Cosa vuole dire essere artigiani nel mondo del vino? Una grande cantina può lavorare in modo artigianale?

UnknownNel programma delle degustazioni di Vinitaly 2015 quella definita “Il Buono, il Cattivo e il Brutto dei vini artigianali”, organizzata da Vinitaly International Academy, ci è parsa interessante, per le domande che poneva come presupposto: “Cosa vuole dire essere artigianale nel mondo del vino? Può una grande azienda essere artigianale? E i vini non biologici possono essere anch’essi artigianali?”.

A discuterne, sotto la supervisione di Stevie Kim, un insieme di esperti di grande caratura: Pedro Ballesteros Torres – MW, copresidente della giuria per il Decanter WWA; Costantino Charrère – proprietario di Les Cretes e ex presidente FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti); Monty Waldin – giornalista di Decanter, uno dei massimi esperti di organic wines; Robert Joseph – scrittore ed esperto di vino, fondatore di Wine International Magazine e del London International Wine Challenge; Ian D’Agata – Scientific Advisor di Vinitaly International e Scientific Director della Vinitaly International Academy.

Ai nostri lettori lasciamo indovinare quale ruolo, tratto dal celebre western di Sergio Leone, ognuno degli invitati ha ricoperto nel dibattito, che si è svolto quasi contemporaneamente alla degustazione di otto vini scelti in maniera decisamente provocatoria:

IMG_8716Denavolo – Dinavolino 2013

Domaine de L’Ecru – Muscadet de Sévre et Maine Granite 2013

Domaine Huet – Vouvray Sec Le Mont 2009

Sabre – Meursault Sous la Velle 2009

Braida – Grignolino d’Asti 2013

Trinchero – Grignolino d’Asti 2013

Bobinet – Saumur Champigny Hamann 2010

Biondi Santi – Brunello di Montalcino 2009

 

La discussione è stata accesa da Pedro Ballestrero che ha toccato il tema delle certificazioni: “occorre essere chiari perché c’è parecchia confusione. Nei paesi UE vi è una definizione legale ben precisa per i vini biologici, diversa da quella prevista negli USA, e in alcuni paesi come la Cina queste certificazioni non sono riconosciute. Vi sono poi certificazioni di tipo privato, come quella per i vini biodinamici e infine definizioni filosofiche-ideologiche come quella di “vini naturali” che sono diverse in diversi luoghi e provocano accese discussioni”. Beh, lo sapevamo e comunque valeva la pena sentir dire che non bisogna generalizzare su questo tema, ma piuttosto fare attenzione a chi ti sta dando la definizione di vino naturale, artigianale, ecc. ricordando anche che la certificazione di legge vuol dire che il prodotto rispetta certe condizioni, ma non ci assicura sulla qualità.

Costantino Charrère ha definito con precisione il concetto dell’artigianalità come produzione in proprio, individuale e non seriale. Nella F.I.V.I. il produttore ci mette la faccia garantendo il controllo di tutta la filiera e non si fanno distinzioni tra produzione convenzionale, biologica, biodinamica. Il tema della sostenibilità è però cruciale. Il protocollo UE per il vino biologico, ad esempio, con i livelli di solforosa ammessi e alcune pratiche di cantina non va molto d’accordo con la sostenibilità. In questo intervento ci è piaciuto particolarmente l’invito ad aprire un serio dibattito sul tema dell’INTEGRITA’ DEL VINO. Fino a che punto funzionano i parametri organolettici convenzionali con vini artigianali/naturali? E se non funzionano, quando possiamo ritenere rispettata l’integrità del prodotto?

FullSizeRenderIan d’Agata è intervenuto sull’uso della solforosa presentando alcuni dati: meno dell’1% della popolazione mondiale è allergica ai solfiti e se fossimo “duri e puri” sul loro utilizzo dovremmo demonizzare anche il nostro corpo che ne produce circa 1.000 milligrammi al giorno. Non sempre il produttore biologico/artigianale ne usa meno di un produttore convenzionale. Anche qui generalizzare è difficile. Usare la solforosa in modo responsabile può pagare in termini di stabilità del vino e longevità. Se si vuol produrre un vino senza solforosa, bisogna poi vedere con cosa questa viene sostituita e in ogni caso il risultato deve essere un vino qualitativamente integro. D’Agata, di fronte a un vino tra quelli in degustazione che ha diviso moltissimo i relatori, ha posto la domanda cruciale: “un vino prodotto senza l’uso della solforosa rispetta davvero il terroir e la varietà da cui è prodotto? In un vino bianco abbiamo spesso l’impressione di bere sidro invece che vino. Non spenderei mai 35 dollari per un sidro!”.

Ancor più a “gamba tesa” l’intervento di Robert Joseph che ha esordito dicendo di non amare la contrapposizione vino artigianale – vino industriale. Producendo un vino artigianale non è detto che io segua un protocollo, d’altra parte, nei vini biodinamici si seguono regole che non hanno molto senso, ma alcuni vini sono fantastici. Si è detto contrario all’uso del termine naturale, poiché “il vino come prodotto dell’uva non è naturale, allo stesso modo di una bistecca che deriva da una mucca, attraverso un’azione dell’uomo”. “Artigianale” per Joseph è la definizione migliore: ci sono davvero dei vini difficili da inquadrare, hanno uno standard loro e sono meravigliosi. Interessante nel suo intervento la contrapposizione ARTIGIANALE – AMATORIALE. Ossidazione e alti livelli di acidità volatile, spesso non hanno molto a che fare con il terroir e una buona produzione. “Artigianale è un vino ben fatto, amatoriale è un vino fatto senza abilità. Se apro un vino e perché diventi avvicinabile devo aspettare almeno 15 minuti e non posso consumarlo più dopo due ore perché degrada, posso chiamarlo ancora vino?”.

Monty Waldin, uno dei primi writer sui vini biologici e biodinamici, ha affermato che tutte le definizioni di cui si stava discutendo (organico, biologico, artigianale) hanno mosso il mercato e sono concetti che si tende a considerare esclusivamente come “buoni”. “Generalizzare non è un bene ma diciamo che se non si va, ovviamente, contro la legge, la certificazione serve. Organico, in ogni caso è non è un proiettile fantastico che risolve tutto”.

bicch rossoInsomma, anche in questo dibattito nessuna conclusione ha avuto la “certezza della verità” e a parlare, alla fine sono stati i vini. Tra gli otto vini in degustazione tre manifestavano nell’ordine: pungenza e impossibilità a determinare varietà e origine, ossidazione, presenza di brett. A parlar bene per tutti è stato quell’ultimo vino: il Brunello di Montalcino Biondi Santi 2009. Industriale? Artigianale? Non naturale? Suvvia, semplicemente buono, ma molto, molto buono.