Ci ha lasciati Alvaro Palini, il sarto-cantiniere considerato il padre del Sagrantino moderno.

L’altra notte, all’età di 80 anni, si è spento, tranquillamente come aveva sempre vissuto, Alvaro Palini.

La vita di Alvaro è stata un’avventura di quelle che si leggono nei migliori libri di narrativa. Partì giovanissimo da Bevagna, in Umbria, con in tasca il mestiere di sarto: andò a Parigi, dove tra gli anni Sessanta e Settanta diventò uno degli stilisti più apprezzati. Aveva una passione fortissima per il vino, che coltivava assaggiando le migliori bottiglie francesi; allo stesso modo era molto legato alla sua terra, e in particolare alla famiglia Adanti di Bevagna, nella cui cantina il giovane Domenico si adoperava con le prime vinificazioni. Domenico gli portava in assaggio i vini a Parigi e Alvaro in genere li gettava direttamente nel lavandino, schifato: gli scambi di opinione tra i due, legati da grande amicizia e forte passione, erano di quelli veraci, proficui. Un giorno Domenico Adanti, sfinito dagli insulti, gli urlò “allora provaci tu a farlo”: e fu così che il sarto divenne anche cantiere cantiniere accettando la sfida dell’amico, intuendo le potenzialità e lavorando in maniera diversa e innovativa sul Sagrantino, facendo entrare questo vino nell’età moderna.

Ho conosciuto Alvaro una decina di anni fa, andando a visitare Adanti a Bevagna, dove il figlio Daniele da tempo aveva raccolto il suo testimone nella conduzione della cantina. Fu una mattina bellissima e intensa, culminata con un pranzo tanto semplice e frugale quanto ricco di sapori e di belle storie raccontate. Alvaro era così come l’avevo immaginato: diretto, semplice, anche un po’ brusco, assolutamente ospitale, gioviale, acuto, intelligente. I “suoi” vini erano – come spesso succede con i migliori vignaioli – lo specchio della sua anima: diretti e veraci, intensi ed eleganti, grintosi e profondi. Ho sempre pensato che Alvaro era un uomo che sapeva stare magistralmente al mondo; quel mondo che ora piange la sua scomparsa, perché senza di lui è diventato un po’ più brutto e spento.

Daniele, nel darmi la brutta notizia, mi ha mandato questo racconto, scritto originalmente in tedesco e poi tradotto: lo pubblico perché mi sembra il modo migliore per ricordare Alvaro e per farlo conoscere a chi, purtroppo, non ha avuto modo di farlo.

 

I pantaloni di Alvaro. di Dieter Bachmann

Dopo aver suonato tutto tace. Sto nella luce splendente. Poi passi strascicati. La porta si apre appena. Davanti all’oscurità sta un uomo minuto. Cerca di riconoscere, contro la luce abbagliante, chi ha davanti. Poi apre.
Vuoi un bicchiere?. (1)

Oggi dico di sì. Volentieri.
La casa è fresca. Lo seguo per le svolte di un lungo corridoio. Alvaro cammina facendo ciondolare le braccia. C’è un odore acidulo.
L’ambiente con un lungo tavolo e finestre in alto è così scuro, che si potrebbe accendere la luce. Ma l’occhio si è già abituato.
Alvaro cerca una bottiglia specifica tra quelle nella credenza. Prende due calici dall’armadio, li guarda controluce e li pone sul tavolo.
– L’ultima volta i tuoi bicchieri odoravano di candeggina, ti ricordi, Alvaro? – gli chiedo.
Alvaro sogghigna.
– Era stata la donna delle pulizie – dice. – Stavolta non c’è stata nessuna donna delle pulizie. Anche da me, penso, la colpa è sempre della donna delle pulizie. Alvaro mesce. Copre di vino il fondo del bicchiere, solleva il bicchiere verso la finestra, infila il naso nel bicchiere. La luce che cade sulle sue guance mi ricorda che la sua pelle è attraversata da venuzze rosse.
– Salute – mi dice e solleva il bicchiere verso di me. Io sollevo il mio. Tra i nostri bicchieri resta una certa distanza, lo spazio della mia ammirazione per Alvaro.
Beviamo un sorso.
Non c’è niente da dire. Stiamo in piedi al banco di mescita.
Gli chiedo, se è stato nuovamente a Parigi. Glielo chiedo sempre. La nostra nostalgia di Parigi nel mezzo del cuore verde dell’Italia è qualcosa che ci unisce.
Attends -, disse. – Je te fais voir quelque chose.
Va verso l’armadietto dei bicchieri, apre un cassetto, ne estrae una mappa pieghevole. Leggo: Plan du Cimetière Père Lachaise. La apre sul tavolo accanto ai nostri bicchieri.
– Sono andato a trovare i miei vecchi amici – dice. – Abitano l’uno vicino all’altro. – Capovolge la mappa. Non riesco più a leggere le scritte.
– Ecco, là al nord, c’è anche Edith Piaf.
Alvaro mi guarda. Sorride.
Le moineau -, dice, ha mantenuto questo accento italiano nel suo francese, – il passerotto di Parigi.

Alvaro è un uomo dolce, un uomo riservato. Tarchiato e molto tenero. Quando sorride, si rimangia la maggior parte del suo sorriso. La parola folletto (2) lo potrebbe descrivere, ma avrebbe una sfumatura troppo grossolana. Bisognerebbe trovare una parola in grado di descrivere l’ombra di grandi alberi in un giardino luminoso.

Alvaro è responsabile di una rivoluzione. Si dice che sia stato lui che nel 1985 con un colpo di mano enologico ha cambiato la regione vinicola intorno a Montefalco. Nel frattempo sono altri, che grazie a quella rivoluzione guadagnano bene, a rivendicarne i meriti. Alvaro certamente non ha guadagnato tanto, ma il suo contributo è stato notato, per esempio da uno di quei britannici che, in assenza di vini propri, sono diventati i veri specialisti del continente. Burton Anderson, l’autore del manuale di riferimento “Italian Wines” è considerato “Worlds leading authority on Italian wines”.

Anderson scrive di Alvaro Palini: “L’abile Alvaro è stato capace di tenere testa alla potenza di questa uva misteriosa, diminuendo la produzione ed adottando nuove tecniche, per ottenere un migliore equilibrio tra frutto, tannini e acidità. Un vino che dopo una delicata maturazione in botti di rovere, acquista eleganza attraverso la conservazione in bottiglia.” Come si vede anche gli esperti di vini quando scrivono non fanno miracoli. La storia dell’equilibrio verrebbe in mente anche ad un conoscitore meno rinomato. E quando sono stato l’ultima volta da lui, ha addirittura arricciato il naso, forse solo per me, a proposito del Sagrantino. – Cabernet -, bisbigliava – Merlot.

Il vero punto della questione è che Alvaro non è un enologo. Magari lo è diventato con la prassi. Ma quando tornò a Bevagna aveva lavorato per diciotto anni nell’alta moda. A Parigi. Anche Alvaro una volta è stato emigrante. Il suo paese, che il nuovo millennio confronta con una massiccia immigrazione dal continente africano, è stato lui stesso per più di cent’anni lo scenario di un esodo di milioni e milioni di persone. Si conoscono le fotografie di grandi navi dove ponte su ponte i passeggeri si accalcano al parapetto, salutano, piangono. Le foto dai treni, i lavoratori che dormono viaggiando verso nord. Le valigie, le stazioni, le baracche. Andavano in Nordamerica, Argentina, Germania, Francia, Svizzera. Spesso gli immigranti italiani – tanto a Buenos Aires, come a Darmstadt o a Zurigo – hanno modificato durevolmente l’immagine della città. Con gelaterie e ristoranti, enoteche e bancarelle del mercato, con moda e design, e con un altro, agile savoir vivre.

Sono venuti dalla Calabria, dalla Sicilia, dalla Puglia, ma anche dal Friuli e dal Veneto. Una foto di un cantiere nel Canton Ticino, nella Valle Verzasca, mostra un gruppo o un clan familiare di una ventina di persone di una valle fuori mano dalle parti di Gualdo Tadino. Umbri; uno fa le corna dietro la testa di un altro, due fumano, altri due si attaccano alle bottiglie di birra: gli italiani allegri fanno gli italiani allegri per il fotografo. Vogliono farsi notare, forse perché vengono dimenticati facilmente, gli umbri.

Milena, la proprietaria del negozio di ferramenta a Bastardo è nata a Wädenswil sul lago di Zurigo, il benzinaio di Ponte di Ferro ha lavorato alla Migros di Thalwil. Questo è stato a Dortmund, quell’altro a Stoccarda. E Alvaro da Bevagna è stato a Parigi.
Alvaro armeggia attorno alla sua cinta e se la slaccia. Mostra i suoi strumenti.

Tu vois?
Nella cinta sono infilati due aghi per cucire, les aguilles, due aghi che un sarto, dice Alvaro, porta sempre con sé.
Alvaro sogghigna.
Il mio cervello fa una sovrapposizione e lo vedo seduto a gambe incrociate (3) sull’alto tavolo al quale degustiamo il vino.
Levallois. Alla stazione della metropolitana Levallois ha abitato, in quale arrondissement?
Di nuovo la sua maniera italiana di pronunciare la parola arrondissement. Ogni parola francese è stata trapiantata da lì a qui, un pezzo di vita vissuta. E quando la si pronuncia, ti riporta lì, dove sei stato una volta.
Oui, dice Alvaro, Paris.
Parliamo sempre delle stesse cose.
Lì era amico di un idraulico, un plombier dice lui. Insomma un idraulico, (4) tu sais. Ogni tanto si beveva insieme un bicchiere, dopo il lavoro. E al mattino Alvaro, che si svegliava presto, portava all’altro il giornale dalla strada. L’amico abitava al piano di sopra. Scendeva e si prendeva il giornale, diceva qualcosa o anche no, e si andava a lavorare.

Alvaro sapeva, che l’altro era ammalato. Cancro, se ho capito bene.
Un bel giorno non è più sceso. La sera prima si era andati ancora un attimo al caffè, per un aperitivo.

Alvaro salì le scale. Le chiavi erano infilate fuori dalla porta. Alvaro attraversò il corridoio. Nella camera da letto giaceva l’amico, calmo, morto. E immacolato. Si era sparato al cuore ed aveva tenuto il cuscino premuto sul punto di entrata del proiettile, per non lasciare disordine.

Sul tavolo aveva lasciato un paio di louis d’or (5) per la sorella. Alvaro disse proprio “louis d’or”. Accanto un poco di piombo per Alvaro, che gli aveva chiesto per l’appunto del piombo per mettere un peso sugli orli. Nessuna lettera d’addio. Pur sempre un biglietto però. Sul biglietto c’era scritto il suo ultimo desiderio: voleva essere sepolto con la sua salopette della domenica.

Il fatto era questo, dice Alvaro: su sua richiesta gli avevo cucito una salopette di tessuto pregiato. Nei giorni lavorativi portava la tuta da lavoro blu. La domenica indossava la salopette di filato pettinato.
Eh oui -, dice Alvaro. – On l’a enterré comme ça.

Probabilmente rende visita anche a questo amico al Père Lachaise.
Noi ci siamo ancora. – Ancora campiamo (6) -, dice Alvaro sorridendo, con questo verbo preferito dagli umbri, “campare” (7), rappresentante di tutto un campo lessicale, che comprende il “vivere”, “esserci”, “esistere”, “vivacchiare”, “arrangiarsi”, “vegetare” fino a “per il momento esserci ancora”.
Una parola, che comprende esplicitamente l’ora: ora che siamo in vita. Ora viviamo.
Ancora campiamo. (8)
Detta da Alvaro è una constatazione che tranquillizza, una specie di promessa. On verra, dice.
Eppure queste due parole contengono una scadenza, e una data, il giorno in cui prima uno di noi, poi tutti e due non ci saremo più.
Eh oui.
Attendiamo con calma.
Ciao Alvaro!
No. Arrivederci! (9)

 

Traduzione di Michele Gialdroni

1 In italiano nell’originale.

2 “Coboldo” nell’originale.

3 In tedesco è questa la “posizione del sarto”, corresponde alla sukhasana dello yoga.

4 In italiano nell’originale.

5 Antica moneta d’oro francese.

6 In italiano nell’originale.

7 In italiano nell’originale.

8 In italiano nell’originale.

9 In italiano nell’originale.