Dialogo con mia moglie di ritorno dalla più bella degustazione di Teroldego del secolo

La mattina di sabato 4 novembre ho avuto l’onore di condurre la degustazione “L’oro del Tirolo – il Teroldego ieri, oggi e domani“ organizzata dal Consorzio dei Vignaioli del Trentino in occasione del 30° Anniversario della fondazione della loro associazione. Una degustazione bellissima, iniziata con un vino dell’ultima vendemmia in commercio e conclusasi con un Teroldego del 1987, anno appunto della fondazione dei Vignaioli. Nel mezzo tante etichette rotaliane significative, che hanno percorso a ritroso il tempo, con la sorpresa finale di un Teroldego 1970 uscito dalla cantina storica di Barone de Cles, che ospitava la degustazione.

Ero in procinto di scrivere qualcosa su questa memorabile degustazione ma sono stato preceduto da Andrea Aldrighetti, storico collaboratore di Slow Wine in Trentino, che era presente all’incontro: lascio quindi spazio al suo originale racconto, che mi ha molto divertito e che al contempo è cronaca fedele di quanto è successo sabato scorso.

Fabio Giavedoni

 

Ciao, bentornato! Allora, com’è andata?

Bene.

Bene… solo bene? Mi sembravi più entusiasta stamattina, quando ti ho chiamato al telefono.

Si, si, scusa. La degustazione è andata benissimo, ho assaggiato dei vini sorprendenti, alcuni assaggi irrepetibili. Pensa, c’era un vino del 1970!

1970! Addirittura? Era ancora buono? Che cosa avete assaggiato?

Erano tutti Teroldego Rotaliano. Sai il vino rosso che si produce in Trentino, tra Mezzolombardo, Mezzocorona e San Michele all’Adige, nella piana Rotaliana? Quel vino che troviamo a volte sputtanato al supermercato, venduto a pochi euro?

Certo che lo conosco, è il Teroldego, mi hai preso per tonta?

Vabbé, i vini in degustazione erano Teroldego Rotaliano dei produttori associati al Consorzio dei Vignaioli del Trentino, non vini banali. L’associazione festeggia i 30 anni dalla fondazione e hanno organizzato tre importanti degustazioni tematiche dedicati al meglio che si produce in Trentino: il metodo classico Trento, il Teroldego Rotaliano, il Vino Santo…

Sì, ma questo vino del ’70? Com’era?

Urca, questo era buonissimo! Era un vino del Barone de Cles, uno dei produttori storici del Teroldego.

Oh, questo nome l’ho già sentito! Era il vino che comprava sempre mio nonno. Per il pranzo della domenica si concedeva sempre una bottiglia col “tappo di sughero”. Era uno dei suoi preferiti.

Bé, sì, te l’ho detto che è un produttore storico. Questo era un Teroldego Rotaliano Maso Ischia 1970. Pensa, oggi la zona Ischia è considerata minore per la qualità del Teroldego. Invece li ha messi in fila tutti.

Dimmi, che gusto ha un vino così vecchio?

È difficile descriverlo… se leggessi le note che ho preso, penseresti che abbia bevuto una schifezza. Senti qui, te le leggo io: “freschezza, evoluzione. bocca ferruginosa. difficile, aspro e agro, con spigoli. affascinante. tartufo, catrame, terra. bocca grintosa, tostato, orzo, castagna, birra stout. Bocca con sensazione di acqua polverosa, sassoso”.

Insomma, sembra hai bevuto un aceto a fianco di una strada appena asfaltata in tardo autunno. Con un pezzo di ferro arrugginito nel bicchiere. Se questo ti è piaciuto, chissà dei vini meno buoni cosa hai scritto. Una descrizione così sicuramente non invoglia a berlo. Men che meno a comprarlo!

Ti capisco. Non è scontato bere un vino così. Se lo aprissi durante una cena, me lo faresti buttare nel lavandino. Ma ti giuro è stato emozionante al termine della degustazione, l’apice dell’evento. Ne valeva il viaggio!

Se lo dici tu… non capirò mai voi “sommelier”. C’era anche qualcosa di bevibile?

Certo che sì, erano tutti buonissimi.

Dai, fuori i nomi! Magari qualcuno lo conosco.

C’era un altro vino del Barone de Cles: Teroldego Rotaliano Maso Scari 1987.  Ti sarebbe piaciuto. Ok, era evoluto, vecchio diresti tu, ma dal sorso soffice, elegante. Profumava di spezie dolci, pepe, ti avrebbe ricordato una birra trappista scura. Maso Scari è considerato il Grand Cru della piana Rotaliana.

Soffice, eh? Di Foradori? Mi piacciono i suoi vini, hai bevuto qualcosa?

Foradori Granato 1989! Era imbottigliato come vino da tavola. Il colore limpido, vivo. Profumava di spezie: esotico, orientaleggiante. Poi la grafite, la dolcezza di un frutto rosso. In bocca era sottile, sassoso, saporito. Austero, vibrante, quasi piccante al gusto. Manteneva intatta la modernità che rappresentava in quegli anni. Veramente buono!

Simile il Teroldego Rotaliano Diedri 1996 di Dorigati. Nel calice c’erano le spezie, il legno, una dolcezza al naso da cola, le tostature. Ecco, qui si sentiva come in altri un retrogusto vegetale, verde, ricordava il sedano. Sai, erano anni dove il legno, la barrique era usata in maniera forse più “maschia” di oggi.

Legno, tostature. Se usano le barrique, cosa altro aspettarsi!?

Come ti dicevo, oggi è cambiato l’approccio. C’è chi ha abbandonato l’uso della barrique ed è tornato alle botti grandi, chi fermenta e affina usando solo il cemento. Oppure le anfore, come Foradori appunto. Ogni produttore fa le sue scelte, non sta a chi assaggia dire qual è il miglior modo di affinare il vino. Meglio concentrarsi su cosa c’è nel calice. Il vino è sempre più sincero del produttore che l’ha fatto.

Poi, quali altri vini hai assaggiato? Altri vecchietti?

Il Teroldego Rotaliano Pini 1999 di Zeni. Non era perfetto, purtroppo. Il tappo non l’ha protetto al meglio dall’ossidazione. Il Terolego Beato Me 2005 di Redondel. All’inizio era scuro, serio, scontroso. Piano piano si è disteso, c’era ancora il frutto, era succoso, in bocca scorrevole. Un filo asciugante e caldo sul finale. Anche qui l’affinamento nelle piccole botti di legno si faceva sentire.

Legno, legno e ancora legno. Ti senti? Non parli d’altro.

In alcuni vini era ben nascosto o sosteneva la materia. Il teroldego è un’uva delicata, va cercato un equilibrio tra il contenitore e il contenuto, intesi come botte e vino. Ecco, quell’equilibrio si percepiva nel Teroldego Rotaliano 2007 di De Vescovi Ulzbach. Pensa. Questo è il suo vino “base”, di un’annata calda. Al naso trovavi la liquirizia dolce, note scure, ematiche, e la bocca era potente, rotonda, con ancora freschezza.

Cercando l’equilibrio, mi è piaciuto molto il Teroldego Rotaliano Sangue di Drago 2011 di Marco Donati. Nel calice si sentiva ancora la frutta, il lampone dolce che è il marchio di fabbrica dei Donati. Poi i profumi dell’evoluzione: le note ferrose, sanguigne, lo speziato. Al palato sembrava un tessuto leggero, setoso. Un vino assaggiato in un felice momento della sua vita. È una forzatura dire che il teroldego sia un vino capace d’invecchiare molto a lungo, bisogna essere franchi. Anche se…

Anche se?

Puoi trovare sempre delle sorprese, anche in vini “minori”, meno conosciuti. Tipo il Teroldego Rotaliano 2010 di Luigino Betta. Che sorpresa! Un teroldego contadino, rustico, vivo, fragrante, saporito, sanguigno. Davvero buono. Figlio di un’annata fresca, che non ha dato vini muscolari. Eppure la sua semplicità, la piacevole evoluzione, me l’ha fatto preferire a vini più ambiziosi.

Quindi ti è piaciuto un vino poco “classy” di un’annata sfigata. Hai visto? Voi degustatori, guidaioli, non c’azzeccate mai!

Ma che c’entra! Il vino è fatto di sfumature, è vivo, mutevole. Forse quel vino, l’avessi assaggiato due anni fa, seppur più giovane, non lo avrei apprezzato altrettanto. Non perché meno gustoso di oggi, solo diverso. Come le persone, anche il vino cambia, matura, muta nello scorrere della sua vita in bottiglia.

È una fortuna, così hai sempre una scusa per cambiare idea su questo o quel vino. Non sei tu che sbagli, è il vino che è cambiato, ma va!

Bé, secondo me il vino non ammette un giudizio apodittico. A me sembra una bella cosa, anche se a volte prendi delle cantonate. Poi mi piace essere smentito. Almeno finché è un vino che mi fa ritrattare.

Quanti vini avete bevuto a questa degustazione? Io sarei già stata ubriaca.

A dire il vero ho cominciato a raccontarteli dall’ultimo vino servito. Mancano i quattro vini più giovani, delle ultime quattro vendemmie. Guarda qui l’elenco dei vini. Il Teroldego Rotaliano Due Vigneti 2013 di Cipriano Fedrizzi e il Teroldego Rotaliano 2015 di Elio Endrizzi erano simili. Entrambi avevano profumi “scuri”, di caffè, cioccolato, un poco fumé, con poca dolcezza al naso. Al palato erano asciutti, saporiti ma senza il nervosismo che ci si aspetta da un teroldego. Due vini in questo momento un po’ “rilassati”.

Poi c’erano i vini di due produttori giovani, li sono andati a visitare la scorsa primavera, ti ricordi? Martinelli e De Vigili. Del primo, un Teroldego Rotaliano 2014, mi è piaciuta la profondità, le note già in parte evolute, il dialogo tra la discreta dolcezza del frutto e gli aromi scuri di te nero, liquirizia, la balsamicità, il nerbo. Il Teroldego Rotaliano 2016 di De Vigili, sarà perché era il primo della giornata, pareva elettrizzato! Era al debutto, la bottiglia di una vendemmia non ancora in commercio. Un colore vivo, che già ispirava freschezza. Al naso presentava il fragrante fruttato del teroldego in evidenza, un bel floreale e note di caffè verde. Al gusto vibrante, croccante, saporito. Questa per De Vigili è solo la seconda annata che imbottiglia. Sono sicuro ne sentire parlare.

Dici sempre così di chi ti sta simpatico. Ti preparo qualcosa per cena?

Si. Grazie. Va bene quel che c’è.

Stasera bevi acqua, ok?

Ok.

 

 

Ringraziamo Michele Purin per le foto

 

 

  • Tiziano Bianchi

    grazie Andrea per questo bellissimo e appassionato report! Il Rotaliano ha bisogno di un aedo, e tu lo sei.