Di vini estremi ed estremi piaceri

 

Il 14 novembre scorso la Banca del Vino di Pollenzo ha messo a confronto alcune delle più suggestive storie di viticoltura del nostro paese. Un incontro straordinario, a tratti emozionante, che ha chiarito a tutti i presenti il significato dell’espressione viticoltura eroica.

 

In ordine di apparizione: Lo Triolet – Valle D’Aosta, Luciano Capellini – Cinque Terre, Altura – Isola del Giglio, Kante e Zidarich – Carso, Rainoldi e Dirupi – Valtellina. «Un parterre di produttori e vini che non si vede tutti i giorni», apre così Giancarlo Gariglio (curatore della guida Slow Wine) che ha guidato la degustazione.

 

Il vigneto che sfida la montagna – Lo Triolet, Valle D’Aosta

Marco Martin era un tecnico in viticoltura presso l’Amministrazione Regionale. Ma già a metà degli anni Ottanta avvia un piccolo vigneto, spinto dalla passione per la coltivazione della vite che da sempre contraddistingue la sua famiglia. Proprio in quegli anni si assiste a un momento di rinascita della viticoltura in Valle: si avviano le prime cooperative e la produzione inizia a migliorare. Marco sceglie di reimpiantare un vecchio vigneto a 900 metri di altitudine, sostituendo il petit rouge con un vitigno precoce come il pinot gris: «L’idea mi è venuta osservando il vigneto di un mio vicino, e ho notato che al contrario del petit rouge (allora il più diffuso) il pinot gris anche a 900 metri raggiungeva una maturazione ottimale». La sua è l’intuizione giusta e quello che era solo hobby diventa lavoro: «Ho lasciato il mio impiego, la produzione è passata dalle iniziali 1000 alle attuali 42 000 bottiglie. Soprattutto a causa della elevata frammentarietà che contraddistingue la Valle, non è stato semplice trovare i terreni su cui investire per mettere insieme i pochissimi ettari che coltivo ora».

Marco ha portato in degustazione il Pinots Gris 2008. Vino di grande espressività e fascino. In equilibrio armonico tra acidità e frutto, dinamico e profondo.

 

Il valore dell’agricoltura – Luciano Capellini, Cinque Terre

A rappresentare un territorio unico al mondo, fatto di mare, vigneti, montagne e muretti a secco è stato Luciano Capellini. Doveroso introdurre la degustazione con una riflessione sul disastro ambientale che ha colpito la Liguria: «Il ruolo dell’agricoltura è fondamentale. Dove coltivato, il terreno ha tenuto al contrario di quanto è successo nelle zone adibite ad aree relax o a parcheggi. La nostra terra ha una forte vocazione turistica certo, ma negli ultimi anni si sono riempiti gli alberghi e svuotate le campagne. Credo si dovrebbero conciliare le due cose e dare ai turisti l’opportunità di godere del territorio, in tutte le sue sfumature. Vernazza è stata ricoperta dal fango, mentre dove ci sono i terrazzamenti il maggiore equilibrio idrogeologico ha limitato i danni. Mi chiedo come mai dove sono franate le strade sotto sono rimasti intatti i viottoli medievali». Luciano ha rinvigorito la sua produzione dal 2004, ma proviene da una famiglia di antichi viticoltori e la storia della cantina Capellini risale al XIX secolo. «Quando nostro padre Oreste ereditò la chiave della cantina, questa aveva perso importanza nell’economia familiare, diventando un secondo lavoro.» Oggi la produzione è ripresa e i Capellini coltivano prevalentemente bosco, vitigno poco conosciuto, presente nelle Cinque Terre e con qualche sporadica apparizione in Toscana: «Era destinato all’estinzione e abbiamo voluto salvarlo, trovando il sostegno di molti anziani che ci hanno offerto il proprio terreno anche per 30 anni con un unico monito: “l’importante è che lo coltiviate”».

Luciano ha portato in degustazione il Cinque Terre 2009. Iodato e metallico. Un sorso cristallino e balsamico per un vino che non si lascia dimenticare.

 

«I nostri sono vini vivi!» – Altura, Isola del Giglio

Francesco Carfagna è un personaggio che non capita di incontrare tutti i giorni, un uomo dalle mille vite di cui non ci stancheremmo mai di ascoltare la storia: «Sono figlio di un signore molisano, un maestro elementare che faceva il vino e teneva la vigna. Questa mia ultima pazzia è un ritorno alle origini». Insegnante di matematica – «Per poco tempo e con poca voglia» –, musicista, poeta, muratore, cuoco. Finché nel 1999 ha comprato quattro ettari di vigna, ormai sovrastati da rovi e arbusti – «Era una giungla» – nell’Isola del Giglio e ha rimesso le vigne dove stavano prima ripristinando la coltivazione dell’ansonaco: «Sull’isola ci venivo in vacanza d’estate, mi ha stregato. Non sopportavo di vederla ridotta al lumicino e volevo continuare la strada della salvaguardia, come chi prima di noi non si era fatto incantare dalla chimera del turismo e del guadagno facile.» Pianta le viti tra il granito, zappa a mano, ricostruisce i muretti a secco e alla fine viene premiato: «La soddisfazione più grande è stato vedere che il nostro esempio è stato seguito e in tanti stanno recuperando vigneti abbandonati». Nel clima secco e caldo del Giglio ha scelto di seguire la natura, rispettando terreno e vite e riducendo al minimo le pratiche di cantina: il suo è un vino vivo.

Francesco ha portato in degustazione l’Altura Ansonaco 2010. Forte carattere per questo vino, a tratti rustico ma di una verità ineludibile. Un sapore salato che domina su un corpo inarrestabile.

 

Vino di confine – Zidarich, Carso

Il Friuli, si sa è terra di confine con un’identità territoriale importante sotto molti punti di vista. Beniamino Zidarich appartiene a questa terra da sette generazioni: «Nel 1988 ho preso in mano l’azienda di mio padre, ho piantato nuove vigne e ampliato l’allora mezzo ettaro di vigneti» una sfida durissima. Chi beve questi vini dovrebbe vedere da dove provengono: nel Carso c’è pochissima terra, si piantano le vigne spietrando il terreno con grande dispendio di risorse. Da allora, anno dopo anno sono stati impiantati nuovi vigneti, la superficie coltivata è passata a 8 ettari, e la produzione è arrivata a 20 000 bottiglie. «A 300 metri di altitudine, le nostre vigne vedono il mare e sono lavate dalla bora». Nella ristrutturazione della cantina, Beniamino ha rispettato e sfruttato gli elementi naturali della regione: «Il nostro vino trova il suo habitat naturale sottoterra con temperatura costante e umidità naturale. I vari livelli sotterranei sono stati ricavati mettendo a nudo le pareti di roccia di un inghiottitoio pieno di terra rossa e demolendo la pietra carsica usata per i muri e le volte in pietra».

Beniamino ha portato in degustazione la Malvasia Carso 2009. Splendido pepe bianco e pesca. Puro, succoso e lunghissimo.

Il produttore ha raccontato dell’opera pionieristica di Edi Kante, di cui abbiamo degustato la Vitovska 2009: un maestro che interpreta questo vitigno autoctono lasciando intatti i tratti benefici del territorio. Il vino ha esibito una classe cristallina esprimendo in modo lampante il territorio di provenienza.

 

Due generazioni a confronto – Rainoldi e Dirupi – Valtellina

Per motivi diversi dai territori precedenti, anche la Valtellina è un territorio sicuramente eroico. Il vigneto caratteristico è il nebbiolo che da queste parti prende il nome di chiavennasca. Siamo vicini al Piemonte, ma qui si ottengo risultati molto diversi. A rappresentare questa terra due cantine: Dirupi e Rainoldi. La prima è un’azienda di due giovani enologi che Slow Food segue con attenzione, la seconda è una realtà nota e affermata. A confronto due diversi approcci che hanno in comune la passione e la volontà di «fare tesoro degli sforzi di generazioni di produttori eroici» puntando tutto sul territorio. «È una vita dura ma molto appagante – confessa Davide che insieme a Pierpaolo ha fondato e dirige Dirupi – in Valtellina persiste un forte abbandono di vigneti, tanto che non è stato difficile recuperarne uno di 4 ettari e mezzo, anche se abbiamo dovuto chiedere a 18 persone diverse». L’innovazione è un fattore chiave nella loro strategia produttiva: «Lavoriamo in maniera diversa rispetto alla tradizione valtellinese, ma sempre nel grande rispetto del vigneto». Rainoldi è un’azienda storica che, come dicevamo, ha investito molto nella riqualificazione del territorio. Tra le tante iniziative orientate a questo scopo, nel 2007 ha dato il via al progetto Adotta un vigneto in Valtellina: «Acquistiamo l’uva da agricoltori con cui abbiamo concordato gli standard di qualità e, dal canto nostro, nel processo di vinificazione seguiamo un regolamento di autodisciplina ispirato a principi di eco-compatibilità» racconta Aldo.

 

Davide ha portato in degustazione il Valtellina Sup. Dirupi 2009. Vino nitido e rigoroso, paradigmatico, un fulgido esempi delle potenzialità di questa regione estrema.

Aldo il Valtellina Sup. Valgella Adotta un vigneto “Sunny Valley” 2008. Una spezia dolce su un frutto gentile appena maturo per un corpo leggero e di splendida bevibilità.