Che mondo del vino sarebbe senza social?

La notizia è di ieri. Robert Habeck, leader dei verdi e politico in ascesa in Germania, lascia Twitter e Facebook considerati troppo aggressivi, violenti e dannosi. Per la prima volta nell’era social un politico rinuncia a un palcoscenico d’eccezione per l’affermazione personale e la conquista di pubblico. Andate pure a dirlo all’affamato di Nutella. Potete approfondire questa notizia scaricando il podcast della trasmissione di ieri Tutta la città ne parla su Radio Tre (qui).

Sempre di questi giorni è l’articolo apparso sul The Guardian, quotidiano britannico, secondo il quale la vera rivoluzione dell’anno che abbiamo appena iniziato sarà l’abbandono dei social network da parte di un pubblico sempre più giovane, vi rimando allo stesso link di cui sopra se volete saperne di più. Siamo naturalmente nel novero di ipotesi estreme ma che sottolineano la preoccupazione crescente riguardo l’abuso dei sistemi di comunicazione contemporanei.

L’invadenza della tecnologia nella vita professionale, sia vino o qualsiasi altra materia, ha abbassato la qualità dei contenuti focalizzando l’attenzione sull’immagine e sulla tempestività della comunicazione. L’affermarsi di altri meccanismi di intrattenimento come twitter o instagram ha radicalizzato poi questa tendenza affermando non solo la sovranità dell’immagine rispetto al contenuto ma anche traslando l’essenza del racconto dell’esperienza – che metteva in campo capacità quali la qualità della sintassi e la contestualizzazione dello scritto in campi di riferimento più ampi – all’esperienza stessa che ha come unico attore il soggetto protagonista, guarda caso sempre fotografato in pose ammiccanti che racchiudono l’anima di una narrazione ipertrofica e rivolta verso di sè. Non a caso i cellulari sono ormai definiti dispositivi mobili nei quali la definizione dell’immagine gioca un elemento di qualità essenziale.

Per quanto mi riguarda vivo sempre all’età avanti social (da ora in poi AS). Mi ero iscritto a Facebook circa dieci anni fa ma sono durato poco. Ora non ho social. All’inizio lasciai la piattaforma per una sorta di autodifesa; conoscendo la mia inclinazione alla dipendenza da qualsiasi cosa, riuscì a uscirne in tempo (lo stesso genere di ossessione visiva mi sta succedendo con whatsapp e i suoi maledetti gruppi e credo di dover porre rimedio al più presto). Da quello che vedo e sbircio evinco che mai scelta fu migliore perché a oggi questo tipo di intrattenimento pare davvero una gigantesca stronzata, non tanto per ciò che viene pubblicato o condiviso, oppure per il perverso sistema ormai endemico di botta e risposta generato a ogni post, quanto piuttosto per l’allegra diffusione di dati di cui questi mezzi si appropriano senza chiedere il permesso, rivendendoli poi al migliore offerente.

Privarmi di uno strumento di auto affermazione come i social ha sicuramente influito in negativo sulla mia vita professionale ma credo ne valga la pena per una sorta di conservazione di sanità mentale. Accedo a Internet quando voglio sia per lavoro sia per divertimento, non ho la minima sensazione di essere braccato e di dover rispondere per forza a stimoli non richiesti. Mi rendo conto della qualità di un contenuto leggendolo e non per forza dal titolo o peggio ancora dalla foto di copertina. Soprattutto ho mantenuto una personalissima predilezione per il cartaceo che in modo deliberato ritengo ancora il più sano organo di diffusione di sapere esistente.

Se quindi la fuga dai social paventata in questi giorni investisse il mondo del vino, il sottoscritto non farebbe una piega. E per voi che mondo del vino sarebbe senza social?