Dove finiscono le nostre parole?

criticaUno dei ruoli che la critica enologica italiana dovrebbe assumere è quello di diffondere la cultura del vino a un pubblico più ampio ed eterogeneo possibile, non identificato solo dagli appassionati. Questa funzione, nonostante la moltiplicazione dei mezzi di comunicazione, stenta ad assumere contorni ben definiti e fatica a imporsi con continuità, soprattutto nella sua declinazione educativa. La mia impressione è quella di una sostanziale staticità della critica contemporanea incapace di allargare i propri confini comunicativi.

 

A tal proposito, ho alcune domande, vaporizzate su uno specchio, sul ruolo della critica e della comunicazione del vino. Quali possono essere i motivi per cui la coscienza della viticoltura in Italia non riesce a occupare il posto che merita diventando in qualche modo di massa e fissare almeno i rudimenti dell’approccio al vino di qualità nell’immaginario nazionale? A chi arrivano, se arrivano, le nostre parole; sono utili?

 

Ho pensato sovente che il problema fosse interno al mondo del vino, la cui voce spesso si esaurisce nei confini di una comunità, certo estesa, ma impermeabile all’esterno e misconosciuta da chi non ha una passione vera e propria per l’argomento, escluso da un linguaggio percepito come elitario e autoreferenziale. Ho pensato anche che la causa di un divario in questo momento incolmabile tra la conoscenza approfondita dell’enologia nazionale e l’approccio amatoriale al vino potesse essere imputata all’insufficienza dell’ offerta formativa a carico delle varie associazioni preposte (tra le quali non escludo assolutamente la mia).

 

Mi hanno colpito in questi giorni le riflessioni di alcuni intellettuali sul fenomeno delle offese via internet lanciate a Pierluigi Bersani e Angela Merkel, dopo le loro disavventure, da parte di alcuni esagitati del web. In particolare trovo molto interessante il pensiero dello scrittore Giuseppe Genna, intervenuto a una trasmissione di Radio Tre, che riprendo a memoria. Genna vede in Italia uno straordinario divario tra tecnologia e cultura. In poche parole la veloce diffusione della tecnologia di massa, di cui i social network rappresentano l’aspetto più evidente, è a disposizione di un popolo culturalmente arretrato, incapace di utilizzare gli strumenti informatici in modo maturo e razionale.

 

Traslando con azzardo questo pensiero arrivo a supporre che l’estesa latenza di una preparazione enologica di base, sorda alla tante voci “esperte” del mondo del vino, affidate sempre più alla comunità virtuale, possa dipendere da un deficit culturale che non riguarda solo la viticoltura ma in realtà una più composita formazione di un patrimonio comune e condiviso che ha a che fare con l’identità nazionale, dimentica in particolare del suo passato agricolo, addirittura negato fin dagli anni Sessanta quando il paese si schiantava a tutta birra verso l’industrializzazione e affannosamente recuperato negli ultimi anni.

 

Se questo è ammissibile potrebbe risultare chiaro come il linguaggio espresso da noi addetti ai lavori non risulti solo difficile ma addirittura incomprensibile a chi vorremmo raggiungere. Per fare un esempio è del tutto inutile che io parli delle differenze dei comuni della denominazione Barolo se il mio interlocutore non ha neppure idea di cosa sia il vino Barolo e di collocarlo non dico nella storia ma almeno nella geografia.

 

Ciò che manca, a mio avviso, è uno strato diffuso di conoscenza riguardante proprio la storia e la geografia delle comunità italiane sul quale poter impostare un approfondimento che può riguardare sia il vino sia ogni altra declinazione culturale del nostro paese.

 

È chiaro che l’educazione alla degustazione di vino sia un elemento marginale nel bagaglio culturale di una persona, ma se la viticoltura facesse parte di un corredo di saperi tramandato e insegnato sarebbe più facile comunicare il mondo del vino a più livelli.

 

Vignetta tratta da http://noccioline.altervista.org/