Al rogo del Denominazioni! Troppe e inutili. Voi vi fidate delle Doc, Docg o Igt?

roghiIeri è apparso un interessante resoconto (su Winenews.it) del convegno tenutosi nel Padiglione Vino a Expo2015. Questo il titolo: “L’origine del vino: ambiente, cultura, diritto”. Sul banco degli imputati sono finite le nostre denominazioni di origine. Troppe a giudizio degli esperti intervenuti. Non ci possiamo permettere 73 docg, 332 doc e 118 Igt. Le principali nazioni importatrici del nostro vino non capiscono proprio dal punto di vista culturale questo nostro sistema di tutela. Per loro vale il marchio, mentre il territorio è secondario. Solo Francia, Spagna, Italia e in parte Germania, Austria e pochi altri paesi hanno questo tipo di sensibilità.

Non c’è dubbio alcuno che le denominazioni siano prolificate senza un sistema centrale di controllo che avesse un po’ di senno. Ci sono le celebri Doc dell’assessore, che per far felice uno sparuto numero di produttori e per mettere il proprio nome sulla mappa italiana si è inventato delle denominazioni con pochi ettari vitati e qualche decina di migliaia di bottiglie prodotte. Purtroppo non si stratta di un’esagerazione. Se scorriamo l’elenco delle Doc troviamo numerosi casi che gridano vendetta. Tanto per farvi un esempio a due passi da Bra esiste la Doc Cisterna, chi la conosce fuori dal ristretto territorio del basso Piemonte? Vi segnalo qualche altro esempio come questo e vi sfido a piazzarle su una cartina: Albugnano, Gabiano, Rubino di Cantavenna, Valdinievole, Pietraviva, Pomino, Parrina, Valcalepio, San Ginesio, Castel San Lorenzo, Atina, Vignanello, Genazzano, Reno, Alezio, Orta Nova, Bivongi, Donnici, Savuto, Scaviglia, Verbicaro, Delia Nivolelli, Campidano di Terralba o Terralba, Arborea. E via così…

Insomma un sistema insostenibile dal punto di vista strategico. Però non si può buttare via il bambino con l’acqua sporca. L’Italia e i suoi alleati europei hanno il dovere morale di semplificare questo sistema, ma una volta compiuta questa opera necessaria, di difendere a spada tratta questo patrimonio inestimabile di diversità. Perché se i nostri luminari cominciano a dire che la battaglia è persa in partenza allora possiamo chiudere baracca e burattini. Il vino italiano vale 10 miliardi di euro, quello francese praticamente il doppio. Un giro di quattrini davvero impressionante. Possibile che non si possa fare una sana politica di tutela dei nostri interessi? È pur vero che il gas, il petrolio, l’acciaio e compagnia bella possono contare di più agli occhi di chi sta lavorando sul Ttip, ma per l’Italia, la Spagna e la Francia il comparto agroalimentare ha una grande importanza strategica perché fa da volano anche al turismo…

Semplifichiamo, ma una volta compiuta questa azione indispensabile difendiamoci con il coltello tra i denti, perché se gli anglosassoni si affezionano al marchio è pur vero che in quei paesi esiste un bacino di consumatori con desiderio di cultura e di approfondimento. Non consideriamoli per forza meno curiosi e attenti di noi a queste sfumature, perché ci potrebbero davvero stupire…