Brda Beli Pinot 2012, Kabaj

GLUCK – La bottiglia della sera

 

 

kabajdove: a casa

con: cefali in gratella alla comacchiese e formaggio Tabor

 

 

Stasera per cena otragani, cosí chiamiamo i cefali nella Bassa Friulana. Sono tra i pochi pesci altamente sostenibili dell’Alto Adriatico, quasi onnipresenti e a buon prezzo sui banchi frigo delle pescherie.

Li preparo in casa prendendo spunto dalle indicazioni di “cefali in gratella alla comacchiese”, trovata nel mio ricettario preferito: “Ricette di Osterie d’Italia”.

In quanto al vino opto per un Beli Pinot della Brda (tradotto: Pinot Bianco del Collio sloveno) pescato nella mia micro cantina.

È “diversamente bianco”, ovvero è macerato sulle bucce e per questo assume un caldo colore aranciato, più consueto nei vini dolci. Questo invece è secco, un perfetto “Orange Wine” prodotto con uve sanissime prodorre con una viticoltura altamente sostenibile.

Beh, l’abbinamento… non funziona! Il vino ha dei profumi dolci, a tratti resinosi, intensi e intriganti, che ben si sposano con il rosmarino con il quale ho marinato gli otragani… ma in fondo non si siamo. Il vino sembra viaggiare su di un binario parallelo. Non si sposa.

Allora continuo il sorseggio e memorizzo il tocco morbido, la vena di anice che attraversa la lingua e lo contorna, fino a richiedere di versare un nuovo bicchiere. Nel frattempo mi preparo del Tabor, tipico formaggio carsolino (del Carso, ndr), a cui associo della cotognata.

Bingo! Il bicchiere inizia a svuotarsi tra curiosità e incognite. Va? Non va? Questo tocco speziato e rinfrescante in gola che presumo poter ricondurre a ricordi di cardamomo si fa sempre più evidente. Il Tabor è un gran bel formaggio, la cotognata uno “sfizio” a portata di tutti, il Pinot “diversamente bianco” anche!

Beh, tra un pensiero e l’altro, tra una prova e l’altra… il vino è finito: per cui funziona! Perché l’abbinamento si fa in bocca e non a tavolino…

 

 

Prezzo in enoteca 21 euro

 

 

 

 

Questa rubrica ospita il breve racconto/resoconto di una bottiglia di vino – o di birra – bevuta la sera precedente a cena da uno dei tanti collaboratori di Slow Wine. Non una grande bottiglia “celebrativa”, di quelle che si tirano fuori nelle ricorrenze, quanto piuttosto un vino (o una birra) “comune”, molto bevibile – molto gastronomico, come si usa dire adesso nel mondo della critica enologica – adatto al pasto e al portafoglio (nel senso del buon rapporto tra la qualità e il prezzo). Insomma una buona bottiglia che ha dato grande soddisfazione a chi l’ha bevuta e che, soprattutto, è stata scolata in un attimo, è finita velocissimamente a tavola con il cibo che l’accompagnava.