Addio Nino Pieropan, sarà difficile colmare il vuoto che hai lasciato…

La notizia della tua morte mi è arrivata via cellulare due ore fa, ed è stato come ricevere un colpo dritto nello stomaco.

Sono un po’ di anni che conoscevo Nino Pieropan, forse quindici o sedici, che nella vita di un quarantenne non sono pochi. Lo conobbi per la prima volta durante un Vinitaly, che allora la cantina Pieropan non faceva. Mi portarono a Soave Gianni Fabrizio e Nicola Frasson, dovevo scrivere un articolo su di lui per Specchio de La Stampa e lui per l’occasione ci aprì un 1992, un vino che mi folgorò. Fu l’inizio di un amore, non solo per le sue etichette immense, ma anche per lui. Un uomo di rara intelligenza, dalle parole sempre misurate, dal sorriso sornione e dalla volontà di ferro.

È il mio primo vero articolo pubblicato per un vignaiolo che ci lascia e questo, dopo 18 anni di lavoro a Slow Food ha un significato. Non amo troppo fare questi pezzi, perché penso vadano scritti solo ed esclusivamente per le persone che si conoscono veramente e che si è amato. Per me Pieropan è stato entrambe le cose, un vignaiolo con cui ho condiviso un percorso di vita e una persona speciale, di quelle poche che alla fine lasciano una vera traccia nel nostro cammino. Lo coinvolsi dieci anni fa nella fondazione della Fivi, di cui fu tra i pochissimi firmatari dello statuto presso il notaio il 17 luglio del 2008. E proprio per la Fivi ci siamo sentiti l’ultima volta. È stato venti giorni fa, sapevo della sua malattia, ma non ne conoscevo l’estrema gravità e quindi lo chiamai. È stata una telefonata bella, dieci minuti di chiacchiere, per raccontargli della degustazione che volevano organizzare a Vinitaly per i 10 anni dei Vignaioli Indipendenti e lui era sinceramente felice. Mi parlò del suo travaglio, ma quasi come fosse una cosa del passato, affrontato con leggerezza, solo alla fine, quando ci siamo lasciati ebbi una strana sensazione, che si trattasse di un addio, perché mi salutò con troppo affetto, con trasporto.

Leonildo Pieropan, detto Nino, è stato un monumento della nostra enologia. Di quei produttori rari, unici, che incarnano una denominazione stessa, Cosa sarebbe il Soave se lui non fosse mai esistito? Sarebbe una denominazione più povera, non solo perché i suoi vini sono entrati nella leggenda grazie alla capacità di affascinare da giovani ma di affrontare allo stesso tempo i decenni quasi fossero mesi, ma anche per la sua abilità nel coinvolgere altri produttori e di far valere una propria precisa visione. Una visione che probabilmente non sarà piaciuta a tutti, anzi a causa del suo rigore etico e della sua caparbietà incrollabile si era creato anche numerose inimicizie tra quelli che pensavano che il Soave dovesse essere cosa differente da quello immaginato da lui.

Ma ora è il momento di ricordare semplicemente il suo cammino, che tanto ha dato ai Vignaioli Indipendenti Italiani così come a quelli del suo territorio, senza dimenticare i vini che ha realizzato nel tempo e di cui giustamente andava fiero, nonostante lo spirito autocritico che mai lo abbandonava. L’orologiaio, fu definito in una bella scheda di Vini d’Italia di tanti anni fa, a causa della sua precisione maniacale. Ho sempre amato alla follia il Soave Classico, anche se il Calvarino era il mio preferito. Talvolta Nino mi rimproverava in modo bonario e mi diceva di assaggiare con più attenzione anche la Rocca e più di una volta mi convinse della sua grandezza, soprattutto quando andava in cantina e mi apriva un’annata con almeno 10 anni sulle spalle.

Nel ricordarlo ho indugiato troppo sulle memorie legate a me, ma il dolore per averlo perso è così forte e personale che non ne potevo fare a meno. Sono certo che i suoi due figli maschi – Andrea e Dario – che tre nipotini stupendi gli hanno dato – di cui mi parlava a ogni nostro incontro – continueranno la sua opera senza tentennamenti e seguendo le sue orme passo passo (già lo stanno facendo da anni). Il mio abbraccio va a Teresita, la sua compagna per tutta la vita, una donna forte e volitiva, il suo giusto completamento e colonna portante dell’azienda, che come gli ingranaggi di un orologio si muoveva con automatismi pazzeschi.

Ti ricorderemo mercoledì a Vinitaly, assaggiando il tuo Calvarino 2008, per i 10 anni della Fivi in un Laboratorio che tutti noi dedicheremo a te. Spero di poterti nominare con voce ferma, perché non avresti amato troppo i sentimentalismi da uomo tutto di un pezzo quale eri. Mi hai dato tanto, ci hai dato tantissimo, tutti noi che ti abbiamo amato continueremo a lavorare pensando a quanto ci hai insegnato, con poche parole e tanti fatti.