Bio c’é! ma non è poi così evidente …

logo_wmLo scorso 3 aprile Nomisma, importante società di studi e consulenze di Bologna (fondata, tra gli altri, da Romano Prodi), ha salutato la nascita di un proprio osservatorio sul mercato del vino, chiamato Wine Monitor Nomisma©. Questa struttura ha già prodotto interessanti studi, tra i quali un recente lavoro che fornisce i primi numeri sul vino biologico a quasi un anno dall’applicabilità della nuova normativa europea che ne ha definito i requisiti.

 

Il rapporto di Wine Monitor Nomisma© dice che il mondo del vino biologico è in grande fermento: in Italia il 6,5% della superficie vitata è in gestione biologica (secondo posto al mondo dopo l’Austria, con l’8,6%), per un totale di 53.000 ettari di vigneti. Rileva che è stata forte la crescita delle superfici investite a vite biologica, con un +67% tra il 2003 e il 2011, a cui hanno fatto seguito buone performance nell’export (ma su questo punto torneremo tra poco).

 

Il rapporto mette in luce però anche alcune criticità. «In questo scenario di forte evoluzione – si legge nel rapporto – oggi in Italia il 53% delle famiglie acquista un prodotto alimentare biologico e il 5% di queste compra vino bio. Questo significa che sul 2% delle tavole delle famiglie italiane è presente il vino biologico in almeno un’occasione». Si deduce quindi che è ancora molto il lavoro da fare nei confronti del consumatore italiano, che se da un lato mostra grande propensione all’acquisto di certi prodotti biologici dall’altra è ancora molto restio (se non addirittura avverso) nei confronti del vino bio.

 

images-1Vengono proposte anche altre considerazioni: «Il mercato potenziale non si ferma di sicuro ai nostri confini. È soprattutto sui mercati internazionali che l’interesse per il vino bio è forte già da tempo …». Ma questa positiva asserzione in realtà nasconde una situazione non proprio rosea. «I dati elaborati da Wine Monitor Nomisma© mostrano come sul mercato statunitense le opportunità per il vino bio italiano siano molte di più di quelle colte attualmente. Considerando esclusivamente il canale al dettaglio (al netto quindi dell’HORECA), si rileva che il 27% dei vini venduti nel 2012 negli Stati Uniti è d’importazione: l’Italia su tale canale detiene una quota del 25%, superata solo dall’Australia (35%). In tale ambito, se si guarda ai soli vini biologici lo scenario diverge notevolmente. Guidano il Cile (con una market share sui vini bio importati del 45%) e l’Argentina (19%). L’Italia è terza, con una quota del 13%».

 

Insomma avete capito? Se si parla di vini bio proposti ai consumatori statunitensi l’Italia detiene una quota tre volte minore di quella di una nazione, il Cile, che – almeno nel nostro immaginario collettivo, per le notizie che normalmente leggiamo su questo paese produttore – ha fama di essere un paese di produttori di grandi dimensioni (industriali), con vini di stile internazionale prodotti in massima parte con i “soliti” quattro vitigni francesi (cabernet, merlot, chardonnay, sauvignon): quindi un’immagine che consideriamo poco attraente e piuttosto “lontana” da quella del mondo dei vini biologici. Eppure i cileni ci hanno fortemente soppiantati sul mercato Usa.

 

imagesSe si potesse ragionare come in un campionato di calcio, con le stesse regole di compravendita dei giocatori, ci verrebbe da dire questo: proviamo a scritturare i players cileni responsabili della commercializzazione e della promozione del vino cileno biologico negli Usa – dando in cambio alla squadra avversaria il doppio dei nostri burocrati/responsabili, più congruo saldo in denaro – perché sono stati bravissimi. In Italia abbiamo una ricchezza produttiva, nel campo del biologico, di gran lunga superiore a quella cilena ma i responsabili delle nostre esportazioni non sono riusciti minimamente a comunicare questo dato. Peccato.

 

Fabio Giavedoni

 

P.S.

Ringrazio per la preziosa collaborazione Silvia Zucconi, Project Manager di Nomisma impegnata nel progetto Wine Monitor Nomisma©

 

  • Chi mi suggerisce un produttore di LACRIMA DI MORRO D’ALBA da uve giologiche o biodinamiche?

  • A prescindere da tutto, partirei da questa affermazione:

    “[Il Cile] ha fama di essere un paese di produttori di grandi dimensioni (industriali), con vini di stile internazionale prodotti in massima parte con i “soliti” quattro vitigni francesi (cabernet, merlot, chardonnay, sauvignon): quindi un’immagine che consideriamo poco attraente e piuttosto “lontana” da quella del mondo dei vini biologici”

    Ma sarà vero che i quattro vitigni internazionali sono poco attraenti in generale, e in particolare lo sono per i consumatori di biologico in USA?
    Io non ne sarei così sicuro: anche qui in Italia gli amanti del vitigno autoctono sono una nicchia, mentre i consumatori di prodotti bio sono in aumento nel pubblico “generico”.

    Immagino che in un paese con relativamente bassa abitudine al consumo del vino e buona capacità di spesa come gli USA, i due fenomeni sopra esposti siano ancora più evidenti… Forse esiste una quota di mercato rilevante i tanto vituperati (chissà poi perché) internazionali li vuole, e li vuole bio. Magari è una opportunità di business…