Una cosa divertente che farei di nuovo: Concours Mondial de Bruxelles. Cosa di degusta? Come? Perché?

Una cosa divertente che non farò mai più è il titolo di un saggio scritto da David Foster Wallace. Incaricato dalla rivista Harper’s lo scrittore trascorse a metà degli anni Novanta una settimana in crociera. Il reportage della sua esperienza fu pubblicato sulla rivista e successivamente uscì in Italia come singolo volume. Il libro funziona, manco a dirlo, alla perfezione; illuminato dal cortocircuito che si innesca tra lo sguardo geniale dello scrittore e la straniante vita quotidiana di una crociera americana.

Ho pensato a questo libro quando ho accettato di partecipare al Concours Mondial de Bruxelles che quest’anno si è svolto a Valladolid. Si tratta di una competizione internazionale durante la quale un esercito di degustatori – circa 300 – assaggia in tre giorni un mare di vino, più o meno 9.000 campioni. Questo tipo di concorso è abbastanza lontano dal modo in cui sono arrivato a intendere il vino oggi. Eppure l’idea di fare qualcosa che non avevo mai fatto mi ha convito a prendere l’aereo per la Spagna.

Ho fatto bene. L’esperienza è stata positiva. Ho incontrato appassionati di vino di tutto il mondo. Nella mia giuria presieduta dal portoghese André Maghalhães c’erano un enologo francese, un giornalista tedesco e una Master of wine indiana. Tre giorni di degustazione con circa 50 campioni al giorno. Le degustazioni erano naturalmente alla cieca. I vini potevano provenire da qualsiasi parte del globo terrestre.

Ogni vino veniva valutato seguendo una tabella messa a punto dai tecnici del concorso.  Aspetto visivo, aspetto olfattivo e gustativo componevano i momenti dell’assaggio; ogni fase otteneva un determinato punteggio poi sommato al fine di raggiungere il valore totale. L’olfatto e il gusto prevedevano i termini di intensità, genuinità e qualità. Il gusto aveva anche la casella della persistenza. In fondo un punteggio era previsto anche per l’armonia generale del vino. Ho dovuto sudare non poco per riprendere in mano questo sistema di assaggio. Ma insomma dopo il primo giorno mi sono abituato anche se a modo mio e quindi partendo dal sapore.

Certo è un esercizio abbastanza difficile riassumere il carattere essenziale del vino attraverso una griglia così compatta. Mi sono trovato spesso d’accordo con l’enologo francese, meno con la degustatrice indiana. Ho assaggiato vini turchi e armeni, australiani e francesi. Una batteria di Prosecco e purtroppo nessun vino cinese; ero proprio curioso di assaggiarli.

I premi che era possibile assegnare consistevano nelle medaglie d’argento, punteggio tra 83-86,5, medaglia d’oro tra 86,6 e 92 e Gran Medaglia d’Oro, 92-100. Il nostro tavolo ha assegnato credo qualche argento e forse un oro. Non mi sono segnato in realtà tutti i voti perché ero troppo lento nel riassumere le sensazioni dell’assaggio e segnare il relativo punteggio. Comunque se siete interessati potete andare a vedere i vini premiati sul sito del concorso (qui).

I vini in generale appartengono al mondo industriale della viticoltura. Sono vini tecnicamente ineccepibili ma nella maggior parte dei casi non vibrano per carattere e personalità. Mi sono piaciuti in modo particolare due campioni. El Aprendiz 2016, un albarín blanco in purezza, prodotto da Leyenda del Pàramo nella regione di Castilla-y-Leon. Ho trovato questo campione con una vena ossidativa da flor, credo non voluta o almeno non dichiarata dall’azienda, che dava complessità al sorso. Per la verità al tavolo questa ossidazione è piaciuta solo a me.

L’altro vino davvero interessante è stato un australiano. Brown Brothers Explorer 2016 prodotto a Victoria. Un vino molto gustoso e leggiadro prodotto con uva Tarrango. Qui la giuria si è espressa all’unanimità.

L’organizzazione è stata ineccepibile, il servizio di una precisione chirurgica e lo staff del Concours di una professionalità encomiabile. Mica facile sistemare, far circolare e gestire 300 persone da tutte le parti del mondo. Insomma se l’inizio della trasferta mi ricordava il libro del genio americano, la fine di questa esperienza mi ha convinto a cambiare il titolo: una cosa divertente che farei di nuovo.