Eccopinò 2017 e Francesco Guccini: l’Appennino che resiste

Francesco Guccini è stato l’indiscusso protagonista dell’ultimo Eccopinò, manifestazione organizzata dai Vignaioli del Pinot Nero, ormai affermata associazione che da anni valorizza la viticoltura appenninica (ne abbiamo parlato per esempio qui).

La presenza di tale artista ha inaugurato al meglio il nuovo corso di questo appuntamento annuale con i vignaioli. Nuovo perché da quest’anno, l’associazione ha deciso di descrivere il terroir dell’Appennino toscano attraverso i singoli aspetti che lo compongono.

Il clima, i suoli e il paesaggio saranno indagati nelle prossime manifestazioni in modo da individuare i caratteri comuni o le diversità che formano questo splendido territorio. Luogo nel quale tradizioni culturali e agricoltura rappresentano le uniche forme di valorizzazione e quindi resistenza per evitare lo spopolamento che lo caratterizza fin dagli anni Cinquanta.

Il primo elemento passato in rassegna è stato l’elemento umano. Eccolo allora entrare in scena il gigante dell’Appennino come è stato definito Guccini. Carismatico e leggero, nonostante la stazza, il cantante emiliano ha preso il centro della scena e ha saputo raccontare cinquanta anni di Appennino con parole lievi e incisive insieme.

“Non esiste più l’Appennino – ha detto – non esiste più la civiltà che lo ha creato”. I suoi racconti di esistenza quotidiana hanno descritto perfettamente l’umanità stretta intorno alla vita che formava il tessuto antropologico della montagna. Storie di emigrazione, di ritorni, di abbandoni e di comunità che oggi stanno invecchiando senza ricambio generazionale.

È in questo quadro che la viticoltura di ritorno operata dai membri dell’Associazione assume valore non solo agricolo ma sociale. Attirare lo sguardo delle persone e delle istituzioni verso i borghi appenninici, soffermandolo sui versanti una volta coltivati e ora in abbandono, con le pericolose conseguenze che ne derivano, significa poter in qualche modo garantire la sopravvivenza di uomini e paesaggi.

Ecco i vignaioli che fanno parte dell’Associazione:

 

Casteldelpiano

Licciana Nardi (Lunigiana)

Sabina Ruffaldi e Andrea Ghigliazza. Fuggiti da Milano per approdare in Lunigiana dove hanno acquistato i ruderi di un castello dei Malaspina, su una sponda del torrente Taverone. Qui hanno piantato una vigna con varietà locali e internazionali. Il loro pinot nero si chiama Melampo, il cane di Pinocchio. Biologici, producono anche olio e miele ed ospitano nell’agriturismo dentro il castello ristrutturato.

 

Podere Concori

Gallicano (Garfagnana)

Gabriele Da Prato. Nipote dell’oste del Pascoli che aveva la bottega in riva al Serchio, ha lasciato il lavoro di ristoratore per dedicarsi anima e corpo al vino. Conduce la vigna in biodinamica, “scoperto” anni fa da Gino Veronelli per il suo lavoro sulle varietà autoctone. Le sue vigne sono parte su un altopiano e parte in ripida discesa presso il fiume. Lo scorso anno una simpatica tromba d’aria gli ha spazzato via la cantina.

 

Macea

Borgo a Mozzano (Garfagnana – Media valle del Serchio)

Antonio e Cipriano Barsanti (detto Cipo). Antonio ha studiato flauto traverso a Parigi ed insegna musica, Cipriano, più piccolo, ha studiato enologia. Ma la vera risorsa dell’azienda è Maurino, dodicenne, figlio di Antonio, le cui gesta sono già leggenda. Anche la Macea è terra impervia, con vigne terrazzate in gestione biodinamica. Si narra che un facoltoso newyorkese all’arrivo in agriturismo arricciò il naso, ma al momento di andar via pianse dalla disperazione. Le sputacchiere sono bandite, qui il vino va bevuto.

 

Il Rio

Vicchio (Mugello)

Manuela Villimburgo e Paolo Cerrini, detto “il maestro”. Il primo del gruppo a piantare pinot nero quasi 25 anni fa. Lei giornalista con la voglia di fuggire dalla città, lui artigiano modellista orafo (un vero e proprio artista dalla mano finissima) oltreché promessa del ciclismo. Di grande inventiva: coltiva la vite con la “biforca mugellana” e molti suoi attrezzi in vigna e in cantina sono frutto del suo ingegno. Due ettari di vigna in due corpi distinti.

 

Terre di Giotto

Vicchio (Mugello)

Michele Lorenzetti. Doppia laurea in biologia ed enologia, consulente di biodinamica per vigne e cantine di ogni parte d’Italia. La vigna, splendida, è intarsiata dentro i castagni dell’Appennino in luogo detto Gattaia (da cui il nome del pinot nero). Come alla Macea anche qui non c’è trattore, tutto viene svolto a mano con il metodo biodinamico. Il suo ultimo progetto prevede la coltivazione di una vecchia vigna e il coinvolgimento di piccoli vignaioli del Mugello per produrre assieme a loro una selezione particolare di etichette.

 

Fattoria Il Lago

Dicomano (Mugello – Valdisieve)

Filippo Spagnoli. Proveniente da una famiglia di costruttori edili, prende un’altra strada dedicandosi alla grande fattoria che da piccolo ispezionava col nonno a bordo di un vecchio maggiolone. L’azienda più grande del gruppo sia in termini di superficie totale che di vigneto. Tutti i vecchi poderi sono stati ristrutturati per offrire un consistente numero di posti letto in agriturismo. Il lago è sede di gare di pesca sportiva.

 

Podere della Civettaja

Pratovecchio Stia (Casentino)

Vincenzo Tommasi. Enologo, consulente per diverse aziende, cura la sua vigna come i parroci di campagna curano le anime. Sei anni fa si è preso la briga di andare a pescare uno per uno i vignaioli nelle loro valli per riunirli in una associazione, col sogno di coinvolgere altri ancora a fare della viticoltura una nuova risorsa per l’Appennino. Coltiva tre ettari di solo pinot nero, biologici.