Abbiamo davvero bisogno del Prosecco Rosé? Cosa c’è di vero nei rumors di questi giorni?

La notizia, pubblicata dal Corriere Vinicolo il 30 aprile e frutto di indiscrezioni colte in Vinitaly, ha fatto in un attimo il giro del web. Il presidente del Prosecco Doc Stefano Zanette dichiara infatti di essere aperto a una revisione del disciplinare che consenta la produzione di Prosecco Rosè, sfruttando l’attuale base ampelografica con il Pinot nero.

Niente prodotti di bassa gamma, a quanto pare, niente Prosé (a proposito, a quanto pare il Consorzio ha vinto la causa contro la Gancia, che produceva uno spumante “Prosecco-sounding ” con questo nome e dovrà smettere di usare tale marchio verbale), ma un Prosecco che, invece di avere un massimo di 15% “di uva pinot nero vinificata in bianco” come prevede l’attuale disciplinare, semplicemente cancellerà l’obbligo della vinificazione in bianco.

In tal modo si sfrutterà la deroga ammessa nell’UE per gli spumanti, che possono essere prodotti, unici fra i vini rosati, mescolando vino rosso e vino bianco.Qualcuno sicuramente si scandalizzerà ma da quando (2010) Prosecco è diventato un toponimo e non è più il nome della principale fra le uve utilizzate per produrre questo vino, evidentemente il legame biunivoco tra uva glera e il vino Prosecco è meno saldo.

Dunque, dichiara Zanette, ben venga una versione Rosé, fatta utilizzando un po’ del Pinot nero che il presidente afferma: «è già presente da sempre nei nostri vigneti».

Tralasciamo qui le questioni storiche che possono certamente lasciare spazio a delle riflessioni anche molto interessanti. Ma dal momento che la proposta di Zanette poggia su di un presupposto straordinariamente attento alle logiche del marketing, vale a dire moltiplicare la gamma nel momento in cui il prodotto è in costante vorticosa crescita (+ 7% panche lo scorso anno), al fine di sfruttare al massimo le potenzialità, ci chiediamo perché limitare la fantasia al solo pinot nero, che porta con sé l’evidente effetto di scimmiottare il più famoso degli spumanti mondiali. E allora liberiamo anche noi la fantasia.

Perché non prevedere, nel disciplinare modificando, che il 10% di vino rosso adatto a produrre il rosé possa essere da uva raboso? Il raboso è l’uva nera del Piave, fiume baricentrico alla DOC interregionale. Glera e raboso sono il perfetto matrimonio in termini di tradizione e anche il necessario richiamo alla storicità del matrimonio fra le due uve se ne gioverebbe. Infine, il raboso ha un quadro acido ideale per supportare questo tipo di produzione, essendo senz’altro molto più adatto di uve alloctone e pur molto diffuse come merlot, cabernet franc o sauvignon e perfino pinot noir.

In seconda battuta, non sarebbe più innovativo e certamente in linea con le scelte di sostenibilità fatte dal Prosecco DOC, optare per una integrazione nella base ampelografica dei vitigni resistenti? I vitigni a bacca bianca  e bacca nera sviluppati a Udine, San Michele all’Adige e Verona, non sarebbero più efficaci come mossa di marketing nel senso della totale sostenibilità rispetto alla scelta del Pinot nero che certamente è una varietà molto più delicata e suscettibile di attacchi crittogamici?

Analogamente, se si vuole sfruttare l’opzione rosé, perché non fare ricorso a varietà resistenti a bacca nera? Il Prosecco DOC ha ingranato da tempo una marcia diversa rispetto a tutta l’enologia nazionale. In campo ambientale, le scelte capitanate dal Presidente Zanette sono in buona misura così avanzate da causare scompiglio nel campo degli avversari nazionali e non. Dunque, perché riflettere solo su una scelta confortevole, ma un po’ di retroguardia come il pinot nero e non invece una scelta coraggiosa nel senso della ricerca ampelografica italiana , dell’attenzione dei consumatori per la sostenibilità e in definitiva della con esistenza pacifica e sostenibile viticoltura e residenzialità nelle aree di coltivazione del Prosecco Doc?

Al Consorzio, con base a Treviso, ci sentiamo di raccomandare questa ampiezza di riflessione. Anche perché, un’eventuale scelta in questo senso comporterebbe un effetto collaterale fondamentale. Finalmente le DOCG – Asolo, da un lato, e Valdobbiadene Conegliano, dall’altro – avrebbero modo di staccarsi definitivamente da quella parola (Prosecco) che è ormai sempre più genericamente sinonimo di spumante, indicando con piena dignità e soprattutto potenzialità nuove, la propria specificità, determinata dalla endiadi territorio collinare/uva glera e autoctoni bianchi del Trevigiano.

Infine, una suggestione produttiva e non più ampelografica, per evitare che il rosé non sia altro che una variante cromatica, ma individui invece un vino con qualche ambizione in più, nella famiglia del Prosecco: sarebbe promettente riflettere da subito sulla possibilità di produrlo nelle tipologie extra brut e addirittura pas dosé, immaginando un periodo minimo sui lieviti che possa esaltare quella complessità che un apporto di vino rosso è in grado di dare quando opportunamente integrata grazie alla lenta ma fruttuosa azione dei saccharomyces.