Amarone della Valpolicella: il racconto di una degustazione e di una storia lunga 50 anni

 

Il Consorzio di Tutela della Valpolicella ha voluto festeggiare i 50 anni del riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata dell’Amarone della Valpolicella con una verticale che ha ripercorso, attraverso 8 bicchieri e 7 decadi, tutta la sua storia. La verticale, che ha visto la presenza di 80 giornalisti provenienti da tutto il mondo, è stata condotta con bravura da Alessandro Torcoli, che ha inserito la storia dell’Amarone all’interno del contesto vitivinicolo internazionale.

Ma entriamo subito nel vivo del racconto.

La nostra storia inizia negli anni Cinquanta, anni di grande fermento, in cui, in un contesto di piccoli proprietari terrieri, cominciano ad affermarsi alcuni imprenditori agricoli e nascono diverse cantine sociali. In Valpolicella si produceva vino per il consumo locale, in damigiana, e solo poco vino era imbottigliato: era Recioto, vino dolce e prezioso, ottenuto dall’appassimento dell’uva per 100 giorni. Un vino importante, che veniva aperto nelle grandi occasioni. Su alcune bottiglie accanto alla dicitura “Recioto” comincia ad apparire il termine “Amarone”, che ne indicava una versione più secca, frutto di una fermentazione più lunga.

Il primo vino della verticale è un Recioto Amarone “Riserva del Nonno” prodotto dalla Casa Vinicola Fratelli Bolla, annata 1950. Assaggiare un vino che riporta questa data in etichetta è una fonte di grande emozione. Questo Amarone porta i suoi anni con grandissimo stile ed eleganza. Agli iniziali, ed inevitabili, sentori salmastri e di pot-pourri, fanno seguito profumi dolci e ancora intatti di piccoli frutti rossi. Al palato è vibrante, l’acidità ancora viva, la sapidità piacevole. Un aroma finale lievemente affumicato accompagna il ritorno della ciliegia.

Un balzo in avanti nel tempo e ci ritroviamo agli anni Sessanta. Anche la tecnologia ha fatto grandi passi in avanti: in un mondo che era dominato dalla sola botte di legno si diffondono le cisterne in acciaio inox, che possono essere refrigerate. I vini possono essere portati al completamento della fermentazione e diventano completamente secchi. In Italia nascono i primi disciplinari di produzione, che riportano in modo dettagliato le caratteristiche organolettiche che contraddistinguono le diverse tipologie di vino. Nel 1968 la dicitura Amarone appare per la prima volta nel disciplinare del Valpolicella. In questo contesto alcune aziende vitivinicole si distinguono per l’attitudine pionieristica ed imprenditoriale che le spinge verso i mercati esteri; tra queste spicca l’azienda agricola Montresor. Il Recioto Amarone della Valpolicella 1969 avvolge l’olfatto con note speziate di cannella, chiodi di garofano che si alternano a profumi dolci di marmellata di prugna. Al palato è secco e molto caldo, ancora potente e senza dubbio fine nel lungo finale minerale, in cui riecheggiano sentori di frutta secca e spezie.

Per dovere di cronaca facciamo un rapido ma doveroso passaggio attraverso agli anni Settanta, in cui, grazie ai trend lanciati da alcuni investitori internazionali nella società cambia definitivamente il modo di percepire il vino di qualità, che, battuto all’asta come un’opera d’arte, smette di essere un bene di consumo, per divenire un bene effimero, edonistico, lussuoso, e allo stesso tempo una possibilità di capitalizzazione. La Valpolicella osserva i cambiamenti oltreoceano e cambia il modo di fare il suo vino, per rendersi attrattiva agli occhi del mondo di facoltosi enoappassionati, soprattutto di quelli americani.

Ci troviamo così agli anni Ottanta, momento storico di grande espansione del vino italiano nel mondo, in cui nascono e si diffondono la critica enologica, le guide ed i punteggi. Da questi anni ruggenti provengono i prossimi vini in degustazione.

Il primo è l’Amarone della Valpolicella Santa Sofia 1983, che si dimostra immediatamente estrattivo nei sentori terrosi e fruttati di prugna scura, in cui la spezia dolce e la frutta secca si alternano a ricordi di china. Al palato il vino dimostra una buona freschezza, a discapito dei suoi 35 anni di età, che lascia spazio ad un finale fortemente minerale, quasi metallico.

Più vibrante e succoso l’Amarone della Valpolicella Classico Terre di Cariano Cecilia Beretta 1985, in cui i sentori di frutta scura, come la prugna e la mora, sono accompagnati da note di ciliegia rossa sotto spirito, rotella di liquirizia e da un lieve accenno balsamico. Il palato è fresco e sapido, con tannini levigati, ma ancora ben presenti. Pur nelle loro diversità questi ultimi due vini immortalano un’epoca e uno stile produttivo ben preciso, che puntava a grandi concentrazioni.

Ci spostiamo con un balzo agli anni Novanta. L’Amarone è un vino ormai affermato in tutto il mondo, venduto a prezzi molto più alti rispetto al passato e che viene frequentemente affinato in barrique. I grandi nomi continuano a vendere, ma a questi si affiancano delle nuove realtà che però si fanno subito notare. È tra queste l’azienda agricola Roccolo Grassi, di cui assaggiamo l’Amarone della Valpolicella 1997, estrattivo e potente, con un bouquet molto ricco in cui si avvicendano note dolci di composta di more e ciliegie, con note speziate di cacao, baccello di vaniglia e cannella. Al palato è intenso e gustosissimo, in un sorso in cui freschezza e sapidità sono ben integrate in una fitta trama tannica, con un lungo finale di spezie e prugna scura.

Raggiungiamo gli anni Duemila, in cui l’Amarone prosegue il suo cammino di affermazione nel mondo. Le potenzialità del vino sono ormai chiare a tutti e così alcuni produttori cominciano a puntare su vini ancor più ambiziosi, fatti per trovare il loro punto di maturazione più in là negli anni, ben oltre i 4 anni prestabiliti dal disciplinare di produzione. Ne è un ottimo esempio l’Amarone della Valpolicella Monte Lodoletta 2004 di Romano dal Forno. Il vino è denso di colore, di profumo e di sostanza, si aggrappa con forza alle pareti del bicchiere, liberando profumi avvolgenti ed invitanti in cui si distinguono la viola, la mora, la ciliegia scura e matura sotto spirito e le note speziate di tabacco da pipa. In bocca, però, sbaraglia il palato con un tannino grintoso, che, come un adolescente, dimostra tutta l’irruenza dei suoi 14 anni. La stoffa, però, è indiscutibile e si coglie tutta la profonda complessità aromatica che il vino svilupperà appieno negli anni a venire.

Molto diverso, ma altrettanto complesso l’Amarone della Valpolicella Classico Mater Riserva 2008 prodotto da Cantina di Negrar che avvolge l’olfatto con sentori di caffè, tostatura, polvere di cacao, ciliegia stramatura e cuoio. Al palato è forte nei tannini con un sorso avvolgente, caldo e pieno, dotato di una buona freschezza e quasi didattico nel ritorno puntuale di ciliegia e mora surmature assieme alle spezie dolci.

Giungiamo al 2010, inizio di una nuova decade e anno molto importante per l’Amarone che ottiene da Docg, e fine di questo intenso e piacevole viaggio nel tempo. L’ultimo vino che assaggiamo è l’Amarone della Valpolicella Classico di Novaia, proprio del 2010. L’azienda si trova sulle alte colline di Marano, una zona che spesso si contraddistingue per uno carattere più floreale e meno estrattivo. Il vino dimostra subito grande finezza, in un susseguirsi affascinante di sentori di violetta, mora, lampone, ricordi speziati di pepe, un accenno di tabacco scuro ed una rinfrescante nota di erbette aromatiche. Al palato non delude, è succoso e gustoso, con un tannino ancora giovane, ma già ben amalgamato nel corpo del vino, decisamente secco, ha un retrogusto elegante in cui si riscopre la violetta maranese.

Quest’ultimo assaggio, bellissima espressione di territorialità, suona un po’ come un buon auspicio (o uno sprone?) per tutta la denominazione a ricercare, difendere e manifestare con orgoglio le differenze tra le diverse zone che compongono questa importante denominazione italiana. Ed è quello che anche noi auguriamo all’Amarone: ad maiora!