Comunicare al mondo. Il vino e i tabù da infrangere

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Punteggi si, punteggi no? Guide si, guide no? E ancora, cartaceo o digitale? Sono questioni che hanno occupato il tempo di tantissimi appassionati di vino negli ultimi anni. Si sono create delle discussioni interminabili talvolta utili, spesso piuttosto vacue e anche autoreferenziali, con i guidaioli interessati a difendere il proprio orticello mentre i nativi digitali, spinti dal sacro furore, vorrebbero abbattere la torre piuttosto che costruire qualcosa di davvero innovativo. Insomma, come sempre nel paese dei guelfi e dei ghibellini si creano partiti e sottopartiti, confraternite e clan che portano avanti una propria idea di critica enologica. Si può affermare che la libertà di espressione è assicurata, nel senso che l’offerta è così ampia che qualunque appassionato di vino ha la possibilità di informarsi grazie a una polifonia incredibile di voci.

 

Il rischio, se proprio vogliamo trovarne uno, è che l’appassionato di primo pelo sia un po’ frastornato da questa ricchezza di fonti a cui abbeverarsi, e che quindi alla fine si stanchi e desista. Ma probabilmente questo è il male minore. Se si dovesse mettere sul lettino dello psicanalista la critica enologica italiana e anche gli stessi produttori di vino ci sarebbero due tabù da infrangere in modo definitivo.

Partiamo dal primo. La Francia. Ebbene sì, il fascino di questo paese aleggia con tutto il suo potere nella mente di chi scrive di vino, di chi parla di vino, di chi lo beve e di chi lo fa. Non c’è nulla da fare, è più forte di noi. Appena si affaccia un nuovo territorio alla ribalta, si iniziano a scrivere frasi di questo tipo: «un rosso così elegante da sembrare un pinot nero di Borgogna». Ci fosse mai una volta che un 

vino per essere davvero grande non debba per forza essere paragonato a un Bordeaux, a uno Chablis e così via. Purtroppo ormai si è trasformato in un riflesso condizionato. Queste frasi si leggono e si scrivono in automatico. E alla fine la cosa è data per scontata da tutti i protagonisti della filiera. Il vino di altissima fascia rimane quello francese, così come tutte le cose che fanno i nostri cugini transalpini sono perfette, mentre le nostre molto di meno. È leggenda comune che loro sappiano fare gruppo, mentre “noi” siamo sempre e solo individualisti e incapaci di fare “sistema”. Se poi però si inizia a conoscere meglio la realtà delle cose si vede come l’associazionismo francese sia sempre in ebollizione e le divisioni siano all’ordine del giorno. La sindrome da secondo gradino del podio ha qualche volta effetti anche tragicomici: ogni Capodanno esce ad esempio un comunicato stampa che ci dice come il Prosecco abbia battuto lo Champagne in termini di vendite, ma ci si dimentica di fornire i dati del giro di affari che sarebbero impietosi. Insomma, presi da una sorta di schizofrenia passiamo dalla depressione più totale a smargiassate che nulla hanno a che vedere con la realtà delle cose. Sarebbe bello prima o poi ritrovarci con una comunicazione in grado di esaltare le caratteristiche dei nostri territori e dei nostri vitigni senza doverci sorbire per forza di cose pistolotti imbarazzanti su quanto siamo più o meno bravi dei francesi. Anche perché non esistono solo loro al mondo: qualcuno ha mai sentito parlare dei vini spagnoli, americani, neozelandesi e tedeschi? Forse è meglio non nominarli, altrimenti sorgeranno nuovi problemi legati alla bassa autostima e alla spiccata esterofilia!

03-24_Slow_wine-bozza_coverE a proposito di internazionalizzazione, bisogna dire che la nostra enologia è ormai completamente colonizzata dal mercato estero. Complice un mercato interno stagnante, per non dire in calo, con un cronico problema di ritardi nei pagamenti, i nostri produttori scorrazzano in tutto il mondo per cercare di piazzare le proprie bottiglie nei migliori ristoranti, hotel ed enoteche del pianeta. Ormai non si tratta più di un’esigenza dovuta all’abbattimento del rischio, suddividendolo tra molti mercati, è piuttosto un vero e proprio obbligo se si vuole sopravvivere. Questo fenomeno sta assumendo sempre più importanza e forza, tanto che il timore che si aveva qualche anno fa che il gusto del nostro vino rischiasse di cambiare in base a quello degli americani, dei tedeschi o dei cinesi, è sempre più attuale. Se si gira il mondo insieme ai produttori, come è capitato a Slow Food in occasione del Tour internazionale della guida Slow Wine, si toccano con mano alcuni fattori, di cui è imperativo che ci si liberi con una certa rapidità. Il più eclatante è quello legato alla critica d’oltremanica, che fa il bello e il cattivo tempo dal punto di vista economico.

Quindi veniamo al secondo tabù da abbattere, in modo metaforico, sia ben chiaro. Aprire ad esempio una rivista che ha un certo peso come Wine Enthusiast e leggere nelle sue prime pagine il giudizio sulle annate dei vini italiani rischia di far prendere un infarto al più calmo tra i produttori italiani. Si scrive nero su bianco che i nostri bianchi più celebri, Soave, Verdicchio, Fiano e Friulano, non sarebbero più “potabili” – undrinkable – dopo 5/6 anni dall’uscita sul mercato. Ma stiamo scherzando? Questi errori – ma ne potremmo elencare di altri celeberrimi come ad esempio il 100/100 al Barolo del 2000 che Winespecator giudicò più grande del 1999 o del 2001, prendendo un abbaglio clamoroso – sono troppi e anche troppo dannosi per il nostro vino. Certamente avere la sfortuna di essere un paese dove si parla l’italiano non ci aiuta molto a imporre una critica enologica indipendente e autorevole.

Nei prossimi anni, se il vino del Belpaese vorrà crescere ulteriormente e affermarsi con sempre maggior forza nel mondo, dovrà essere accompagnato da una stampa che sappia proporre modelli di comunicazione di buon valore (come già sta facendo), e che fornisca strumenti tradotti nelle lingue più parlate. Perché avere dei giornalisti competenti e seri, che arrivano in Italia per due settimane, degustano al volo 1.000 vini e poi cominciano a riempire pagine e pagine come fossero i più grandi esperti al mondo di questi vini fa davvero un po’ sorridere.

Nasce con quest’ottica, sicuramente molto ambiziosa, il nuovo progetto editoriale di Slow Food legato al vino. Un magazine solo digitale, pubblicato sei volte all’anno e tradotto in tre lingue (italiano, inglese e tedesco), che sarà scaricabile dai primi di aprile del 2014. L’obiettivo è quello di riuscire a parlare a un pubblico molto vasto, che è quello che naviga su internet, dei nostri vini e dei nostri terroir con una logica innovativa, ma chiaramente dedicata a quelle che sono da sempre le tematiche più care al nostro movimento: educazione dei consumatori, sostenibilità ambientale e tutela del diritto al piacere. Tutte tematiche che, come abbiamo visto durante il nostro tour, hanno grande presa sul pubblico americano, tedesco, cinese e russo – tanto per citare i paesi che abbiamo toccato tra il 2013 e il 2014. In trent’anni l’Italia si è trasformata da produttrice di vini da taglio in prima stella del panorama enologico mondiale, si è fatta in fretta e furia una rivoluzione. Ora, se ci si vuole liberare del tutto di alcuni tabù, vale la pena fare il passo successivo, e avere quindi gli strumenti adatti per saper comunicare al mondo le nostre eccellenze.

 

Questo articolo compare nel primo numero di Slow del 2014 che sarà distribuito al bancone di Slow Food durante le giornate del Vinitaly di Verona

L’immagine in alto a destra è la copertina della rivista ed è stata disegnata da Undesign così come la copertina di Slow Wine Magazine da domani scaricabarile gratuitamente!

  • Gianpaolo Paglia

    Certo il problema della critica enoica non residente, e quindi meno informata, l’abbiamo subito per molti anni. Viene da chiedersi se la colpa sia da distribuire in maggior misura a “loro”, che non sono riusciti ad interpretare il nostro mondo produttivo (pur essendo che alcuni nomi noti di fatto vi risiedessero) oppure a noi che non abbiamo avuto la capacità di spiegarci. Siete voi che non capite – verrebbe da dire – oppure noi che non ci spieghiamo bene? Quindi un plauso a questa iniziativa in lingua straniera, con un suggerimento se posso: non basta tradurre dall’italiano all’inglese per avere un audience, ma bisogna riscrivere il concetto pensando a quei “mercati” (percheè di questo si tratta), in modo che siano interessanti per loro. Lo dico da marito di una moglie inglese con figli bilingue, spesso l’ostacolo è piu’ culturale che linguistico. In bocca al lupo.

    • Gianpaolo Paglia hai ragione sui contenuti, per questo lavoriamo a stretto contatto con americani e tedeschi che fan parte della redazione, ma vivono qui.

  • Paolo Cianferoni

    Il punto della sindrome di inferiorità che noi italiani abbiamo nei confronti di alcune zone della Francia (vedi Borgogna) è molto importante. A mio avviso bisognerebbe generalmente dar risalto alle orgogliose ed esclusive nicchie dei vini italiani che non possono in nessun caso essere paragonabili ed esser da meno ai Francesi o simili.

    Secondo punto interessante il linguaggio. Proprio da oltreoceano mi sono arrivati inviti a scrivere in inglese. Ormai l’inglese è la chiave del linguaggio mondiale, sopratutto tramite le nuove tecnologie. Da qualche giorno twitto solo in inglese…

    Terzo punto i territori: i territori vinicoli in Italia e il loro vino, non si valorizzano sufficientemente finché la comunicazione non si spinge al massimo in questa direzione. In Italia si sarebbe primi nel mondo. Voglio qui ricordare le Menzioni Comunali che il territorio di produzione del vino Chianti Classico si meriterebbe, solo per cominciare una più approfondita zonazione, come del resto si meriterebbero operazioni simili in altri territori in cui si produce vino in Italia.

    Naturalmente senza far polemica tra vino di massa, industriale, e vino d’artigianato dei territori: ognuno assolve le sue funzioni e tutti saranno felici se tutto gira bene.