Abolire le commissioni di assaggio per le Dop e le Igp potrebbe aiutare la viticoltura italiana

Esistesse un oscar per il miglior post vinoso (esclusi i social) del 2017 saprei molto bene a chi dare la mia preferenza. Voterei per lo scritto di Michele Antonio Fino pubblicato su Intravino il 7 dicembre 2017 dal titolo Conflitti d’interesse doc: lo strano caso Valoritalia. Rileggetelo qui.

Un testo lineare, ben scritto, che fa emergere in modo lampante una delle contraddizioni più stridenti nell’attuale panorama enologico: la pericolosa vicinanza tra organismi di tutela e quelli di controllo nell’ambito delle denominazioni italiane. Ritorno spesso alla lettura di quel post data la mia innata pigrizia ad approfondire e ricordare questioni legate a qualsivoglia legislazione.

Il problema evidenziato da Fino non è purtroppo l’unico che riguarda lo strano mondo delle denominazioni italiane che scontano a mio avviso un peccato originale di non poco conto dato l’enorme ritardo storico con il quale lo Stato si è occupato di un comparto agricolo quale quello viticolo-enologico così importante per il nostro paese.

Tra i molti aspetti problematici nell’ambito delle verifiche di idoneità alla denominazione vi è quello delle commissioni di assaggio per decidere se un vino corrisponda o meno alla caratteristiche descritte nei vari disciplinari di produzione. Tali commissioni tecniche hanno un potere immenso nel destino di un vino.

Ebbene ormai da qualche anno sto raccogliendo tantissime testimonianze di produttori i cui vini vengono rimandati al mittente perché non conformi al disciplinare. Il bello è che la grande maggioranza di loro fanno parte di aziende con bottiglie al vertice qualitativo della produzione enologica nazionale. Anzi, il più delle volte che mi viene sottoposto un campione di vino rifiutato dalla commissione dubito della competenza degustativa di chi anima tali assemblee, trovandolo non solo privo di devianze ma addirittura di cristallina tipicità.

Sicuramente giudicare non è compito facile, soprattutto nella ormai radicata proliferazione di stili produttivi che caratterizzano il nostro panorama enologico. Ma proprio per questo: siamo sicuri che l’attuale sistema di verifica sia adatto a una viticoltura italiana profondamente cambiata rispetto a quella nella quale la normativa vigente mosse i suoi primi passi?

Se è molto difficile riformare il sistema nel suo complesso, dati gli enormi interessi presenti al suo interno, la necessità di relazionarsi a una normativa europea valida per tutti e la difficile convivenza tra viticoltura industriale e artigianale, un primo passo verso una semplificazione atta a tutelare il maggior numero di produttori possibile potrebbe essere l’eliminazione delle commissioni di assaggio.

Lo scopo dell’assaggio in quella determinata sede è garantire il consumatore della conformità del prodotto a un disciplinare non certo di indirizzarlo verso uno stile produttivo. A tale scopo di verifica quindi potrebbe bastare una semplice analisi enologica del campione con parametri ben definiti. Verrebbe così eliminata la soggettività dell’assaggio che, allo stato attuale, frena alcuni dei migliori esempi di viticoltura territoriale italiana.

 

Immagine di copertina tratta dal sito docgenerici.it