E se Montalcino fosse al di qua del Tanaro?

 

Quando sono stato coinvolto dagli amici della Banca del Vino di Pollenzo nell’organizzazione di una serata che avesse come protagonista Montalcino, mi sono letteralmente sfregato le mani. Sia per un senso di orgoglio toscano che gonfia il petto nel poter introdurre il sangiovese in Piemonte sia perché avevo carta bianca nell’ideare il tema della degustazione.

 

Credo di averci messo un secondo nel pensare a parlare di Montalcino attraverso il filo rosso della geografia che ha reso, questo splendido comune, uno dei luoghi più belli da visitare in Toscana. Proprio la peculiarità morfologica di questo territorio consente di iniziare un percorso di individuazione e differenziazione delle zona vitivinicole del comprensorio ilcinese.

 

Secondo Franco Biondi Santi ci vorranno almeno una decina di generazioni prima che si parli di zone a Montalcino. Se questo è vero, complice anche un progressivo e poco virtuoso allargamento del territorio vocato, dobbiamo anche sottolineare com gli ultimi anni hanno visto un numero crescente di produttori intenti nel valorizzare le micro zone di provenienza delle uve.

 

Montalcino condivide con le migliori zone enologiche del mondo, Borgogna, Mosella, Langhe per esempio, lo stretto connubio tra un unico vitigno e vigneto di provenienza. Ma se nelle suddette aree la storia ha definito una gerarchia qualitativa tale da affascinare milioni di appassionati di vino, per Montalcino le cose sono andate diversamente.

 

Certamente le condizioni storiche-sociali dalla quali è scaturita la vocazione vitivinicola di questo luogo sono ben diverse rispetto alle altre prestigiose regioni. Ma il Brunello di Montalcino ha una dignità e un’eccellenza assoluta che provengono dal sangiovese e da un territorio al quale questo vitigno si adatta alla perfezione.

 

Sottolineare le differenze tra altitudini, versanti, matrice dei suoli ed esposizioni, senza arrivare per forza a una definizione forzata di singolo vigneto, non può che favorire l’interesse e la promozione non di un singolo e indistinguibile marchio, il quale può nascondere molte insidie qualitative, bensì di un intero territorio capace di donare una miriade di sfumature dalla medesima origine.

 

Questo l’intento dal quale è scaturita la degustazione con protagoniste alcune aziende rappresentanti le diverse aree viticole del comprensorio. In ordine geografico da nord a sud erano presenti. Altesino Brunello di Montalcino Montosoli 2006, Canalicchio di Sopra Brunello di Montalcino 2006, Camigliano Brunello di Montalcino 2006, Tenuta di Sesta Brunello di Montalcino 2006, Tenuta Col d’Orcia Brunello di Montalcino Poggio al Vento Riserva 2004

 

Come avete capito partendo da Montosoli, baluardo settentrionale della denominazione, siamo arrivati fino ai declivi che conducono verso la Maremma. Un percorso esaltato dai bicchieri nei quali il comune denominatore del sangiovese costituiva la pagina bianca sulla quale il luogo e la mano del produttore coloravano la propria dversa ispirazione.

 

Naturalmente alcuni dei migliori Brunello sono frutto di un meticciato di uve sangiovese provenienti da zone differenti. Questa possibilità permette al produttore di registrare al meglio la propria idea di Brunello anche nella variabilità estrema di certe vendemmie. Ma ciò non toglie gli immensi vantaggi, anche promozionali, di una carratterizzazione del bellissimo territorio di Montalcino.

Guardare a un unico territorio come a una moltitudine di potenzialità, valorizzare i singoli versanti può rappresentare un modo possibile di esaltare una denominazione senza stravolgerne il paradigma essenziale del connubio vitigno-luogo di origine. Non saremo mai in Langa, ma ci possiamo provare