Dolcetto, una specie in via di estinzione

imagesProseguono con buon ritmo le mie visite in cantina per la guida Slow Wine 2015. Gli incontri costanti con i produttori piemontesi si trasformano in occasione di confronto sullo stato dell’arte del vino subalpino. Del boom incredibile del Barolo 2010 abbiamo già scritto. A questo proposito si può aggiungere che gli “amerikani” stanno svaligiando così pesantemente le cantine langarole che alcuni produttori di fama, che non hanno ancora imbottigliato la “magica annata” baciata da Galloni, l’hanno giù esaurita con le prenotazioni.

Gli stessi vignaioli fortunati, invece, mi hanno ampiamente documentato circa la situazione penosa in cui versa il Dolcetto. Un vitigno e un vino praticamente in via d’estinzione. Lo possiamo scrivere con cognizione di causa, visto che abbiamo sentito uno dei responsabili di Rauscedo (una delle aziende leader della vivaistica nostrana), che ci ha confermato che gli ordini di barbatelle sono completamente al palo. Nella stessa zona di eccellenza di questa varietà, Dogliani, ci sono tanti produttori che lo spiantano e lo sovrainnestano a favore del nebbiolo.

Stessa cosa a Barolo o Barbaresco, dove le cantine piantano nebbiolo anche nelle zone meno fortunate per produrre Langhe Nebbiolo. In pratica, il vitigno che aveva contribuito al sostentamento economico di queste colline nel Dopoguerra rischia l’oblio.

Quali le cause? È il nome, che trae in inganno consumatori poco attenti? Per altri è colpa della volontà di trasformare questo vino in qualcosa che non è, producendo un super Dolcetto, che strizzava gli occhi al Barolo. Alcuni fanno notare come il Dolcetto sia venduto soprattutto in Italia e quindi il calo dei consumi interni lo abbia colpito duramente. Difficile trovare una causa unica per questa situazione disperata.

Slow Food e Slow Wine ci hanno creduto molto e continueranno a farlo, supportando i produttori seri. Certamente i costi di produzione sono alti, almeno pari a quelli del nebbiolo, e i rischi in cantina sono maggiori (riduzioni a cui è molto soggetto l’uva dolcetto). E allora perché produrlo? Perché il Dolcetto (buono) regala grandi emozioni da giovane, con un’esuberanza fruttata croccante. Ma con il passare degli anni si ammorbidisce e si arricchisce di note speziate, che ricordano vagamente il syrah.

Quali le possibili soluzioni, prima che sia troppo tardi? Un produttore di Langa, di quelli che contano, mi ha stuzzicato buttando lì una proposta che sicuramente potrebbe far discutere, ma che non è del tutto stupida (se uno ci pensa bene). Allargare la doc Dolcetto d’Alba anche a Dogliani e a Diano, lasciando i vertici qualitativi alle docg e doc locali e raccogliendo invece il Dolcetto più beverino e meno da competizione per la denominazione albese.

Una cosa è sicura, il Salone del Gusto è alle porte. Tematica centrale: l’Arca del Gusto. Il Dolcetto sarebbe piaciuto a Mosè e lo avrebbe fatto sicuramente salire per salvarlo dal Diluvio. Noi facciamo lo stesso e corriamo a comprarne subito una bella boccia!