«Domenico, pilastro di Langa, esempio e modello per molti». Il ricordo di Carlo Petrini

In vigna. Quando andavo a trovare Domenico Clerico, era quasi sempre questa la risposta che mi sentivo dare se chiedevo dove fosse. È lì che ha battuto sempre il cuore di uno dei più grandi innovatori della storia del vino piemontese, un uomo di una simpatia contagiosa e di una generosità enorme.

Ho avuto la fortuna di passare molto tempo con Domenico, fin dai suoi primi anni al timone dell’azienda. Classe 1950, Domenico infatti si trova a prendere le redini dell’azienda agricola nel 1976. Allora il podere produceva oltre al vino anche frutta e ortaggi ma, fin da subito e con l’accordo del padre Clemente, Domenico cambia radicalmente stile, concentrandosi esclusivamente sul vino e operando una consistente rivoluzione nel metodo di produzione. Cura maniacale del vigneto, diradamenti robusti e uso della barrique.

È l’epopea dei Barolo Boys, che tra gli anni ’80 e ’90 modificano il volto di questo angolo di Piemonte introducendo un nuovo concetto di qualità in un mondo che allora ancora veleggiava, non senza alcune potenti eccezioni, sulla quantità e sulla vendita in damigiane, sfuso. Un periodo a cui sono molto legato e che ha cementato la nostra profonda amicizia. È infatti il periodo in cui nasce e muove i primi passi il movimento Slow Food, un’epoca di grande fermento in ambito enogastronomico.

Domenico è stato certamente uno dei rappresentanti più combattivi di quella generazione di produttori che ha favorito il rinascimento enologico e culturale delle Langhe e in particolare della zona del Barolo. E lo è stato riuscendo sempre a farsi apprezzare non solo per la straordinaria qualità dei suoi vini, elogiati e bevuti in tutto il mondo, ma anche e soprattutto per la sua umanità, che lo ha portato a essere stimato e benvoluto non solo dagli altri produttori della zona ma anche dagli appassionati che frequentavano la sua cantina e ai quali non si è mai negato.

Domenico era un uomo coraggioso e appassionato. Per lui fare vino non era un lavoro, era una missione e un’ispirazione quotidiana. Amava visceralmente il suo mestiere e fino all’ultimo, nonostante stesse lottando con determinazione e grande coraggio contro la malattia che lo ha infine stroncato, ha fatto tutto quello che ha potuto nelle sue vigne e per il suo vino. Era un pilastro della Langa, un esempio e un modello per molti.

A Giuliana che lo ha accompagnato sempre con determinazione e affiatamento malgrado le prove che la vita ha loro riservato, va il nostro affetto e la nostra stima. La speranza per tutta la Langa è che questa pietra miliare del nuovo Barolo possa continuare a farsi onore nel mondo sulla scia del suo fondatore.

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it

  • sabrina dorigoni

    il mio tempo con domenico resterà sempre il tempo più bello parlando di vigna, di vino e di amore per il lavoro che abbiamo scelto