Da quando il Verdicchio può invecchiare? Come superare un demenziale pregiudizio in 5 assaggi!

Raramente nel breve tempo di una degustazione si riesce ad essere davvero catapultati nel luogo di origine di un prodotto, raramente le parole di un relatore sono tanto coinvolgenti e trascinanti. E invece Gianluca Garofoli e Giampaolo Gravina sono riusciti se non proprio a ribaltare l’idea diffusa, quanto infondata, sulle scarse potenzialità del Verdicchio almeno a stimolare la curiosità dei presenti e a dimostrare che i pregiudizi su questo vitigno sono spesso ingiustificati.

Tanti gli altri stimoli, gli spunti, le sollecitazioni in questo appuntamento in Banca del Vino; e oltre al mero assaggio accesissimo anche il dibattito con il pubblico di appassionati, studenti, produttori, giornalisti presenti, tanto da essere impossibile ripercorrerlo tutto in questa sede: dai mercati europei e il successo delle nostre etichette all’estero al problema tutto italiano del legare i nomi dei vini al vitigno e non al territorio, dalla monumentalità dei rossi marchigiani all’andamento delle vendemmie dell’ultimo ventennio.

Con un dialogo molto ampio, approfondito e profondo al contempo, hanno fatto del Podium – uno dei più grandi bianchi d’Italia – il portavoce di tutto un territorio sfruttandolo come spunto per domandarsi su cosa ancora manca per la riconsiderazione di questo vitigno a lungo sottovalutato. Anzi, sottovalutato non è il termine giusto: nell’identitario comune, seppure apprezzato e largamente consumato, il Verdicchio non è mai stato collegato all’invecchiamento che ne è invece caratteristica intrinseca. Non ha certo la prerogativa di un vino seduttivo nei primi anni, ma nel tempo ripaga…e con gli interessi! Appena esce è quasi al limite dell’inespressivo, questo non si nega, ma meriterebbe un’attesa che non gli è mai stata concessa! Servono curiosità, ricerca, attenzione, perché ha forza lenta, tranquilla, con un «passo da maratoneta che restituisce le istanze genuine di un territorio meraviglioso» dice Gravina. La personalità territoriale cresce inesorabilmente negli anni con una predisposizione che nel tempo permette di raccontare il territorio ancora meglio di altri vitigni. E per fortuna il binomio vino-paesaggio è una relazione, un vincolo, di cui ci stiamo riappropriando; mai come ora si riparte da questo concetto nell’approcciarsi al vino anche ai primi stadi della conoscenza. 

Gianluca, classe 1980, con spalle larghe e tanta pazienza gira il mondo proprio per combattere questo pregiudizio e per far conoscere il Verdicchio all’estero (e non solo, anche l’Italia ha bisogno di educazione!) permettendo il dialogo tra vigna e consumatore. Oggi è portavoce di una azienda che nonostante i grandi numeri ha voluto mantenere identità e artigianalità dell’atto produttivo, forte della storia e della rinascita enologica della propria regione, le Marche, nel secolo scorso: dallo sfuso, quando i vini erano il bianco, il rosato e il rosso senza tanti complimenti alle prime bottiglie e i primi tappi a corona; dalla nascita delle Doc agli anni del Verdicchio in anfora (si intende la famosa bottiglia! oggi si penserebbe subito ad altro); poi gli studi e la ricerca, la scoperta di ben 90 cloni di questo vitigno; alla Garofoli il merito di aver creduto per primi nelle potenzialità e nella spumantizzazione del Verdicchio. Sul finire degli anni ‘70 il Macrina, primo vino con cui rinnegano l’anfora e le preferiscono la bottiglia bordolese, comprendendo anche che il vitigno si presta all’invecchiamento e iniziando a sperimentare l’uso dl legno piccolo.

È del 1991 la svolta che li renderà così famosi nel mondo: il Podium. Da Montecarotto, in collina, 500 metri di altezza, arrivano le uve migliori che riposano almeno 15 mesi in acciaio sulle fecce nobili prima di passare altri 6 mesi in bottiglia. Il gioiello di casa Garofoli è certamente diventato negli ultimi 25 anni il simbolo indiscusso dell’azienda e, a discapito delle critiche subite inizialmente per questo Verdicchio “inutilmente” invecchiato, oggi lo si può bere in quaranta paesi. Un vino che sempre più vuole appartenere e promuovere il luogo d’origine ma che può al contempo parlare a tantissimi mercati.

Scelta molto coraggiosa e apprezzabile quella di Gianluca nella selezione dei vini in degustazione, troppo comodo e scontato presentare le cinque versioni di Podium meglio riuscite in questi 26 anni! Nei cinque bicchieri una storia, uno spaccato seppur parziale della recente storia vitivinicola della zona che stimola l’interrogativo su quanto possa uno stesso vino cambiare in base alla vendemmia, con balsamicità e sentori di resina che fanno da filo conduttore.

2014 e 2010 due annate difficilissime e piovose, che nel bicchiere restano inizialmente un po’ silenziose. Tornandoci più avanti il vitigno emerge slanciato, scattante, non banale: continua a muoversi agilmente e prende direzioni impreviste.

2008 e 2006 stagioni molto buone, con giusta maturazione, clima perfetto, vendemmie fortunatissime; con un bellissimo profumo di grano, la 2006 è reputata una delle migliori espressioni di Podium in assoluto. Carnosità e fibra gli danno una marcia in più.

L’ultimo bicchiere, una voce fuori dal coro: il 2003. Gianluca gli è beffardamente legato perché la sua carriera inizia ufficialmente in azienda proprio avendo a che fare con un un importatore che da Londra rimanda indietro due pallet di Podium 2003 perché troppo diverso dal solito. Annata infausta, torrida, ma il risultato non è affatto da demonizzare come avvenuto in quell’episodio oltremanica. Ha un gusto molto attuale, tannico e denso, sicuramente familiare a chi è abituato ai macerati. Colpisce per stoffa, tattilità, densità. È spiazzante: humus, terra bagnata, impregnato di umori del sottobosco davvero imparagonabili ai delicati sentori fruttati del primo bicchiere e a qualsiasi altro verdicchio mai assaggiato.

Parliamo dello stesso vino in tutti i bicchieri? si chiedono i presenti, perché sembra impossibile. Si, e soprattutto parliamo di un vino che prende dall’annata e non dall’invecchiamento la maggior parte delle sue specificità. Ci assicura Gianluca che i sentori evoluti della 2003 sono emersi subito e mai più persi negli anni. Difetti? Meglio chiamarle peculiarità. L’ossidazione sembra sempre in agguato, invece il vino nel suo carattere un po’ decadente è così da 10 anni senza andare a morire. La 2014 resterà un po’ piatta? La 2006 non può migliorare ancora? Non si vuole certo asserire che non ci sia evoluzione, ma più che altrove qui c’è corrispondenza dalla nascita lungo tutta vita di questo vino che non si discosta dalle caratteristiche dell’annata e invecchia senza mai abbandonare i tratti distintivi. Semplicemente non bisogna fermarsi al giardino del già noto ma avere la voglia di andare a scoprire queste pluralità.

Sperando di aver rinnovato e stimolato anche la vostra idea di verdicchio ci congediamo con una citazione (letta magistralmente da Gravina durante la serata).

Mario Soldati, Vino al Vino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  • gp

    Ci dev’essere un errore rispetto all’annata 2010. “Difficilissima e piovosa” è stata certamente la 2014: all’opposto, la 2010 è considerata in modo più o meno unanime una grande annata per la denominazione. Non a caso lo stesso Garofoli ha imbottigliato il Podium in versione Riserva, come fa quando l’annata garantisce buone prospettive di invecchiamento.