Questione di etichetta

invitoMaurizio Gily, direttore di Millevigne, e Michele Antonio Fino, professore di Diritto presso l’Università di Scienze Gastronomiche, presenteranno, lunedì 8 aprile, a Vinitaly, presso lo stand del Consorzio del Soave (Pad. 5, G7), il nuovo manuale Questione di Etichetta. Un librino che nessun produttore dovrebbe farsi scappare.

Pubblichiamo la Premessa scritta da Michele Fino, perché ci pare che contenga molti spunti interessanti con cui confrontarsi. Perché dire solo basta alla burocrazia non basta! Bisogna informarsi e aggiornarsi…

Sempre più di frequente, negli ultimi anni, si levano in Italia alti lai all’indirizzo delle norme sull’etichettatura.

Di solito questo avviene quando un intervento delle forze dell’ordine o di uno dei molteplici organi incaricati dei controlli sulla produzione/commercializzazione di vino, in Italia, compie un blitz e sanziona in modo, che appare sempre pesantissimo, il viticoltore/produttore.

Il fenomeno è tipicamente nostrano, perché basta uno sguardo al panorama delle etichette di casa nostra, rispetto all’analogo contesto francese o tedesco, per rendersi conto di una cosa immediatamente: l’etichetta per gli Italiani è spesso interpretata come uno strumento per sfoggiare le proprie idee in fatto di arte, di valori familiari, di storia aziendale, di gusto personale. Per questo troviamo bottiglie corredate di etichette di ogni forma e colore, scritte nei modi più disparati, leggibili solo in certe condizioni o scritte alla rovescia, mentre in Francia e Germania, almeno in termini statistici, il panorama è straordinariamente più omogeneo (e sicuramente state pensando: piatto e monotono). Basta un giro nell’enoteca di una grande aeroporto europeo: centinaia di etichette transalpine, tutte bianche, rettangolari o al più quadrate, con le stesse informazioni ben chiare e al limite un carattere diverso e un disegnino dello Château che cambia da una all’altra.

Non è questo lo stile che amano in genere gli Italiani, che come si distinguono ovunque per come si vestono e si tagliano i capelli, amano distinguersi ovunque per come agghindano le proprie bottiglie.

domaine-romanee-conti-echezeauxQuesto però porta i nostri connazionali a sottovalutare il fatto che su una bottiglia ci possono essere tante cose e la bottiglia stessa può avere le fogge più diverse (considerate anche questo aspetto: in Italia si usano centinaia di formati di bottiglie – il paradiso dei vetrai – mentre in Germania e Francia qualche decina), ma CI DEVE ESSERE un’etichetta che contiene una serie di informazioni che la legislazione garantisce al consumatore.

Se, per caso, le regole per assicurare all’acquirente di una bottiglia di vino (o di un bag box o di una dama) che egli abbia alcune fondamentali informazioni, confliggono con le aspirazioni artistiche o la filosofia aziendale di chi quella bottiglia produce, sappiate che le prime vincono e mettetevi il cuore in pace.

La legge infatti pensa che un consumatore abbia pienamente diritto a risposte chiare, raggruppate in un unico campo visivo (quindi non qualche elemento scritto sul davanti, qualche altro sul dietro e magari qualcuno stampato sulla parte adesiva dell’etichetta, che si legga solo a bottiglia vuota…) alle seguenti, essenziali domande:

• che vino è questo?

• chi lo produce?

• in quale Paese?

• quanto vino c’è in questo contenitore?

• quanto alcool c’è in questo contenitore?

• come faccio a sapere quando è stato confezionato questo vino? • sono presenti allergeni?

Se vi sembra troppa curiosità, credo che non sia utile che continuiate a leggere.

Se invece vi pare che sia un bene sapere queste cose; se credete che la garanzia di queste informazioni aiuti anche la vostra attività e la concorrenza leale, allora siamo sulla stessa lunghezza d’onda e confido davvero che potremo aiutarvi nello svolgere con coscienza la vostra attività.

Prima di proseguire, con la trattazione nel dettaglio, lasciate ancora che chiarisca alcuni punti che servono a spiegarvi quale sia la filosofia che ispira questo piccolo contributo alla consapevolezza ed evitare ce qualcuno leggendo queste pagine prenda questo vademecum per qualcosa che non è.

Innanzitutto, qui non si parla di etichettatura sotto il profilo delle scelte individuali che afferiscono i propri gusti, la propria storia aziendale e le proprie scelte di marketing, ma solo degli aspetti oggetto di leggi e regolamenti. Tuttavia, prestate attenzione al fatto che nulla di ciò che liberamente dà sfogo alla fantasia e al gusto del produttore deve risultare in contraddizione con quanto è imposto dalla legge per l’etichettatura: insomma, non c’è un etichetta dove devo rimanere serio e veritiero, poi su un’altra, appiccicata sulla stessa bottiglia, posso mettere informazioni che contraddicono l’etichetta di legge o sono addirittura vietate sull’etichetta di legge.

Questa guida non è intesa a permettere che i produttori si facciano l’etichetta come vogliono legalmente (sulla falsa riga del modello di comportamento seguente: vado dall’avvocato e gli dico che voglio questo risultato, ci pensi lui a trovare il modo legale per ottenerlo), ma che, conosciute le regole per fare legalmente l’etichettatura, possano scegliere di conseguenza. Per compilare un’etichetta secondo le regole c’è un solo modo: rispettare le regole. Nell’etichettatura la tradizione gioca un ruolo, perché è un principio accolto dalla legislazione europea che, per quanto possibile, una prassi aziendale, PRECEDENTE alle regole sull’etichettatura, possa derogare a queste ultime se l’adeguamento comportasse un danno economico irrecuperabile e sproporzionato, quindi ingiusto. Per questo ci sono in giro etichette di case centenarie che mantengono proporzioni che le regole in vigore non consentono attualmente. Ma quelli non sono esempi da invocare per dire “se lui fa così, allora anch’io!” bensì motivate eccezioni che servono ad evitare che un’applicazione livellante della regola generale (senza tenere conto delle diverse storie aziendali) comporti un vantaggi per gli ultimi arrivati e un’inaccettabile lesione per chi c’era prima dell’Unione Europea e delle leggi nazionali sull’etichettatura.

Le regole sull’etichettatura valgono sempre e per tutti. Esse non entrano in gioco solo quando proteggono la mia DOC: occorre superare l’idea molto italiana, ma soprattutto individualista, che quando sono io a fare delle scelte border line, deve andare bene perché altrimenti è un sintomo della tirannide della burocrazia. In Piemonte, per fare un esempio, la DOC Piemonte non può recare in etichetta il nome del vitigno NEBBIOLO come menzione aggiuntiva alla denominazione di origine. E’ stato un risultato ottenuto dai produttori dell’area delle Langhe e non stiamo qui a discuterne il fondamento o la ragionevolezza. È chiaro però che se un produttore di quel consorzio vuole usare in etichetta il nome di un vitigno che è riservato ad un’altra area, ad altre denominazioni, si capisce bene che la legge non può essere restrittiva quando invochiamo tutela per ciò che sentiamo appartenere alla nostra storia e invece di manica larga quando serve a soddisfare le nostre aspirazioni creative!

È sempre buonissima norma, quando c’è un dubbio rivolgersi ai servizi di con- sulenza sulle etichette che le CCIAA hanno attivato in ogni provincia. Tutte le aziende pagano l’iscrizione alla Camera di Commercio e questo servizio, che aiuta a rimanere aggiornati (perché le norme cambiano anche mentre questa guida va in stampa) contribuisce a giustificare l’esborso.

fbast2L’etichetta serve, vale a dire che è pensata per il consumatore e il consumatore è l’alleato del viticoltore/produttore, perché è lui che gli permette di dare valore aggiunto al proprio lavoro agricolo. Quindi è controproducente per non dire poco lungimirante pretendere che il consumatore paghi senza poter ben sape- re cosa c’è nella bottiglia. Ci piacerebbe andare al ristorante e, quando chiediamo cosa c’è in una portata, sentirci rispondere: “Si fidi!”?

L’etichettatura è pensata secondo regole che assicurano uno stesso nucleo di informazioni garantite a tutti i consumatori europei: questo produce uguaglianza di trattamento e in definitiva una concorrenza leale, superando tradizioni locali e soprattutto spinte individualiste, favorendo la libera circolazione delle merci, e quindi le esportazioni. Al fine di ottenere questo risultato, ci sono regole che disciplinano aspetti diversi con un diverso grado di intensità ed obbligatorietà: nessuno può vendere un vino senza indicare che contiene solfiti (se questi sono presenti in misura superiore a 10 mg/l), ma diventa facoltativo, quindi una libera scelta aziendale che indica, magari una speciale tutela per i consumatori sensibili a questa sostanza, indicarlo se il tenore di solfiti si attesta ad un livello inferiore a 10 mg/l, ma superiore a 0.

Se si mette sulla bottiglia un’etichetta soltanto, le regole di questa piccola guida si applicano a quell’unica etichetta. Se invece si usano due o più etichette, qui ci occupiamo della cosiddetta etichetta “di legge” (che è quella delle due o delle tre che preferiamo: non esiste infatti un davanti o un dietro, per la legislazione) ed è su quella che le informazioni di cui ci occupiamo debbono trovarsi, TUTTE QUANTE INSIEME (tecnicamente: in unico campo visivo, quindi per leggerle non debbo essere obbligato a girare la bottiglia). Naturalmente, se si decide di usare più di una etichetta incollata alla bottiglia, occorre che le etichette diverse da quella “di legge” non contraddicano quest’ultima o non contengano informazio- ni che sono vietate su quest’ultima.

Le regole sull’etichettatura non sono un apparato di cavilli a cui cercare di sfuggire in ogni modo, ma un sistema di garanzie per il consumatore che compra. Capito questo, lo spirito di chi si appresta a far ideare e stampare le proprie eti- chette non può che essere differente, più consapevole e civico. Riteniamo infatti che se si comprende la ragione per cui certi elementi sono richiesti, l’adeguamento spontaneo alle regole diventa ben maggiore, con un benefico effetto sia in termini di rispetto della legislazione, sia in termini di leale concorrenza.

Non ci illudiamo che per magia le innumerevoli violazioni della normativa in vigore scompaiano grazie all’uscita di questo piccolo vademecum, anche perché, per qualcuno, non rispettare le regole è una manifestazione di originalità, indipendenza di giudizio, innocua anarchia.

Però voi, gentili lettori, per favore, non commettete l’errore di pensare che, siccome c’è chi non rispetta le regole sull’etichettatura (così come c’è chi sfreccia in città o beve prima di guidare) il suo esempio valga quanto l’affermazione e le ragioni della legislazione in materia: richiamare esempi di violazioni infatti non vi scuserà in alcun modo di fronte alle autorità che dovessero contestare le vostre etichette irregolari e servirà invece solo a farvi odiare dai vostri colleghi che il vostro puerile tentativo di discolparvi con un infantile “È stato prima lui!” porterà all’attenzione degli stessi organismi di vigilanza. Il succo è: meno attenzione a quello che fanno gli altri e molta più attenzione a quello che dobbiamo fare tutti. Buona lettura!

  • Ivan Ferri

    Sposo in pieno ogni singola parola. Io non produco vino, ma olio, ma il concetto è lo stesso e ci tengo a mostrare il mio supporto. Al 100% d’accordo con quanto scritto.