Dal cuore della denominazione Gambellara, il Creari in verticale: perché il Veneto non è solo Amarone e Prosecco.

Parlare della Doc Gambellara, e fuori regione, è una bella sfida. In pochi conoscono la zona, in pochi conoscono i vini della denominazione (anzi le denominazioni, Gambellara e Recioto di Gambellara), poche sono le degustazioni organizzate in giro per l’Italia.

Elena e Stefano Cavazza, rappresentanti la quarta generazione di questa famiglia di viticoltori veneti, sono quindi visibilmente emozionati nel presentare i loro vini al pubblico pollentino della Banca del Vino guidati da Fabrizio Gallino, collaboratore Slow Wine.

Il loro bisnonno si trasferisce nel 1928 a Montebello Vicentino, uno dei quattro comuni dove oggi è possibile produrre vino Gambellara Doc, e più precisamente a Selva di Montebello, zona molto boschiva – come è facilmente intuibile dal nome – ma anche tradizionalmente coltivata a vigna, in particolare a garganega.

Il garganega, certamente più conosciuto per essere protagonista indiscusso e quasi solista nei 6.000 ettari della confinante Doc Soave, è un vitigno, attestato già in tempi etruschi e romani che sposa felicemente questo territorio con testimonianze a partire XIII secolo.

La piccola denominazione Gambellara, che pur senza avere la fama di Soave è uno dei luoghi dove il garganega dà i risultati migliori, è stata istituita nel 1972 e oggi comprende un migliaio di ettari per circa due milioni di bottiglie in totale (se si considera anche il Recioto di Gambellara); davvero inezie in confronto ai grandi, grandissimi numeri del Veneto, per un vino leggero, fresco, che si beveva quasi esclusivamente d’annata.

La zona è vulcanica – colline basaltiche nate per attività effusiva sottomarina – e trovandosi ai piedi delle Prealpi è rinfrescata da una brezza montana che di sera genera una favorevole escursione termica. Terroir di questo tipo aiutano ad avere un approccio il meno invasivo possibile, ci spiegano Elena e Stefano, che, armati di buon senso e rispetto del paesaggio come i loro genitori, cercano di preservare intatta quest’oasi verde sfuggita per un secolo alla cementificazione della zona.

L’azienda, 140 ettari di cui 110 vitati, nonostante le importanti dimensioni è rimasta a conduzione familiare e, da alcuni anni, è autonoma dal punto di vista energetico.

La verticale che ci propongono è di Creari, vino che prende nome dalla sottozona del Gambellara in cui è prodotto. I vitigni occupano 1,2 ettari di una cresta collinare totalmente diversa dal resto dei terreni: calcarea e non vulcanica, è infatti definita «un’isola bianca in un mare nero». E qui il gioco temperature-terreno è perfetto. L’uva, coltivata con l’antico sistema della pergola veronese, è di conseguenza molto differente, molto più sana; è più alta la componente zuccherina, quindi i vini risultano meno freschi, più alcolici, più grassi, caratterizzati da un bagaglio aromatico più prorompente. Non a caso è zona di tradizione di Vin Santo.

Il Creari, 100% garganega anche se il disciplinare consentirebbe un 20% di altre uve, è prodotto solo nelle annate migliori; alla prima, nel 2005, sono seguite altre cinque vendemmie. Uve selezionate manualmente, poi pressatura pneumatica soffice, contatto pellicolare con la buccia per 36-48 ore (non tutti gli anni le uve sono così perfette da permettere questa operazione, e semplicemente in quegli anni il Creari non si produce), permanenza in acciaio a contatto con i lieviti per sei mesi con frequente batonage; questo il processo produttivo. Poi una straordinaria e inizialmente insperata evoluzione in bottiglia.

2015: «un infanticidio!» è stato scherzosamente soprannominato per quanto risulta giovane all’assaggio; è invece fondamentale per comprendere i successivi. L’estate caldissima e specialmente lo stress idrico di inizio stagione tolgono al vino freschezza regalando invece sapidità. Leggero al naso, con iniziale idrocarburo e poi fiore delicato, è caratterizzato in bocca da mineralità e spiccata sapidità.

2010: annata bella ed equilibrata, calda ma non troppo, secca ma con piogge al momento giusto che hanno permesso alle uve una perfetta maturazione. La speziatura e la profondità al naso aumentano, come anche il frutto maturo, e si percepisce netta la nota di burro; l’aromaticità è ancora in divenire grazie a freschezza e sapidità ancora spiccate.

2009: meno giocato su verticalità ma più ampio e seduto, è figlio di un’annata particolarmente siccitosa. Naso più dolce (uve un po’ troppo mature al momento della vendemmia – ci spiegano –, a discapito dell’acidità), frutta esotica più evidente e idrocarburo molto accentuato. Ma non in bocca! Dove invece si è mantenuto fresco e fragrante.

2008: annata regolare nella collina Creari, frutta matura e vino «grassamente sottile». Si sente l’evoluzione, spiccano gli idrocarburi ma ancora più l’alcol. Certamente è dovuto ai sette anni di differenza dal primo vino assaggiato ma sembrano quasi due vinificazioni diverse, quasi due uve diverse, e stupisce pensare che sia solo frutto del tempo in bottiglia.

2007: grazie all’andamento dell’annata e alla raccolta delle uve al momento perfetto, risulta un po’ meno grasso del 2009 e del 2008; alcol spiccato ma con più acidità nonostante un colore talmente carico da far pensare a lunghi passaggi in legno o a vino passito.

2005: prima annata di Creari, con prova di fermentazione in legno, mai ripetuta perché andava a coprire le caratteristiche dell’uva che invece si cercava di esaltare. Prime sensazioni tutte spostate sulla dolcezza: forse fin troppo esasperata la pasticceria, ma non ci si sarebbe mai aspettato che reggesse così bene la prova del tempo.

 

foto di Enrico Bonardo, Beatrice Cortese, cavazzawine.com