È iniziata la rottamazione della critica enologica

Vale proprio la pena tornare a ragionare sull’intervista a Marissa A. Ross realizzata dalla nostra Barbara D’Agapiti e pubblicata sul sito la scorsa settimana. Se ve la siete persa, niente paura, la potete leggere qui. Sono tanti i temi sollevati dalla blogger americana intorno al rapporto tra vino e comunicazione che, al di fuori dei nostri confini, sembrano delinearsi in modo molto complesso e soprattutto dinamico.

Tra le tematiche più significative che ho colto leggendo il post compaiono: i supporti tecnologici usati per parlare di vino, la discriminazione delle donne e la messa in discussione del ruolo puramente giornalistico della critica enologica.

Desidero soffermarmi su questo ultimo aspetto. Chi oggi è titolare di un ruolo critico sull’enologia italiana e non solo ha avuto, grossomodo, lo stesso percorso formativo; vale a dire un corso di degustazione (più o meno professionale ma comunque affidato alle classiche istituzioni come AIS, FISAR, ONAV, ecc.), una strada di comunicazione giornalistica (iscrizione all’albo, semplice pubblicista o un master specifico, come nel mio caso) e di conseguenza una presunta ma deontologica lontananza da collusioni interessate con singole aziende, distribuzioni e altri attori commerciali per mantenere il più possibile la propria indipendenza.

Ebbene Marissa sembra rottamare con leggera e ironica noncuranza un sistema di comunicazione che per lei, giovane americana, sembra quasi non esistere nemmeno.

Prima di tutto la questione della competenza. Molti di noi giurassici hanno passato e passano tanto tempo in compagnia di un bicchiere interrogando il liquido su provenienza, anima, stile e qualità. Per fare questo abbiamo ritenuto fondamentale perfezionare una formazione relativa alla tecnica di degustazione, alla geografia e alla storia dei luoghi produttivi; Marissa non ha frequentato corsi di nessun tipo e il suo palato si è sviluppato soltanto attraverso la deglutizione.

A un certo punto dice “Non ho mai pensato di scrivere di vino nella mia vita per vivere, stavo perseguendo l’obiettivo di fare commedia, scrivere per la televisione e recitare. Ho iniziato a per divertimento ed ho aperto il mio blog ‘Wine Time’ nel 2012 e facevo dei video web divertenti in internet presentando vini…”. A fronte di un percorso sempre più maniacale e specializzato che caratterizza la nostra critica, Marissa è entrata nel mondo del vino per puro caso e grazie a un incontro fortuito con un redattore del New York Times che forse aveva visto per caso un suo video su YouTube. Capito? La sua affermazione professionale non è avvenuta in seguito all’acquisizione di maggiore conoscenza in campo degustativo ma grazie al suo carisma, alla sua simpatia e alla capacità retorica di intrattenimento. In questo è stata fondamentale la disinvoltura con la quale Marissa riesce a passare da un mezzo di comunicazione all’altro.

L’aspetto però più eclatante di questa faccenda è rappresentato dal fatto che la figura di Marissa sia pienamente coinvolta nel ruolo doppiamente commerciale e promozionale dei vini che le piacciono. Non si pone problemi di distacco da questo o quel distributore, oppure non teme di suggerire le sue enoteche di riferimento. In poche parole il suo ruolo critico si relaziona con aspetti commerciali e promozionali che la nostra critica, almeno ufficialmente, bandisce dalla propria etica professionale.

Sembra quindi che per una certa parte di mondo i paradigmi fondanti la critica del vino, competenza, professionalità e indipendenza possano andare a farsi friggere. È davvero così? In parte sì e, dobbiamo dire, funziona alla grande. Il punto della questione è che figure come quelle di Marissa hanno finalmente fornito un nuovo linguaggio e argomenti originali al discorso sul vino. Hanno sostituito competenza con estrema curiosità, professionalità con incessante proposta comunicativa e indipendenza con dinamismo coinvolgente e retorica avvincente. Hanno relegato il giudizio analitico sul vino, simbolo numerico che ha fatto la fortuna di critici come Robert Parker e riviste come Winespectator a semplice gesto ozioso e autoreferenziale.

Difficile non prevedere tale sviluppo anche in Europa. Ruoli professionali come quello di Marissa si stanno sempre più affermando; non solo, tanti colleghi della critica enologica stanno “contaminando” il loro lavoro con attività imprenditoriali e relazioni che un tempo sarebbero state impensabili ma che non inficiano la loro autorevolezza. Si stanno semplicemente adattando ai tempi ormai cambiati.

 

Delegando ai supporti più veloci e compulsivi attualmente a  disposizione riflessioni, dibattiti e tutti i nutrimenti vari per la diffusione e crescita della cultura del vino si affermate nuove professionalità ibride tra giornalismo, comunicazione e promozione commerciale. Io che appartengo ancora ostinatamente alla vecchia scuola sono un po’ preoccupato ma ancora non abbastanza per la mia iscrizione a Facebook.