Bando agli equivoci sul rame: l’agricoltura convenzionale può consumarne più di quella biologica

Questo post è stato pubblicato ieri sul portale principale di Slow Food. Un articolo che ha concluso la raccolta di contributi sul tema dell’utilizzo del rame nell’agricoltura biologica scaturito dalla recente proposta dell’Unione Europea di abbassarne i limiti consentiti (da 6 kg a 4 kg per ettaro all’anno, con l’obiettivo di una progressiva messa al bando).

Il sito slowfood.it aveva già ospitato le opinioni di esperti qualificati del settore come Francesco Sottile, Maurizio Gily, Vincenzo Vizioli e Silvano Brescianini (cliccare sul nome per leggere i loro contributi).

 

Il tema dell’utilizzo del rame come fitofarmaco in viticoltura ritorna spesso nelle discussioni – dal vivo, su carta stampata e online – che vertono sul vino biologico.

Di solito hanno due toni principali: da un lato c’è la preoccupazione di tanti vignaioli che operano in regime biologico che si arrovellano su come limitare o sostituire l’uso di questo metallo nei loro trattamenti, ponendosi evidentemente il problema della concentrazione di rame che si può accumulare nei loro terreni, che di certo non è una cosa sana e accettabile. Un dibattito serio che condividiamo pienamente.

Dall’altro ogni tanto si alza la voce di qualche viticoltore convenzionale, più spesso spalleggiato da giornalisti (anche illustri) o blogger che dimostrano bassissima conoscenza viticola, che punta il dito contro i biologici accusandoli di avvelenare con il rame i terreni sui quali coltivano le loro uve. In genere questi ultimi produttori e/o giornalisti ignorano – per mancanza di cultura e talvolta con malafede – che i prodotti commerciali che si utilizzano normalmente nei vigneti convenzionali contengono quantità piuttosto ingenti di rame. Ovviamente non si preoccupano di questo perché da un lato è difficile dedurne l’esatta percentuale, ma soprattutto perché questo non è un problema dato che per loro non ci sono limiti di legge da rispettare nell’utilizzo di questo metallo.

La redazione di Slow Wine sta raccogliendo da un po’ tempo alcuni dati decisamente significativi da produttori che hanno intrapreso, o completato in questi anni, il percorso di conversione al biologico. Quando, tra qualche settimana, avremo dato una forma compiuta e completa a questi dati li pubblicheremo su slowine.it.

Nel frattempo possiamo anticipare il più significativo risultato di queste indagini.

Da quando operano in regime biologico queste aziende hanno un controllo preciso delle quantità di rame che utilizzano, con dati che oscillano a seconda delle annate ma che si mantengono tranquillamente, e a volte abbondantemente, sotto i limiti di legge. Ma questi produttori virtuosi si sono presi la briga di andare a calcolare – non senza difficoltà e con buona dose di pazienza e pignoleria – quanto rame era presente nei fitofarmaci che utilizzavano prima, con attenti calcoli sulle percentuali previste nei prodotti commerciali che usavano in rapporto al numero medio di trattamenti che operavano negli anni.

Ebbene il primo risultato evidente è che nei loro terreni ci finiva più rame allora rispetto a oggi in regime biologico; inoltre la quantità di rame che riversavano nei terreni in conduzione convenzionale superava spesso il limite dei 6-7 chilogrammi per anno.

Il dato ci ha evidentemente stupiti, ma non troppo, se correlato con alcune ricerche scientifiche fatte negli ultimi anni che attestano che in molti terreni di tante aziende che operano in biologico c’è meno presenza di rame rispetto a quelle che operano con una viticoltura convenzionale.

Insomma la questione è da seguire con attenzione e senza spirito partigiano, per il bene della nostra viticoltura e della terra nella quale viviamo: è quello che ci ripromettiamo di fare con il nostro piccolo contributo.