4 buone ragioni

Logo Slow FoodEsistono a mio modo di vedere 4 buone ragioni per ritenere motivata la scelta di Slow Wine di non inserire la scheda di Bressan Mastri Vinai nell’edizione 2014, dopo le parole, scritte e non ritrattate da Fulvio Bressan che definì la ministra Kyenge “sporca scimmia negra io non pago le tasse per mettere i tuoi amici gorilla in hotel…negra mantenuta di merda”. In special modo, questi argomenti emergono alla luce di recenti prese di posizione giornalistiche, che hanno teso a individuare nella decisione un embrione di enogiustizialismo, un’impropria deriva moralistica, un’applicazione ad hoc di un principio etico o addirittura un ritorno alla Guerra Fredda.

Queste ragioni attengono alla libertà di opinione, alla coerenza, al dovere di tendere all’imparzialità, ai valori fondanti la convivenza civile.

 

La libertà di opinione

Slow Wine non è “la” guida, ma una guida fra le altre.

Come tale, essa esprime una visione del mondo del vino che è il prodotto editoriale di uno staff di persone che lavorano a stretto contatto con le realtà che compongono l’associazione internazionale Slow Food e la rete di Terra Madre: aderenti e dirigenti di decine di Paesi con pelli, lingue e culture diverse, parti attive questo sodalizio, ne sono oggi il carattere distintivo e la motivazione dell’accreditamento di Slow Food presso l’ONU e la FAO. Come Slow Food e Terra Madre non hanno la pretesa di imporre la propria visione, bensì di partecipare con essa al dibattito politico culturale che scaturisce dal confronto con altre visioni, così fa Slow Wine per quanto concerne la visione e l’elaborazione concettuale dell’idea contemporanea di vino.

La guida porta avanti una lettura del fenomeno vino che sente come propria, rivendicandola come tale, e che non può essere coartata da chi, dall’esterno pensa che Slow Wine dovrebbe essere diversa, nei criteri e nei contenuti. Poiché i critici dell’esclusione di Bressan si appellano in modo generico alla libertà di opinione, stupisce che essi non si rendano conto che accordano tale diritto al viticultore friulano (sottovalutando, forse, il fatto che l’insulto razzista sta alla libertà di opinione come le botte alla moglie alla libertà di movimento) ma non alla direzione di Slow Wine.

L’opinione di Slow Wine è stata espressa con chiarezza e motivazione, la si può non condividere, ma non contiene alcunché di offensivo o razzista. Come tale, essa sì ha piena cittadinanza nel mondo della critica enologica.

 

La coerenza

Questa visione del vino peculiare di Slow Wine è fondata sulla scelta di non dedicare la principale attenzione a raccontare il profilo organolettico del vino, ma di suddividere l’attenzione su tre aspetti: persone, vigne e vini. Le visite aziendali che portano i curatori e i collaboratori nei vigneti e quindi in cantina, non sono un godibile diversivo rispetto al routine del bicchiere roteante, bensì parte integrante del giudizio che matura sulle scelte operative, la filosofia aziendale, l’adozione di misure atte a rendere sostenibile la produzione viticola. Alla luce di ciò, ben si comprende come il giudizio che matura sulla realtà aziendale in esame non possa che essere complessivo e non possa che comprendere anche dei profili etici, che contribuiscono a delineare una produzione come buona, pulita e giusta.

Sarebbe coerente verificare se sia vero che in vigna non si diserba o che si usano solo botti grandi nell’affinamento, se poi si trascurasse il fatto che il vignaiolo amorevole verso la terra, rispettoso dei tempi della natura, capace di estrarre e custodire il sapore e il profumo che l’uva può dare al vino, è crudele verso i propri simili, al punto di negare loro, senza l’ombra del pentimento, l’appartenenza al consorzio umano?

Non sarebbe da sepolcri imbiancati trattare con cipiglio l’uso di lieviti selezionati e poi sorvolare sull’epiteto razzista?

 

Il dovere di tendere all’imparzialità

L’unico metacriterio necessariamente comune a tutte le guide enologiche è l’imparzialità, ovvero l’applicazione “alla cieca” dei propri principi ispiratori, senza adattarli alla cantina o al vino oggetto del giudizio. L’imparzialità è un obiettivo a cui ogni curatore deve tendere e, auspicabilmente, sforzarsi di raggiungere.

Ebbene, nel momento in cui i principi ispiratori di una guida non sono semplicemente i valori della degustazione professionale alla cieca, volta a far emergere ogni più piccola sfumatura e a descriverla secondo una scala di preferibilità che è diversa e peculiare delle diverse realtà editoriali, ma sono il buono, il pulito e il giusto, ovvero la manifestazione trinitaria di un approccio olistico alla produzione del vino che si ritiene debba essere sostenibile, è chiaro che le opinioni del produttore di vino, la sua filosofia di vita contano e pesano. Ma debbono contare e pesare senza che venga meno la possibilità, per chi redige la guida, di essere imparziale.

Sarebbe comprensibile che, se io compilassi una guida fatta esclusivamente di schede che restituiscono il profilo organolettico dei vini che assaggio e decidessi di escludere un viticultore per idee che esulano dalle scelte produttive, mi venisse rivolta l’accusa di una scelta ideologica, non imparziale. Viceversa, se la mia guida si fonda sulla ricerca di come le persone, le vigne e i vini di una realtà costituiscono uno sforzo di idee e azioni che insieme tendono alla sostenibilità, allora il discorso muta, perché posso non considerare sostenibile una realtà dove si coltivano ottimamente le vigne, si producono grandi vini e si giudicano dei propri simili “scimmie negre”. E soprattutto, posso rivendicare la mia impossibilità di tendere all’imparzialità di giudizio in considerazione di quelle affermazioni.

Se fingessi di riuscire ad essere imparziale, potrei introdurre comunque la scheda dell’azienda in questione senza dar conto di altro che non siano vigne e vini. Ma sarei facilmente additato come un sepolcro imbiancato. Altrimenti potrei inserire la scheda e accanto a lusinghieri giudizi per vigne e vini potrei spendermi in una reprimenda per la persona. Ma sarei certamente, per molti, un cerchiobottista e comunque verrei meno al principio della valutazione olistica della realtà aziendale.

Sospendere la pubblicazione del giudizio (non espellere dalla guida, poiché il tempo si spera non passi invano) è l’unico modo serio di ammettere l’impossibilità dell’imparzialità, ovvero ciò che un critico dovrebbe sempre temere come il peggiore dei mali.

 

I valori fondanti la convivenza civile

Il vino è una sovrastruttura. Non esiste in natura (chi scrive ritiene insensato anche il sintagma “vino naturale”) ma è un prodotto dell’uomo che lo accompagna da quando, scoperta l’agricoltura, ha cominciato a vivere in società via via più complesse, fino ad oggi. Vino e società non sono mondi distinti, ma realtà storicamente intrecciate, con enormi ricadute ideali, religiose e antropologiche.

La società si fonda sull’accettazione della comune appartenenza al genere umano. Chi nega questo, nel XXI secolo è fuori dalla storia, dal suo portato di lutti e ripensamenti. Chi nega questo ripete idealmente la scelta abominevole di chi agli Ebrei non riconosceva nemmeno la morte (Tod) ma al massimo la rottura (Kaputt).

E chi confonde questa affermazione contraria alla comune appartenenza al consorzio umano con pur odiosi reati fiscali o con colpe morali, come la giustificazione delle colpe storiche dei propri antenati, partecipa, a mio modo di vedere, ad una banalizzazione del male che mescolando i piani, volontariamente (e sarebbe grave anche sotto il profilo soggettivo) o involontariamente (e resta grave sotto il profilo oggettivo), contribuisce a far apparire tutte, ugualmente nere le vacche nella notte.

La scelta di Slow Wine non introduce un principio epurativo nella guida che condurrebbe ineluttabilmente al Terrore della damnatio memoriae, via via, di tutti, curatori compresi infine. Semplicemente riconosce un’asticella minima che pretende venga superata da chi, liberamente, apre le porte della propria azienda e sottopone i propri vini al giudizio: il vino è legato alla società. Se chi produce vino nega il fondamento primo della società, ovvero la comune appartenenza al consorzio umano, viene a mancare il primo, basilare fondamento di ogni ulteriore considerazione.

 

Michele Antonio Fino

Professore Associato di Fondamenti del Diritto Europeo dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche