Barolo e l’impossibile governo del limite

Ieri, dopo l’uscita del mio pezzo dedicato al Barolo (leggi qui), ho avuto modo di fare una lunga chiacchierata con responsabili del Consorzio Tutela del Barolo e i dati che mi hanno fornito sono piuttosto chiari:

437 le domande pervenute di vigneti non attualmente a Barolo Docg che invece si richiede di farli rientrare nella denominazione

130 ettari di richiesta

630 ettari di altri vitigni piantati all’interno del territorio della Docg, principalmente vitati a dolcetto e barbera

270 coltivatori imbottigliatori che hanno richiesto più ettari

80% dei produttori hanno fatto richiesta

80% dei produttori/vignaioli vende sfuso ai commercianti

 

Dopo questi dati, che mi sono stati snocciolati, potrei stare zitto e comprendere come nella zona del Barolo il governo del limite sia ormai impossibile. E, aggiungo, quasi nessuno lo vuole. Vorrei proporre, invece, una breve riflessione con alcune domande che mi piacerebbe porre ai produttori:

 

  1. se l’80% di voi vende vino sfuso ai commercianti, non sarebbe meglio prima di aumentare (all’interno dei confini ella Docg) ettari vitati, che vi concentraste a mettere il 100% del vostro prodotto in bottiglia con il vostro nome?
  2. siamo convinti che un territorio 100% nebbiolo sia la soluzione migliore? Oppure lasciare un po’ di spazio a dolcetto e barbera non possa tutelarvi anche da potenziali cambi di gusto?
  3. nel caso la risposta alla domanda precedente fosse positiva allora sarebbe bello che i produttori del Barolo dessero una mano a denominazioni vicine meno fortunate per emergere e ridistribuire un po’ la ricchezza e quindi quando vendono Dolcetto lo facessero non con la denominazione Alba, ma piuttosto dando lustro a Diano e Dogliani. Se non hanno più Barbera buona allora possono iniziare a vendere Nizza o Barbera d’Asti. Questo perché il Piemonte non può essere, per ragioni pedoclimatiche e storiche, un territorio nebbiolizzato totalmente.

Far crescere territori vicini mi pare cosa buona e giusta, anche per evitare squilibri di reddito che alla lunga non sono mai utili a nessuno e danno giustamente corda a chi sostiene, non senza ragioni, che alla fine il nebbiolo mica è per forza una prerogativa solo della fortunata Langa.

Chi scrive non vuole soffocare l’economia di nessuno, ma se non dessimo spunti di riflessione ai produttori in questi momenti verremmo meno alla nostra funzione di critica e sprone che è sempre stato il marchio di fabbrica di Slow Food, che nutre profondo amore per le terre che hanno visto nascere la nostra Associazione.

  • Maurizio Gily

    Anche a me dispacerebbe che il Nebbiolo diventasse una monocoltura, nello stesso tempo però dobbiamo considerare che se si riducono le superfici di altri vitigni per i produttori di Langa valorizzare altri territori diventerebbe una necessità, se vogliono continuare a vendere Barbera e Dolcetto, cosa comunque utile a completare la gamma con vini meno costosi. Il processo è già in corso con acquisizioni di terreni nel Monferrato e in altre zone. Tra l’altro non è affatto necessario che un produttore “abbia tutto”, anzi, la possibilità di collaborazioni di tipo commerciale tra produttori e territori non concorrenti oggi è solo minimamente sfruttata, proprio perchè “tutti devono fare tutto”. Invece io penso che per le piccole aziende questa sia una delle strade da seguire per essere competitivi, anche se poco consona alo spirito individualista tipico delle campagne non solo piemontesi. Poi quanto a governo del limite, in confronto al Prosecco direi che non ci si può lamentare…

  • Michele Antonio Fino

    Se prendiamo in considerazione i numeri, la produzione di Barolo, in termini di bottiglie totali, è stabile da un trentennio.
    Oggi ci sono molte più vigne di nebbiolo di trent’anni fa e questo si spiega con rese ben diverse e anche con meccanismi non troppo complessi di attribuzione del nome Barolo a certi vini, prima che la DOCG, le fascette e i controlli facessero il loro lavoro.
    A Bordeaux, le varie denominazioni assommano annualmente una produzione potenziale (gelate 2017 non in conto) circa 800 milioni di Bottiglie. In Borgogna, le 83 AOC presenti generano 200milioni di bottiglie all’anno.
    Di Barolo se ne fanno tra li 11 e i 12 milioni di bottiglie all’anno.
    Se i 130 ettari richiesti venissero tutti vitati a Nebbiolo da Barolo avremmo una teorica capacità di aumento della produzione pari a poco più di mezzo milione di bottiglie. Ovvero il 5% di aumento.
    Si può discutere dell’appropriatezza di una scelta espansiva della produzione ovvero di una scelta conservativa, ma davvero, non mi pare che il rischio di una inflazione di Barolo sia dietro l’angolo.
    E questo al netto della GIUSTISSIMA istanza affinché il Barolo sfuso si estingua e sempre più bottiglie portino il nome di chi ha vinificato le uve (meglio ancora se erano le sue uve, ma sono di parte!).

    • Condivido tutto, fatta eccezione per la partenza del tuo scritto ovvero che la produzione di Barolo (imbottigliato) sia stabile, vent’anni fa era meno di 8 milioni, 30 anni fa era poco più di 5 milioni, e quindi un buon aumento c’è stato eccome

      • Michele Antonio Fino

        Grazie della correzione Giancarlo.
        Ho citato dei valori menzionati da Sandro Sangiorgi a Pollenzo il 16 maggio scorso. Non li ho verificati e ho quindi sbagliato.

  • Giorgio Ruffo

    Sono fondamentalmente d’accordo con Gariglio e in particolare con la considerazione che prima di richiedere nuova capacità produttiva sarebbe meglio spingere al massimo l’imbottigliamento del vino prodotto invece di cederlo ai commercianti i quali ben sappiamo come riescono a svilirlo, almeno nella maggioranza dei casi.
    In quanto poi al paragonare la denomiazione Bordeaux, e quindi gli 800 milioni bottiglie, alla nostra “Barolo”, Michele, sarebbe il caso di ricordare la classificazione francese dei crus e allora il numero delle bottiglie paragonabili per qualità diminuirebbe, a spanne, di un ordine di grandezza.
    Con amicizia, Giorgio

  • Maurizio Gily

    Onestamente, se uno prende 8 euro al chilo per l’uva, mettersi a produrre e imbottigliare in proprio, per poi affrontare il mercato “con la sua faccia” come ultimo arrivato, se lo fa per ambizione personale e per il fuoco della passione, e se è molto bravo sia in campagna che in cantina, va tutto bene, ma altrimenti sul piano economico e su quello della qualità della vita (a proposito di governo del limite) è una specie di suicidio, ed io non me la sento di spingere un agricoltore al suicidio. La percentuale di Barolo imbottigliato all’origine è già molto alta, comparata con altri vini anche famosi. In primis lo Champagne. Oltre tutto non esiste quasi libero mercato delle uve, quasi tutto viene comprato e venduto attraverso rapporti consolidati tra fornitori e acquirenti. Giorgio Ruffo, chi acquista uve a caro prezzo non svilisce, non gli conviene. Mentre chi acquista uve e vini mediocri ci guadagna lo stesso e ci guadagna anche chi gliele vende. Forse il problema è che bisognerebbe smettere di fare uve e vini mediocri. Però sul totale a dire il vero la percentuale non è alta, direi che è fisiologica.

  • Ivan Ferri

    Volutamente provocatorio: ma perché si deve sempre trovare il modo di fare qualcosa in più? Perché non ci si può mai accontentare?

    • Nel Barolo il 20 % dei produttori vende tutta la propria produzione in bottiglia , gli altri vendono parte sfuso e parte in bottiglia. La stragrande maggioranza vende il 10-20-30% sfuso , gli altri dal 40 al 100%.

  • Novaia Azienda Agricola

    Se l’80% dei produttori vende vino sfuso ai commercianti non vuol dire che l’80% del vino sia commercializzato come sfuso. Sarebbe interessante avere anche questo dato.