Doc Sicilia, un secondo punto di vista e possibili soluzioni alla battaglia del Grillo

Il problema che pone Antonino Barraco (leggi qui l’articolo pubblicato ieri) riguarda, in sostanza, una tutela delle minoranze. Che è una delle cose più difficili da fare quando si parla di denominazioni di origine: le cui regole, buone o cattive che siano, in quanto patrimonio collettivo non possono che essere decise a maggioranza.

Non sempre (ma quasi, come dirò oltre) è una maggioranza di persone, ma una maggioranza di vigneti in proprietà, di vino prodotto e di bottiglie commercializzate con quella denominazione, in quanto le rappresentanze sono proporzionali alle dimensioni produttive.

A mio giudizio sarebbe giusto garantire una maggiore rappresentanza nel consorzi di tutela alla componente dei vignaioli indipendenti, in forza del loro ruolo di portabandiera di prestigio delle denominazioni, tuttavia il principio di fondo è corretto: chi più usa la DOC/DOCG, e quindi più paga le spese di gestione della denominazione, ha più voce in capitolo. Per una modifica alla DOC del Chianti classico, ad esempio, non avrebbe senso che il parere del postino che coltiva un’ara Sangiovese per hobby pesasse quanto quello di Antinori. Nello stesso tempo se consideriamo che circa la metà del vino italiano (ma in Sicilia di più) è prodotto dalle cooperative, la maggioranza della produzione diventa anche la maggioranza delle persone, per cui l’obiezione che “pochi decidono per tutti” è due volte infondata.

Le DOC sono sempre frutto di compromessi, in cui si cerca di mediare esigenze diverse: ma infine nessun produttore è tenuto a riconoscersi in quelle regole (spesso criticabili, ed io le critico spesso), può decidere di stare fuori dalla denominazione e produrre un vino da tavola o un IGP, dove le regole sono più blande. Però a chi sta fuori alcune opzioni di denominazione del prodotto vengono precluse: e qui nasce, precisamente, il problema del Grillo. Si tratta di uno dei casi in cui il nome di vitigno è stato blindato all’interno della DOC (o DOP), in questo caso “Sicilia”, e lo stesso è stato fatto per il Nero d’Avola. Cioè non si puà pi usare il nome di vitigno se non nell’ambito della DOP Sicilia. Nulla di nuovo o di strano: vale ad esempio per tutte le DOP con nome di vitigno del Piemonte, dove infatti molti produttori di vini “naturali” non utilizzano la DOP e quindi nemmeno il nome varietale, oppure per il Pinot Grigio del Nordest, in forza della nuova DOP Pinot Grigio delle Venezie.

A qualcuno che usava la menzione Grillo in etichetta prima della modifica questa imposizione non piace, per due possibili motivi: uno, la quota (sebbene minima) da corrispondere al Consorzio per la gestione della vigilanza, che pagano anche i non associati in virtù del principio dell’erga omnes; due, la fissazione di regole nei disciplinari di produzione che prevedono caratteristiche dei vini che non corrispondono a quelle che un produttore si è prefissato come obiettivo, premiato da una certa fascia di consumatori.
Non sono ragioni campate in aria. Ma vi si contrappongono altre ragioni, per nulla peregrine e a mio modesto avviso più forti.

Innanzi tutto bisogna spiegare perché è stata fatta la DOC Sicilia, che qualcuno critica con l’obiezione che la Sicilia è grande e diversificata. Ma tutte le DOC “ombrello”, che coprono grandi territori, hanno questo limite: esse certificano sostanzialmente l’origine e un minimo comune denominatore sulle caratteristiche del prodotto: servono a farla riconoscere, l’origine, a chi non ha un conoscenza dettagliata della geografia delle zone di produzione, cioè la stragrande maggioranza dei consumatori mondiali. Nulla vieta poi, da subito o nel tempo, di articolare il sistema con denominazioni territoriali più piccole, a beneficio di consumatori più informati ed esigenti: è la classica teoria della piramide, che con fatica e ritardo abbiamo copiato dai Francesi. Loro le AOC regionali infatti le hanno da tempo: Bordeaux, Bourgogne, Alsace, Languedoc-Roussillon etc., e nessuno obietta che sono troppo grandi. Ma in Italia c’è chi deve per forza dire che è tutto sbagliato e che i Francesi sono meglio.

La Sicilia, fino a pochi anni fa prima regione produttrice di vino, ha perso negli ultimi trent’anni quasi la metà del vigneto che aveva, scendendo dai 173.000 ettari del 1990 (censimento ISTAT) agli attuali 90.000. Il motivo è semplice, la scarsa retribuzione dei viticoltori. La DOC Sicilia è nata con l’obiettivo di aumentare il valore del prodotto, dell’uva in particolare, grazie a un miglior controllo contro le frodi e a un nome capace di essere efficacemente comunicato sul mercato mondiale. Le denominazioni di origine, ogni tanto giova ricordarlo a chi se ne scorda, nascono a tutela dei proprietari dei terreni in zone vocate. Ad oggi non si può dire che l’obiettivo sia stato raggiunto, e nemmeno che lo sarà con certezza in futuro, ma è un fatto è che da quando esiste la nuova DOC l’adesione dei produttori e la produzione di bottiglie è andata crescendo di circa il 10% all’anno per arrivare agli attuali 30 milioni di bottiglie.

Invito a una riflessione sul fatto che, a seguito di una segnalazione del Consorzio, l’ICQRF (ex Servizio Repressione Frodi del Ministero) ha di recente sventato una frode in Germania: si parla di mezzo milione di bottiglie di falso Nero d’Avola a prezzi stracciati. Sarebbe successo senza l’attività di vigilanza del Consorzio Sicilia?

Quindici anni fa il Nero d’Avola era sulle tavole di molti ristoranti del Nord, era un vino di moda (infatti per alcuni anni l’emorragia del vigneto siciliano è rallentata), poi è stato quasi dimenticato, anche perché, non appena i prezzi hanno cominciato a salire, il mercato è stato invaso da robaccia. Evitare che qualcosa del genere accada al Grillo, da cui si ottiene un vino “moderno” decisamente emergente (che non è più, purtroppo, il Marsala) e con un forte potenziale di crescita, è stato il motivo ispiratore della nuova normativa. Scelta sbagliata? Io non lo credo affatto.
Però lascia dei feriti sul campo. E il fatto che a lamentarsi siano poche e piccole aziende non è un buon motivo, a mio avviso, perché le loro ragioni restino inascoltate: sia perché sono aziende di prestigio, sia perché (è il caso di Antonino Barraco) il vino che producono al di fuori dei canoni della DOC (macerazione sulle bucce, carattere ossidativo) è qualcosa che appartiene alla tradizione, non solo a quella marsalese, ma a quella mediterranea in generale, quindi non è semplicemente un capriccio di “farlo stano” di un produttore eccentrico ma ha una sua dignità storica.

Il problema ammette un paio di possibili soluzioni. Una è quella di un nome territoriale, una sottozona della DOC Sicilia o una denominazione a se stante per il trapanese, però occorre capire quali siano i numeri e le aziende interessate, perché non si può fare una DOC ad personam. Un’altra, e forse è quella più ragionevole, potrebbe essere quella di prevedere una tipologia della DOC Sicilia (solo per fare un esempio, Sicilia Grillo Orange), posto che anche in questo caso sarebbe necessaria una consistenza minima del potenziale produttivo, quindi gli interessati devono contarsi e condividere una proposta.
In conclusione la questione esiste, ma non ne farei una tragedia da rappresentare in qualche teatro greco, tra i vari presenti nell’isola.

 

 

 

  • vincenzo

    Perché con la blindatura di nero d’avola e grillo nella DOC sono state aumentate le rese per ettaro?

    • Maurizio Gily

      Non è così, anzi è proprio il contrario. Con IGT SIcilia le rese erano 180 quintali per ettaro per il Grillo e 160 per il Nero d’Avola. Ora sono entrambe 140.

      • vincenzo

        parlavo delle rese di grillo e nero d’Avola vigenti nella DOC, che saranno aumentate

        • Maurizio Gily

          di questo non sono informato

  • la distesa

    Scusa Maurizio, mi permetto di intervenire perché sono amico di Nino e perché la storia delle DOC mi sta a cuore ed è troppo spesso narrata male.
    Al netto di poche DOC davvero importanti, per questioni storiche complesse e difficili da riassumere, la questione delle denominazioni di origine italiane è una storia di occasioni mancate e grandi inciuci, Negare questo è già compiere una falsa partenza. La questione delle “minoranze” è fittizia e grottesca perché nella stragrande parte dei casi ridurre la questione a Antinori/Postino hobbista è una forzatura che non rende giustizia alla tua intelligenza: la realtà è che molte DOC importanti sono in mano a poche grandi aziende che sono esse sì “minoranza” ma fanno grossi danni a livello di immagine sui mercati internazionali, a fronte di centinaia di piccole e medie aziende specializzate nell’alta qualità che non hanno letteralmente voce in capitolo. E non è questione di “riequilibrare” ma di cambiare completamente un sistema che, nato negli anni sessanta quando in Italia la figura del vignaiolo non esisteva proprio, risulta essere completamente non rappresentativo del comparto vino di qualità in Italia oggi.
    A parte questo, nel tuo testo trovo diverse incoerenze che provo a sottolineare:
    1) Comparare una DOC Sicilia (o altra regione italiana) con le appellazioni regionali francesi è una forzatura perché Borgogna, Bordeaux, Rodano hanno una coerenza geologica, climatica, ampeleografica che è impensabile in una qualsiasi regione italiana. In Borgogna hanno più o meno una sola esposizione, altitudini similari e due vitigni, ci sta una AOC regionale. Così come a Bordeaux. Se compro un Borgogna o un Bordeaux base so quello che mi aspetto, un sicilia DOC potrebbe essere veramente qualunque roba se pensiamo alla moltitudine di terroirs dell’isola. L’Alsazia, che ha una geologia variegata e una moltitudine di vitigni, è però piccolissima e con una impostazione piramidale – come hai ricordato tu – che riconosce i grands crus: ma non ha senso nel caso siciliano, e per ampiezza regionale e perché in Italia non abbiamo ricadute comunali e/o premier crus.
    2) La questione del valore: è mal posta l’idea che queste DOC vengano fatte per remunerare “i contadini”. L’aumento dei prezzi – laddove c’è stato – è avvenuto proprio perché negli anni la produzione si contratta (effetto sul lato dell’offerta) e perché negli anni sono nati produttori che hanno letteralmente creato nuovi consumatori per quei vini (effetto sul lato della domanda): il caso siciliano è emblematico, si pensi ad Arianna, Nino e quanti altri. Dunque questa roba consortile è solo la “privatizzazione” di un valore collettivo creato da altri.
    3) La protezione dei vitigni: è una cazzata impedire a chiunque di rivendicare il nome di un vitigno all’interno di un’area “protetta” (in questo caso la sicilia), quando questa protezione non è applicabile in generale. Si arriva all’assurdo per cui io non posso scrivere “Verdicchio” nell’etichetta di una IGT regionale, ma il Verdicchio viene piantato in tutto il mondo, a partire dal Rubicone pochi chilometri fuori dalla Marche, e venduto come tale tranquillamente.
    4) La vigilanza e la promozione: la vigilanza sulle frodi oggi giorno non compete più ai consorzi, se non erro, ma ad enti terzi, Valoritalia in primis e ICQ. I consorzi oggigiorno fanno promozione. Dunque la questione “frodi” prescinde dal discorso erga omnes: in realtà lo scandalo “erga omnes” è che che chi non condivide la promozione di un marchio collettivo quale è quello di una DOP, e magari ne trae addirittura degli svantaggi, è costretto a pagare un balzello.
    5) La questione rese: non mi sembra irrilevante perché se in fase di costituzione di nuove DOC aumento la produzione per ettaro – come è il caso – di fatto sto blindando la “maggioranza” consortile, e questo è uno dei punti maggiormente contestato nel caso attuale per quel che ho capito.
    6) Le commissioni assaggio: qui siamo al ridicolo. Non solo si deve pagare il balzello dell’erga omnes ma chi fa vini autenticamente di territorio si vede bocciare i vini da commissioni dove siedono gli enologi/enotecnici, quasi sempre dinosauri che fanno consulenze alle grandi aziende, e sommelier che nemmeno esercitano più e sono lontani anni luce dai consumatori. Consumatori a tutela dei quali – ci dicono – vengono fatte le norme, ma che non siedono in NESSUNO dei posti dove il Sistema-Vino decide il suo futuro. Evidentemente tutti sanno cosa vuole il Consumatore. Ma a sua insaputa.
    Insomma, col massimo rispetto, non è questione di fare tragedie greche. Si tratta semplicemente di guardare con obiettività a una questione fondante: il sistema prosecco-pinotgrigio è il futuro del vino italiano? Perché c’è una coerenza incredibile in ciò che è stato fa sto negli ultimi anni, questo è innegabile. Ma altrettanto innegabile è che non è stato fatto per il comparto di alta qualità, quello dei vignaioli. Anzi mi pare di poter dire serenamente che l’idea è proprio quella di farli smettere o renderli illegali.

  • Lidia Carbonetti

    che il peso del postino possa equivalere a quello di Antinori è pretesa un po’ estrema, certo: ma ricordo a Maurizio che, pure nell’ambito di organizzazioni economiche, i sistemi di ponderazione del voto previsti dai diritti societari sono estremamente diversificati, e non vale certo in automatico la regola dell’un voto per azione -e quindi, traslato alla situazione dei Consorzi, nulla richiede in astratto che i voti siano rapportati al kg di uva o al numero di bottiglia, essendo questo solo uno dei possibili sistemi

    inoltre, obietterei che le cooperative, maggioritarie perché composte da molte teste, raramente vedono un’effettiva partecipazione attiva della gran parte di queste teste -come del resto accade regolarmente nelle grandi strutture: dunque non mi convince molto l’equivalenza del singolo socio della cooperativa di turno con il nino barraco di turno

    infine, i consorzi non sono solo organizzazioni economiche, e hanno altre funzioni di territorio: da questo punto di vista pensare che il principio maggioritario debba applicarsi automaticamente a tutto è per me errato..esiste anche il principio delle maggioranze qualificate, by the way