Elogio del vigneto spettinato (ma non dei vini trasandati e trascurati)

Per la prima edizione di Slow Wine, nel 2010, chiedemmo a Maurizio Gily – bravo e conosciuto agronomo piemontese che propone le sue consulenze in varie regioni d’Italia – una serie di “contenuti tecnici” da inserire all’interno delle pagine della nostra pubblicazione: pagine che furono lette con grande attenzione da tanti, e che ancora oggi risultano attualissime.

Vogliamo qui riproporre integralmente il pezzo che Maurizio intitolò Elogio del vigneto spettinato, che condividiamo pienamente e che consideriamo una pietra miliare per la formazione del nostro modo di andare a visitare i vigneti delle aziende recensite in Slow Wine in questi anni.

Capita a volte di visitare un vigneto che sembra un giardino all’italiana, in cui il viticoltore o il proprietario mostra con orgoglio filari di un verde intenso e brillante, con grandi foglie e chiome dense, a formare siepi perfettamente tosate, all’interno delle quali brillano grappoli grandi e lucenti: non un filo d’erba, non una foglia secca, una muffa, una rosicatura d’insetto. Una natura priva di rischi, modellata in una geometria cartesiana: spettacolo magnifico, che esalta il ruolo del vignaiolo giardiniere, “educatore” della terra.

È questa viticoltura di “qualità”? A rischio di far arrabbiare qualcuno, io temo di no.

In Piemonte c’è un detto: “al vin pi bon ven d’la vegna dal plandron”, cioè il vino più buono viene dalla vigna del pelandrone. Non è da prendere alla lettera, perché per fare un buon vino è richiesto comunque molto lavoro nella vigna, grande cura e tanta conoscenza: ma il proverbio contiene una verità di fondo.

Poeticamente Nietsche scriveva che solo chi ha il caos dentro di sé può partorire una stella danzante. E non è da vigneti ove il caos è bandito che, in genere, si fanno i grandi vini ma, piuttosto, da quelli “spettinati”. Hanno foglie piccole, verde chiaro, a formare chiome piuttosto rade, incapaci di bloccare la luce e il vento, che quindi in parte le attraversano; i grappoli sono più piccoli della media, gli apici vegetativi (cioè le “punte” dei rami principali e secondari) si proiettano in alto a cercare la luce e ricadono in tutte le direzioni, indisciplinatamente: ma solo fino ad agosto, perché poi la loro crescita si arresta. Quando l’uva comincia a cambiare colore, tutta l’energia disponibile, in un vigneto equilibrato, si sposta verso la maturazione del frutto, la lignificazione dei tralci (definita tecnicamente agostamento), la formazione di riserve nel tronco e nelle radici: anche per questo non è più necessario “tosare” e ordinare i filari.

Il suolo, almeno per buona parte dell’anno, non è nudo ma ospita una flora variegata: quella che tecnicamente si è soliti chiamare “infestante” perché l’agricoltura, come diceva un mio vecchio professore, altro non è che una diuturna lotta contro le infestanti.

La moderna monocoltura ha soppiantato l’antica pratica della consociazione, cioè la coltivazione di specie diverse sulla stessa parcella, tuttora praticata nell’agricoltura di sussistenza del Sud del mondo, con molteplici vantaggi per la fertilità del suolo.

Fino agli anni Cinquanta in Itali, tra i filari del Nord, tra gli alberelli del Sud, sotto le pergole del Veneto, del Trentino e dell’Emilia si coltivavano cereali, legumi, foraggi, patate. Ancora oggi sulle terrazze della penisola sorrentina si coltivano agrumi, viti e ortaggi su tre diversi piani orizzontali.

 

Insomma il pensiero di Gily, verificato e confermato continuamente da tutti i collaboratori di Slow Wine, è molto semplice: gestire in modo troppo artificiale un vigneto – in monocoltura totale, senza un filo d’erba fuori posto, come fosse un giardino all’inglese – può dare un’uva discreta ma mai adatta a vini veramente buoni ed espressivi; viceversa i vini di cui ogni tanto ci innamoriamo vengono sempre da vigneti non troppo pettinati, “lasciati un po’ in pace” da chi li coltiva, liberi di esprimersi nel miglior modo possibile al fine della produzione di uva veramente buona.

 

Tutti gli ottimi vini “naturali” che ci capita di assaggiare – più spesso recensiti su Slow Wine con un riconoscimento di grande valore – vengono da una viticoltura “spettinata” e da pratiche di cantina che intervengono il meno possibile per preservare interamente l’altissima qualità delle uve, volendo in questo modo esprimere pienamente il concetto (ripetuto all’unisono da tutti i produttori) che sta alla base di questi vini: “essere piena e perfetta espressione della varietà e del territorio da cui provengono”.

Di recente però, e purtroppo con eccessiva consuetudine, capita di incappare in vini provenienti senza dubbio da vigne “giustamente spettinate” – e quindi meritevoli di grandi attenzioni – ma che si fa fatica ad apprezzare all’assaggio per evidenti difetti di vinificazione, o errori di conservazione, che non soddisfano il palato ma che, soprattutto, minano profondamente il postulato di cui sopra (“la piena e perfetta espressione della varietà e del territorio da cui provengono”): implacabili e monolitiche riduzioni, rassegnate e mortali ossidazioni, acidità volatili fuori controllo, eccessive presenze di brett, ecc., sono difetti che omologano il vino in maniera imperdonabile, dando quel codificato gusto “da vino naturale” – così oramai viene definito da molti appassionati – tanto a una Barbera piemontese quanto a un Montepulciano d’Abruzzo o a un Sangiovese toscano o romagnolo (evito per comodità gli esempi da uve bianche).

In genere questi sono vini che vengono prodotti con sciatteria, con poca cura e poco rispetto per l’uva, senza alcuna nozione “sensata” di enologia, consegnandosi completamente nelle mani della provvidenza; trascurati nella loro evoluzione e abbandonati a sé stessi nel loro percorso di formazione: sono vini trasandati, che con qualche semplice intervento “naturale”, per nulla invasivo (come un travaso, per esempio, o una pulizia più accurata delle botti di legno o degli attrezzi di cantina), potrebbero apparire senza dubbio più composti e più apprezzabili.

Certo, perderebbero quell’aria di trasandatezza e trascuratezza che oggi fa tanto “naturale”; continuerebbero, allo stesso modo, ad essere figli di una viticoltura naturale e di un’enologia assolutamente rispettosa ma risulterebbero più “pettinati”, “benvestiti”, “a modo”, e questo andrebbe in controtendenza rispetto alle richieste di chi – in particolare dei bevitori più giovani, che sempre più spesso (per fortuna) si dirigono con convinzione verso il mondo dei vini naturali – li troverebbe rispondenti a stili che noi chiamiamo “classici” ma che invece vengono giudicati vecchi e sorpassati, non “à la page”.

L’elogio del vino trasandato in fondo non mi appartiene perché, e di questo ne sono profondamente convinto, questi vini “naturali” non dobbiamo ammirarli – elevandoli a fulgidi esempi di una nuova scapigliatura enologica, come un certo gusto prevalente ha elevato a moda (assai seguita) l’estetica hipster – ma dobbiamo berli, introdurli dentro noi stessi per soddisfare il nostro piacere: e il verdetto a questo punto lo decreta il palato, la cultura e la storicità del nostro palato, e non questo contestabile immaginario che vede nella trascuratezza una presunta naturalità.

 

 

La foto di copertina è quella di un magnifico vigneto “spettinato”: la vigna del Ciso, in Trentino

 

 

  • Alessandro Manna

    Non ho la competenza “tecnica” agronomica, ma ordine e potature precise perché sarebbero un problema? Capisco il poco amore per il diserbo, (quello chimico satanico, ma anche quello meccanico), e certamente è cosa buona (così mi dicono amici agronomi) abbinare colture di supporto alla vigna e praticare il sovescio, ma al limite la similitudine sarebbe per vigneti con “i piedi sporchi” o “senza pedicure”, …ma ordinati in testa (pettinatura semplice, senza “permanenti” o colorazioni).
    A proposito i giardini ordinati e “perfettini” si definiscono all’italiana; quelli all’inglese sono i giardini “selvaggi” e romantici, dove non sembra apparire la mano dell’uomo.