Armenia e Coca Cola

Andare in vacanza in Georgia e Armenia, zaino in spalla e mezzi pubblici, con 8 figlioli tra i 2 e i 10 anni non si può certo annoverare tra le idee più brillanti degli ultimi anni. In giornate belle quanto faticose però si stagliano momenti di energia cristallina che a caldo – sono tornato ieri sera – hanno il colore degli occhi stupiti e felici dei bimbetti sul treno notturno che da Tbilisi porta a Yerevan in uno sferragliare misterioso, magico e denso di richiami al passato, ah la mia giovinezza, e al loro futuro in un intreccio potente e oscuro, quasi mistico, di aspettative, desideri e preoccupazioni.

 

I loro occhi stupefatti erano i miei quando sono entrato per la prima volta nella celeberrima caverna di Areni-1 in Armenia. Su questo sito abbiamo parlato più volte, per voce di Daniele Palini (qui) e Nicoletta Dicova (qui), di quel sito custode dei resti della più antica vinificazione al mondo, risalente a 6000 anni fa e portati alla luce, tra il 2007 e il 2012. Il dato, in sé già di grande interesse, tracima emozione nell’esperienza personale. La caverna si trova inserita in un paesaggio unico tra la valle del fiume Arpa, piena di vigne e frutteti e il monastero, abbacinante, di Novarank, costruito nel XIII secolo.

 

All’interno della caverna, appena toccata dagli scavi che dovranno essere portati avanti, si trovano testimonianze di una comunità antica, composta da un numero di persone ancora imprecisato, dedita alla lavorazione della pietra e del rame. I resti di un torchio per la pressatura di uva con tracce di acini e raspi sono sicure testimonianze di una vinificazione associabile a riti funebri o a cerimonie dedicate alla fertilità.

 

 

Entrare ad Areni-1, 6000 anni dopo, sentire con il corpo il cambio di luce, di temperatura e umidità è una suggestione troppo facile per non essere accolta. Qui vi erano le condizioni ideali non solo per le vinificazioni rituali ma soprattutto per la conservazione e la produzione degli alimenti di una delle più antiche civiltà stanziali. Il vino come rituale è d’altronde una delle primigenie giustificazioni della sua comparsa.

 

 

Esco alla luce. Oggi si perpetua la tradizione/vocazione alla viticoltura in questa regione. La natura della produzione è visibile a occhio nudo. Aziende, poche a dire la verità, strutturate nell’accoglienza ai turisti che offrono vini sterilizzati da qualsiasi traccia di personalità e tanti, tanti, contadini con i banchetti sulla strada a vendere vino, frutta, verdura fermentata e miele. Mi colpisce il fatto che il vino è messo dentro a bottiglie di Coca Cola semi nuove tanto che anche da vicino sembrerebbero sigillate.

 

 

Mi fermo da una signora con il viso bruno dai tratti quasi orientali. Le rughe sul suo volto sono regolari e formano degli arabeschi simili a quelli sulla corteccia di certe querce. Chiedo di comprare il vino. Me ne fa assaggiare due da vitigno areni. 2015 e 2016. Entrambi nella bottiglia da un litro e mezzo di Coca. Scelgo il 2016 che nella sua rusticità ha densità impressionante, frutto integro e ottima vitalità. La ragazza che ci accompagna soddisfa la mia curiosità sul fatto che queste bottiglie di Coca Cola sono praticamente intatte… «Qui vengono tanti iraniani, le bottiglie di Coca possono tranquillamente entrare in paese» mi spiega dopo aver chiesto alla donna.

Bevo il vino durante il lento ritorno a Yerevan, a un certo punto si vede la sagoma maestosa dell’Ararat con i suoi 5.000 e passa metri, provo a cercare l’Arca di Noè incastrata da qualche parte. Il vino che fluisce nella storia e nella geografia dei paesi è il vino che mi entra dentro, mi solleva l’anima e mi schiarisce i pensieri mentre il piccolo Arturo dorme sulla mia gamba e un giorno ascolterà questo racconto, incredulo di averne fatto parte.