Ciao caro Stefano, il saluto di Carlo Petrini a Stefano Bonilli

214ea6be2dcc18ab5b8d7dd602405944f46203a2_r700_375_5Slow Food piange la scomparsa di Stefano Bonilli, uno dei fondatori della nostra associazione, amico e compagno di avventura della prima ora. Una grande perdita per il mondo della gastronomia italiana. Carlo Petrini lo ricorda, a nome di tutta Slow Food.

«Con la scomparsa di Stefano viene meno un amico e un lucido intellettuale, che ha contribuito a dare dignità al settore vinicolo e gastronomico italiano. Lui si inserisce in un grande alveo che va da Brera a Veronelli. Il nostro Paese deve molto a queste persone che si sono impegnate per valorizzare un patrimonio ormai riconosciuto da tutti in ogni angolo del mondo. Ultimamente non lo sentivo più spesso, le nostre strade si erano divise qualche anno fa: io più impegnato nell’associazione e nella costruzione e gestione dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche e lui nei progetti editoriali. Ma c’è stato un tempo in cui ci vedevamo tutti i giorni e oggi non posso che tornare, con nostalgia, al ricordo di quegli anni pionieristici. Era il tempo in cui nasceva Arcigola, il tempo in cui presero vita il Gambero Rosso e la Guida vini d’Italia (quella dei Tre Bicchieri). Credo che nessuno possa negare, oggi, che la contemporanea nascita di Arcigola e Gambero Rosso (che ci vide entrambe protagonisti sui due fronti), abbia segnato un confine, un prima e un dopo per la gastronomia in Italia. Questi nostri progetti avevano salde radici negli anni Settanta, quando conobbi Stefano e iniziammo e in interminabili riunioni politiche, tutte e due animati da un comune sentire sociale, di quella che era definita estrema sinistra.

Con il venir meno dell’attività politica anche i nostri incontri si diradarono, ma come spesso succede tra amici, bastò poco per riallacciare le relazioni. Era il marzo 1986, momento terribile per il settore vinicolo della mia terra e di tutto il nostro Paese. Stefano, inviato dalla Rai a Narzole per seguire lo scandalo del metanalo per conto di «Di Tasca Nostra», venne a Bra per raccogliere la testimonianza mia e di Gigi Piumatti, che già da tempo (Stefano lo sapeva) ci stavamo battendo per promuovere le qualità dei grandi vini delle Langhe. Qualche settimana dopo, a Verbania, fui proprio io a consegnare a Stefano un premio dedicato a chi aveva fatto cose importanti nel mondo del vino. Nacque proprio in quei giorni l’idea di fare la famosa Guida ai Vini d’Italia, con l’altro comune amico, Daniele Cernilli, a completare il quartetto di fondatori. Era un mondo che avevamo tutti a cuore. Anche l’idea della rivista nacque in quei mesi di assidue frequentazioni. Si trattava di una novità assoluta per quell’epoca: scandagliare un mondo, quello enogastronomico, fino ad allora poco frequentato, dando voce ai protagonisti. Convincere i due direttori del tempo del Manifesto a pubblicare un inserto dedicato ai “consumatori golosi e curiosi” non fu facile. La sinistra non trattava queste questioni e ci siamo resi conto che uscire con un inserto enogastronomico nel manifesto è stata un’impresa intelligente. Furono i fatti a darci ragione. Il Manifesto con l’inserto vendeva mediamente il 30% in più. Di qui inizia in Italia una nuova editoria gastronomica. Ha fatto del Gambero Rosso uno degli elementi innovativi della gastronomia italiana e in questa prima fase l’abbiamo vissuta insieme».

Sono convinto che quegli anni ’80 sono stati entusiasmanti, il merito di Stefano è stato mettersi in sintonia con una società che cambiava nel rispetto di una grande tradizione.

Sono passati quasi trent’anni e di cose in questo tempo Stefano ne ha fatte molte: basti citare il Gambero Rosso Channel e la sua intuizione (tra i primi in Italia) delle potenzialità di Internet per raccontare il nostro settore. Per me, però, resteranno indelebili i ricordi di quegli anni che ci videro assieme a fare qualcosa che – allora – sembrava un’utopia.

Grazie Stefano, ti sia lieve la terra.