gruppi di cantine o consorzi limitatamente ai mercati americani e del Nord Europa. Molto diverso dalle pubbliche relazioni, quindi. Quello che lei afferma è semplicemente falso, fa parte di una serie di diffamazioni rivolte a me e a mia moglie da persone che non sanno come sono andate le cose e fanno solo esercizio di malanimo e di maldicenza. Se poi lei fosse così gentile da dire quali siano state le commistioni fra i premi e l’attività di mia moglie, forse potrei risponderle nel merito caso per caso e chiarire ulteriormente. Le posso solo dire che non ritengo di dover accettare lezioni di deontologia da chicchessia, neanche sotto forma di domande maliziose, solo perché chi afferma certe cose non si prende la briga di informarsi. La invito perciò a farlo e a non ripetere cose del genere che creano danni all’immagine mia e di mia moglie.

        • cernilli

          Aggiungo che quando io e Marina ci siamo sposati, lei ha interrotto la sua attività d’importatrice e le parti più commerciali del suo lavoro proprio per evitare problemi, rinunciando all’epoca a una cifra considerevole e mentre io ero il cassa integrazione per le vicende tempestose che colpirono il Gambero Rosso fra il 1993 e il 1997. Quindi, e mi rivolgo a tutti i lettori di questo sito, di certo non nuotavamo nell’oro, vivevamo in un appartamento di 50 metri quadri, in affitto, e facevamo fatica ad arrivare alla fine del mese. Sarebbe stato facile comportarsi diversamente e sfruttare delle rendite di posizione, ma non l’abbiamo fatto, semplicemente. All’epoca con molti dei “vecchi” di Slow Food c’era una frequentazione quasi quotidiana, loro potrebbero dire se quanto affermo corrisponde o meno alla verità.

  • Anonimo Fustigatore

    Interessante questa discussione però mi pare che parta con il piede sbagliato, perché il moralizzatore di turno (Cernilli) mi pare sia un giornalista che ha un tariffario dedicato al suo sito, dove ad esempio bisogna sborsare 200 € per vedere il proprio vino pubblicato sulla newsletter oppure altri 200 per un abbinamento cibo/vino. Chi si fa pagare per scrivere dovrebbe far silenzio per primo, o non è così?

    • cernilli

      Non è vero. Lei si riferisce a contratti pubblicitari e non a contenuti di articoli. Nessuno paga per un articolo, si paga per un banner chiaramente pubblicitario. Io non mi faccio pagare per scrivere, mai, tanto che i redazionali non sono previsti su Doctor Wine. Se poi lei si firmasse potrei anche dimostrarglielo concretamente in sedi specifiche.

  • Maurizio Gily

    Il punto è che il mercato editoriale di lingua inglese, soprattutto quello che si riferisce a vini di gamma medio-alta, è almeno 10 volte quello in lingua italiana, forse di più. E questo genera introiti diversi per gli editori. Inoltre ha un pubblico più disponibile a pagare l’informazione a fronte dell’indipendenza dei wine-writer, quanto meno supposta, quanto meno credibile, laddove il winelover italiano ama spesso dare del marchettaro a tutti (quando è vero, e anche quando non è vero) ma poi l’informazione la vuole gratis (e chi paga allora?). Ciò detto, tuttavia, gli scrocconi abbondano dappertutto, pure in Amerika.

  • Più che tra stipendiati, volontari e scrocconi, vorrei che si facesse luce tra lobbisti e indipendenti e non mi dite che dipende dall’essere pagati o meno. Sempre che alcune cantine rinuncino a certe collaborazioni- supervisioni. Per il resto è un argomento trito e ritrito che serve giusto a scrivere un post.