Alla scoperta di un micro terroir: verticale di Montepepe Bianco

Sapete dove si trova Montignoso? Tranquilli ve lo diciamo noi: tra la provincia di Lucca e Massa Carrara, in un’area geografica segnata dalla secolare contaminazione tra cultura appenninica e marinara o quella scaturita dagli interminabili passaggi sulla vicina via Aurelia.

Oggi Montignoso, stretta nella morsa della cementificazione forzosa avvenuta soprattutto negli anni Settanta grazie al successo della vicina Versilia, custodisce un gioiello architettonico e agricolo che l’architetto Alberto Poggi ha iniziato a valorizzare agli inizi degli anni 2000.

Si tratta della Tenuta Montepepe, una collina terrazzata con alla base una splendida villa ottocentesca.

Alberto intuì lo straordinario potenziale di questo luogo i cui terrazzamenti furono destinati alla produzione di vino da Carlo Ludovico di Borbone, duca di Lucca con l’aiuto di un enologo francese Alessandro de Gerés, chiamato appositamente dalla Francia. Insieme al tecnico Federico Curtaz, Alberto iniziò così il restauro di queste balze sfruttando ancora il geniale e antico sistema di drenaggio in pietra.

I primi dieci anni del Montepepe Bianco, vino più rappresentativo dell’azienda, sono stati una piacevole occasione per apprezzare il lavoro enologico svolto, per approfondire le caratteristiche di questo micro terroir e, non ultimo, ammirare il nuovo e fiammante Relais che Alberto ha realizzato nella maestosa villa e inaugurato nel 2017.

«Appena ho visto questo luogo ­– dice Curtaz – ho capito di avere a che fare con qualcosa di tanto originale quanto stimolante per il mio lavoro. Il mare a 5 chilometri visibile a occhio nudo, le Alpi Apuane subito dietro donano un clima perfetto per la maturazione delle uve. I suoli però sono complessi. Di base acida si sono formati grazie alla disgregazione del bosco sovrastante. Un bel grattacapo nell’ottica di ottenere vini durevoli nel tempo senza poter contare su acidità importanti proprio in virtù della natura geologica del suolo».

Enigma risolto dal brillante agronomo ed enologo grazia alla sua passione per i vini del sud della Francia. «Il paesaggio mi ricordava certe zone del Rodano come il Condrieu, l’intuizione confermata dalla natura di questa terra mi ha convinto a piantare accanto al vermentino, normale qui sulla costa, anche il viognier». Una giusta pensata viene da dire assaggiando dal 2006 al 2015 tutte le annate di questo vino.

A me sono piaciute particolarmente le annate 2006, 2007, 2010, 2011 e la giovane 2015, premiata da Slow Wine 2018 come Grande Vino.

Sono vini spessi che affidano la loro dinamica al tratto sapido, comune a tutte le bottiglie, e che giocano sulle caratteristiche di calore e potenza ma sempre integrate grazie a un centro bocca di estrema finezza e aromi balsamici di confortante carattere aereo.

Nel mio commento in sala ho definito questi vini come opposti a un modello altoatesino di riferimento per il mondo bianchista. Il collega Gigi Brozzoni mi ha dato del superficiale specificando che in Alto Adige si produco grandi vini. Beh, lo so pure io, anche se non nascondo una certa noia per vini impostati solo sulla tecnica esecutiva. Intendevo invece che le caratteristiche dei vini aziendali in assaggio declinano più la solarità mediterranea affidando l’equilibrio gustativo alla capacità sapida di trattenere la copiosa quantità di calore.

 

Volentieri per ulteriori informazioni vi rimandiamo al bel sito aziendale www.montepepe.com