4 buone ragioni

Logo Slow FoodEsistono a mio modo di vedere 4 buone ragioni per ritenere motivata la scelta di Slow Wine di non inserire la scheda di Bressan Mastri Vinai nell’edizione 2014, dopo le parole, scritte e non ritrattate da Fulvio Bressan che definì la ministra Kyenge “sporca scimmia negra io non pago le tasse per mettere i tuoi amici gorilla in hotel…negra mantenuta di merda”. In special modo, questi argomenti emergono alla luce di recenti prese di posizione giornalistiche, che hanno teso a individuare nella decisione un embrione di enogiustizialismo, un’impropria deriva moralistica, un’applicazione ad hoc di un principio etico o addirittura un ritorno alla Guerra Fredda.

Queste ragioni attengono alla libertà di opinione, alla coerenza, al dovere di tendere all’imparzialità, ai valori fondanti la convivenza civile.

 

La libertà di opinione

Slow Wine non è “la” guida, ma una guida fra le altre.

Come tale, essa esprime una visione del mondo del vino che è il prodotto editoriale di uno staff di persone che lavorano a stretto contatto con le realtà che compongono l’associazione internazionale Slow Food e la rete di Terra Madre: aderenti e dirigenti di decine di Paesi con pelli, lingue e culture diverse, parti attive questo sodalizio, ne sono oggi il carattere distintivo e la motivazione dell’accreditamento di Slow Food presso l’ONU e la FAO. Come Slow Food e Terra Madre non hanno la pretesa di imporre la propria visione, bensì di partecipare con essa al dibattito politico culturale che scaturisce dal confronto con altre visioni, così fa Slow Wine per quanto concerne la visione e l’elaborazione concettuale dell’idea contemporanea di vino.

La guida porta avanti una lettura del fenomeno vino che sente come propria, rivendicandola come tale, e che non può essere coartata da chi, dall’esterno pensa che Slow Wine dovrebbe essere diversa, nei criteri e nei contenuti. Poiché i critici dell’esclusione di Bressan si appellano in modo generico alla libertà di opinione, stupisce che essi non si rendano conto che accordano tale diritto al viticultore friulano (sottovalutando, forse, il fatto che l’insulto razzista sta alla libertà di opinione come le botte alla moglie alla libertà di movimento) ma non alla direzione di Slow Wine.

L’opinione di Slow Wine è stata espressa con chiarezza e motivazione, la si può non condividere, ma non contiene alcunché di offensivo o razzista. Come tale, essa sì ha piena cittadinanza nel mondo della critica enologica.

 

La coerenza

Questa visione del vino peculiare di Slow Wine è fondata sulla scelta di non dedicare la principale attenzione a raccontare il profilo organolettico del vino, ma di suddividere l’attenzione su tre aspetti: persone, vigne e vini. Le visite aziendali che portano i curatori e i collaboratori nei vigneti e quindi in cantina, non sono un godibile diversivo rispetto al routine del bicchiere roteante, bensì parte integrante del giudizio che matura sulle scelte operative, la filosofia aziendale, l’adozione di misure atte a rendere sostenibile la produzione viticola. Alla luce di ciò, ben si comprende come il giudizio che matura sulla realtà aziendale in esame non possa che essere complessivo e non possa che comprendere anche dei profili etici, che contribuiscono a delineare una produzione come buona, pulita e giusta.

Sarebbe coerente verificare se sia vero che in vigna non si diserba o che si usano solo botti grandi nell’affinamento, se poi si trascurasse il fatto che il vignaiolo amorevole verso la terra, rispettoso dei tempi della natura, capace di estrarre e custodire il sapore e il profumo che l’uva può dare al vino, è crudele verso i propri simili, al punto di negare loro, senza l’ombra del pentimento, l’appartenenza al consorzio umano?

Non sarebbe da sepolcri imbiancati trattare con cipiglio l’uso di lieviti selezionati e poi sorvolare sull’epiteto razzista?

 

Il dovere di tendere all’imparzialità

L’unico metacriterio necessariamente comune a tutte le guide enologiche è l’imparzialità, ovvero l’applicazione “alla cieca” dei propri principi ispiratori, senza adattarli alla cantina o al vino oggetto del giudizio. L’imparzialità è un obiettivo a cui ogni curatore deve tendere e, auspicabilmente, sforzarsi di raggiungere.

Ebbene, nel momento in cui i principi ispiratori di una guida non sono semplicemente i valori della degustazione professionale alla cieca, volta a far emergere ogni più piccola sfumatura e a descriverla secondo una scala di preferibilità che è diversa e peculiare delle diverse realtà editoriali, ma sono il buono, il pulito e il giusto, ovvero la manifestazione trinitaria di un approccio olistico alla produzione del vino che si ritiene debba essere sostenibile, è chiaro che le opinioni del produttore di vino, la sua filosofia di vita contano e pesano. Ma debbono contare e pesare senza che venga meno la possibilità, per chi redige la guida, di essere imparziale.

Sarebbe comprensibile che, se io compilassi una guida fatta esclusivamente di schede che restituiscono il profilo organolettico dei vini che assaggio e decidessi di escludere un viticultore per idee che esulano dalle scelte produttive, mi venisse rivolta l’accusa di una scelta ideologica, non imparziale. Viceversa, se la mia guida si fonda sulla ricerca di come le persone, le vigne e i vini di una realtà costituiscono uno sforzo di idee e azioni che insieme tendono alla sostenibilità, allora il discorso muta, perché posso non considerare sostenibile una realtà dove si coltivano ottimamente le vigne, si producono grandi vini e si giudicano dei propri simili “scimmie negre”. E soprattutto, posso rivendicare la mia impossibilità di tendere all’imparzialità di giudizio in considerazione di quelle affermazioni.

Se fingessi di riuscire ad essere imparziale, potrei introdurre comunque la scheda dell’azienda in questione senza dar conto di altro che non siano vigne e vini. Ma sarei facilmente additato come un sepolcro imbiancato. Altrimenti potrei inserire la scheda e accanto a lusinghieri giudizi per vigne e vini potrei spendermi in una reprimenda per la persona. Ma sarei certamente, per molti, un cerchiobottista e comunque verrei meno al principio della valutazione olistica della realtà aziendale.

Sospendere la pubblicazione del giudizio (non espellere dalla guida, poiché il tempo si spera non passi invano) è l’unico modo serio di ammettere l’impossibilità dell’imparzialità, ovvero ciò che un critico dovrebbe sempre temere come il peggiore dei mali.

 

I valori fondanti la convivenza civile

Il vino è una sovrastruttura. Non esiste in natura (chi scrive ritiene insensato anche il sintagma “vino naturale”) ma è un prodotto dell’uomo che lo accompagna da quando, scoperta l’agricoltura, ha cominciato a vivere in società via via più complesse, fino ad oggi. Vino e società non sono mondi distinti, ma realtà storicamente intrecciate, con enormi ricadute ideali, religiose e antropologiche.

La società si fonda sull’accettazione della comune appartenenza al genere umano. Chi nega questo, nel XXI secolo è fuori dalla storia, dal suo portato di lutti e ripensamenti. Chi nega questo ripete idealmente la scelta abominevole di chi agli Ebrei non riconosceva nemmeno la morte (Tod) ma al massimo la rottura (Kaputt).

E chi confonde questa affermazione contraria alla comune appartenenza al consorzio umano con pur odiosi reati fiscali o con colpe morali, come la giustificazione delle colpe storiche dei propri antenati, partecipa, a mio modo di vedere, ad una banalizzazione del male che mescolando i piani, volontariamente (e sarebbe grave anche sotto il profilo soggettivo) o involontariamente (e resta grave sotto il profilo oggettivo), contribuisce a far apparire tutte, ugualmente nere le vacche nella notte.

La scelta di Slow Wine non introduce un principio epurativo nella guida che condurrebbe ineluttabilmente al Terrore della damnatio memoriae, via via, di tutti, curatori compresi infine. Semplicemente riconosce un’asticella minima che pretende venga superata da chi, liberamente, apre le porte della propria azienda e sottopone i propri vini al giudizio: il vino è legato alla società. Se chi produce vino nega il fondamento primo della società, ovvero la comune appartenenza al consorzio umano, viene a mancare il primo, basilare fondamento di ogni ulteriore considerazione.

 

Michele Antonio Fino

Professore Associato di Fondamenti del Diritto Europeo dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche

  • Gabriele Rosso – Noodies.it

    Come te, Michele, ho sempre trovato assurdo il fatto di criticare la decisione di Slowine sulla base dell’assunto per cui “allora bisogna escludere anche gli evasori e chi ha gli antenati fascisti”. Bel post!

    • Michele Antonio Fino

      Grazie.

  • Adriano Liloni

    Allora non lo berrai. 🙂

  • Mario Crosta

    Ciao Michele! Voglio leggere più attentamente questo tuo scritto perché non è così lineare come quando scrivevamo insieme su quel Winereport che con Franco Ziliani era veramente grande. Io ritengo la scelta di Slow Wine errata, però ammetto che sulla base di queste quattro ragioni non è stata presa alla leggera. Dall’altra parte comunque ci sono altrettante quattro perplessità che ho trovato nei post di Bonilli, Macchi, Marchi e Ziliani, con i cui giudizi concordo. In particolare con questo avvertimento di Bonilli: “” è la prima volta che si sceglie di togliere da una guida dei vini una cantina per motivi etici. Nessuno spiegherà dove l’etica di Slow Food si ferma o, magari, si distrae, perché a questo punto si deve dedurre che le altre cantine presenti nella nuova guida, tutte le altre sono tutte al di sopra di ogni sospetto. Sospetto di cosa? Di essere cantine che infrangono l’etica. Quale etica? Quella la decide Slow Food”.
    Inoltre con questo proposito di Ziliani: “Cari amici di Slowine, avete creato un pericoloso precedente e costringerete quelli come me ad esaminare pagina per pagina, riga per riga, la prossima edizione della guida per vedere se, non sia mai, avrete predicato bene e razzolato male, comprendendo in guida aziende che l’etica non sanno nemmeno dove stia di casa…”. Mi fa piacere in ogni caso che si parli di questo caso fra giornalisti del vino di parere opposto, ma tutti seri, con argomentazioni che fanno riflettere. Quanta diversità con la canea sui blog delle gogne mediatiche dove, imperando il livore fra anonimi cecchini, il dialogo rimane purtroppo fra sordi. A presto e ben ritrovato, Michele!

    • Michele Antonio Fino

      Caro Mario, è un piacere risentirti. CI mancherebbe altro che il non condividere fosse un problema. Anzi: credo che nelle cose umane l’importante sia argomentare al meglio. Poi ognuno si forma il convincimento e vive di conseguenza.
      D’altra parte, la lezione che ho imparato da Franc Ziliani è sempre stata che le proprie idee si sostengono senza paludamenti. Ed è ciò che faccio anche in questo caso.

      • Mario Crosta

        Devo dirti, per essere franco (con la “o”, mi raccomando…), che fin qui, in una settimana che spazio su diversi blog del vino in proposito, in nessun commento ho mai letto elogi delle parole usate da Fulvio Bressan. Mai. Anche chi ha cercato di difenderle nella sostanza, anche chi ha criticato quelli che gli hanno dato addosso come se fosse un mostro, tutti gli intervenuti le hanno giudicate malissimo. C’è da esser fieri di questa unanimità di antirazzismo di chi tutti quelli che amano bere del buon vino. Se n’è accorto pure lui. Nella decisione però di non metterlo in guida perché giudicato come uomo agli antipodi dell’etica di Slow Wine trovo due contraddizioni.
        1) Ma in tutti questi anni in cui è stato elogiato per i suoi vini, è stato visitato per valutarlo secondo l’etica che hai descritto tu, si è parlato con lui, si è letto ciò che scriveva, si sapeva perfettamente come la pensava, in che modo imbufalito e con quali espressioni anche triviali con cui attaccava politici di ogni parte (indipendentemente dal colore della pelle), come mai non lo si è giudicato prima come “crudele verso i propri simili”? I curatori delle visite in azienda e sul suo sito dormivano?
        2) Se i curatori delle visite in azienda devono tener conto dei “profili etici, che contribuiscono a delineare una produzione come buona, pulita e giusta”, mi sai dire a quale titolo sono stati giudicati “buoni, puliti e giusti” i vini dei truffatori dello scandalo Brunellopoli o degli evasori fiscali che tolgono risorse necessarie all’erario per dare pensioni decenti ai poveretti (e in questo sono criminali anch’essi, anche se perdono 6 chili in carcere per impietosire, uscire e patteggiare)?

        Ecco, Michele, cosa non mi quadra molto. Scrivi in termini molto accademici, complimenti. Io continuo a scrivere terra terra, non so fare diversamente. Ti invito a riparlarne con i due curatori, ho letto uno spiraglio nel termine “sospensione” piuttosto che “espulsione” e sono certo che valuterete meglio la gravità della decisione. Ciao e grazie!

        • Michele Antonio Fino

          Carissimo, i curatori hanno già scritto autorevolmente che non è un’espulsione (che è per sempre) quindi io mi attengo.
          Quanto a ciò che scrivi, a parte rilievi sulla proporzione tra le colpe (per me l’insulto razzista non sarà mai come l’evasione fiscale, e l’ho scritto su GG), la question è che non sono le OPINIONI di Bressan a meritare censura, ma le PAROLE.
          Non è il fatto che uno la pensi in un modo a renderlo censurabile. I pensieri non si condannano né si puniscono, se non in campo religioso. E non è questo il caso.
          Qui c’è la reazione ad un ATTO, in forma di PAROLE che costituisce un assalto alla dignità umana di una persona. Ed è questo atto a meritare una reazione da chi non lo ritiene compatibile con una routine critico-gastronomica.
          Quanto a chi si macchia di colpe enologiche o comunque altre, sono d’accordo con te che meriti una reazione altrettanto dura. E succede già così, come ha documentato lo scambio Bonilli-Gariglio (dopo le imprecisioni del primo) su GG.
          Ma sempre come reazioni a dei fatti. Perché deve essere chiaro (e ringrazio GIovanni Puglisi che mi ha fatto notare come anche nel mio pezzo non lo fosse abbastanza) che nessuno vuole coartare il pensiero altrui, ma semplicemente Slow Food ha il diritto di reagire ocn un atto uguale,simmetrico e contrario, legittimo e non violento, ad un atto di violenza verbale.

          • Mario Crosta

            La violenza verbale, dunque, è più grave dei reati (questi veri, non a parole, ma nei fatti) di truffa, evasione e associazione mafiosa? Mi spiace, Michele, ma non ci siamo proprio. In Sicilia sapevano tutti che una certa azienda vinicola era di proprietà di Provenzano fin dal 2005 attraverso un prestanome, e parlo del capo della cupola che ancora oggi, perfino dal carcere, è accusato di continuare a dirigere la mafia, eppure quest’azienda era osannata e premiata con riconoscimenti ai suoi vini, articoli, premi e citazioni, come se niente fosse. Secondo il mio parere sono proprio questi tuoi, vostri, distinguo tra una violenza fatta soltanto di parole e reati ben più gravi commessi e reiterati, che mette in cattiva luce la decisione che hanno preso i due curatori e che inficia la tua arringa a loro difesa. In Italia se si dà dello stronzo a un altro italiano non c’è nemmeno notizia, ma se si dà dello stronzo a un italo-congolese di colore si è giudicati razzisti. Ho dei dubbi su chi si erge a giudice al di fuori delle sedi competenti. Comunque, il fatto di averti ritrovato in forma smagliante dopo tanto tempo, anche se in diversità di opinioni, mi rende più fiducioso che l’approfondimento di questo tema farà riflettere meglio tutti quanti. Ciao. E grazie.

          • Sono proprio contento che Mario Crosta tiri fuori la storia di questa azienda siciliana, che compare su tutte le guide (o quasi, comunque viene abbondantemente premiata), che partecipa a Vivit e che guarda caso (ma sarà un caso) non è mai stata su Slow Wine, per scelta editoriale.

          • Mario Crosta

            Quelle della Ligresti? Quelle dei taroccatori del Brunello? Faranno parte delle prossime scelte editoriali? Sono contento anch’io che lei abbia notato il mio appunto, Gariglio, proprio perché se voi usate un’etica e altre guide ne usano un’altra, se ognuno si sente in pieno diiritto di usare la propria e di far partecipare o di escludere questo o quello, allora ha ragione Carlo Macchi, che lei ha ben letto nel suo Winesurf:
            “Io sono un giornalista enogastronomico e valuto i vini, non la condotta morale delle persone. Troppo facile ( e troppo giusto) puntare il dito su Bressan, ma ergersi al livello di giudici, escludendolo a priori vuol dire assumersi il ruolo di decidere chi è dentro e chi è fuori.
            Questo secondo quali parametri? E’ più amorale e boicottabile evadere le tasse, assumere contadini magari extracomunitari in nero, non assicurarli, acquistare cisterne di vini a destra per poi rivenderle a manca sotto falsa DOC, piantare ettari di vigneto e rivendicarli DOCG anche se sai che quell’uva non si può piantare, o dire frasi razziste? E’ meglio escludere chi dice mostruosità razziste o chi prova a comprare la tua valutazione, o ha del vino in cantina che poi, dopo controlli e sentenze, è costretto a declassare proprio perché lo aveva prima presentato in un altro modo, dichiarando il falso? E potrei continuare…
            Nessuno di noi giornalisti, anche quelli più moralisti, ha mai lanciato un boicottaggio verso chi ha avuto anche importanti condanne e quindi mi sembra se non altro inappropriato farlo adesso”.
            Parole con cui concordo in pieno.

          • Michele Antonio Fino

            Caro Mario, libero tu di preferire la versione di Macchi. Liberi noi di pensare che chi esclude i propri simili dall’umanità non può fare del vino giusto, anche se buono, anche se pulito. Non è per sempre, perché spero sempre in un ravvedimento del viticoltore Bressan.

          • Mario Crosta

            Pienamente d’accordo, Michele. Abbiamo fatto tante battaglie insieme, su posizioni coincidenti, non sarà un’opinione differente su come rispondere a quelle parole di Fulvio Bressan a farcelo dimenticare e a impedirne altre. Se speri, vuol dire che hai elementi per farlo e questo è quello che auspichiamo davvero tutti.

          • Michele Antonio Fino

            Mario, dov’è che ho scritto che la violenza verbale è più grave dei reati? No, giusto per capire, perché davvero mi pare tu abbia preso lucciole per lanterne, in proposito.
            E continui quando equipari “sporca scimmia negra” a “dare dello stronzo”. Un peccato era un dialogo, in apparenza, ma temo che tu invece ti esprima a tesi.
            Sempre lieto dell’occasione e fiducioso che rivedrai quest’ultimo tuo, a mio avviso, fuori bersaglio di molto.

          • Mario Crosta

            Non ho affermato che l’hai scritto, ho messo il punto interrogativo, mi sembra evidente che era una domanda, Michele. Non ho nemmeno equiparato quelle parole riprovevoli per il 100% dei commentatori di vino, me compreso, a null’altro. Ho semplicemente affermato un’altra cosa e cioè che basta un niente (da parte di chiunque si erga a giudice ma non lo è) per etichettare di razzismo qualcuno. Mi spiace perfino di occupare anche fin troppo lo spazio di questa discussione. Non ho la pretesa di convincerti che hai sbagliato. Ti ho solo detto la mia opinione e non ho la pretesa che sia la migliore. Già ci sono altri giornalisti del vino che ti risponderanno, perché sai benissimo che la posizione di Slow Wine non è condivisa fra chi scrive di vino ed è giusto lasciare spazio anche a loro, se vorranno farlo qui oppure nei loro blog. Del resto, sei stimato, come Gariglio e Giavedoni, sia da me sia da loro, ma è proprio con chi si stima che si può discutere, quindi si deve.

          • Michele Antonio Fino

            “Sporca scimmia negra”, caro Mario, è un bel po’ più di un niente…

          • Mario Crosta

            Anche negra mantenuta di merda, se è per quello! Sono insulti da querela, se la Kyenge vorrà presentarla. Ormai noi ci siamo spiegati. Non c’è bisogno d’altro. Ti lascio alle risposte che t’impegneranno in modo più consistente con Franco (con la “o”, ricorda…) e con gli altri scrittori e critici di vino. Ciao!

  • Gennaro De Gregorio

    Quanta superficialità da un professore che afferma. “La società si fonda sull’accettazione della comune appartenenza al genere umano” che significa? Perchè allora dire che la società si fonda sull’accettazione della comune appartenenza alla famiglia degli ominidi(HOMINIDAE) oppure all’ordine dei primati? Quale società è fondata su quel principio? Sono ben altre le ragioni che portano l’uomo ad identificarsi o meno con una società e non le sue superficiali considerazioni. E poi scusi, chi autorizza chi, a stabilire quale debba essere il principio su cui si debba basare una convivenza tra individui? E chi stabilisce cosa sia e cosa non sia nella storia? Lei ha la palla di vetro?

    • Michele Antonio Fino

      Gentile signore, può non condividere, ma l’accusa di superficialità è, a mio avviso, fuori luogo. Per una cursoria disamina di come l’humanitas si sia affermata quale fondamento della società e del diritto che la regola, le consiglio Principi del diritto occidentale di Umberto Vincenti.

      • Gennaro De Gregorio

        Infatti non condivido, ma questo è un dettaglio marginale ciò che più conta è che è la sua rappresentazione di ciò che ci rende esseri(animali?) sociali ad essere realmente antistorica. L’appartenere o meno ad un genere o ad una famiglia, non ha mai costituito una discriminante per il sorgere delle civiltà, quali che siano, anzi semmai è proprio nella ricerca di una specificità che l’uomo ha costruito gran parte del suo successo in termini evolutivi e sociali. Non le farò uno sterile elenco di queste vicende; ne intendo discutere delle basi del diritto occidentale, le basti l’osservazione che anche quest’ultimo, sia una costruzione sociale, ed in quanto tale soggetta alle stesse mutevoli regole. Riguardo al significato generale dell’articolo, debbo purtroppo constatare come, iniziative pur lodevolissime, quali quella di slow food, e che si dicono portatrici di un messaggio inteso alla salvaguardare queste specificità, si pieghino a quelle stesse logiche, globaliste ed universalistiche, proprie del mercato; quindi di ciò che di queste “diversità” rappresenta la nemesi. A mio modo di vedere, rivendicare la propria “specificità” non significa essere -contro-, significa, e pensavo significasse anche per voi, essere a favore della varietà, l’unico aspetto che può garantire un futuro a quella ricchezza che si cerca di difendere. Avevo capito male, pazienza ma almeno non siate ipocriti.

        • Michele Antonio Fino

          È evidente che vede un sacco di cose che non ci sono in slow food ebin questo articolo, mentre forse non trova quella che avrebbe voluto leggere. Capita. Potrà senz’altro trovare altrove i contenuti che preferisce, senza bisogno di accusare di ipocrisia in modo, ancora una volta, modo he mi appare infondato.

  • Adriano Anglani

    Come si fa ad esprimere un apprezzamento che vada al di là, ma molto al di là, del banale “mi piace” che Facebook ci mette a disposizione???
    Dopo questo articolo chi ancora continua a cercare giustificazioni o a mettere in mezzo distinguo di vario genere o non ha capito nulla della filosofia di Slow Food (e del conseguenziale modo in cui si arriva alla stesura di una scheda) o sta dalla parte di Bressan…….. l’uomo, non il produttore.
    P.S.
    Non rappresento Slow Food, ma ne faccio parte, con gioia e partecipazione.
    P.P.S.
    SLOWINE ha come sottotitolo, IN RIGOROSO ORDINE DI IMPORTANZA, “Storie di Vita, Vigne e Vini”, praticamente l’ultima cosa che interessa, delle tre, sono i Vini mentre la prima sono le Persone.

  • Alessandro Cesca

    Scelta da condividere senza “se” e senza “ma”.

  • Franco Ziliani

    in attesa di dire la mia sulle parole, come sempre intelligenti, del mio amico Michele A. Fino, sempre più saggio e professorale, e salutando en passant Mario Crosta, che vedo continua a seguirmi e la cosa mi fa particolarmente piacere, segnalo che questo dibattito che qui, su Vino al vino, sulla Gazzetta gastronomica di Bonilli, su Puntarella rossa, non su altri blog che non voglio nemmeno nominare, si é sempre svolto in termini civili, prende una svolta singolare. Sulle pagine milanesi del Corriere della Sera Bonili ed io veniamo definiti “revisionisti subliminali” – link
    http://mangiare.milano.corriere.it/2013/09/05/laffaire-bressan-e-il-revisionismo-subliminale/
    La qual cosa mi dà parecchio fastidio, per la sua clamorosa assurdità, e la rimando al mittente. Revisionista, e di nessun tipo, non sono affatto.

    • Michele Antonio Fino

      Caro Franco, non abbiamo sempre avuto punti di vista convergenti, ma va da sè che leggere le tue controargomentazioni sarà un piacere a prescindere, posto che abbiamo sempre fatto a meno del proselitismo reciproco.
      I signori che etichettano un tanto al chilo non li abbiamo mai molto degnati, consiglierei di continuare.

  • Roberto Burdese

    Premesso che mi ritrovo nelle parole di Michele Fino (che ringrazio molto per i diversi contributi che ha portato alla discussione) e premesso che non voglio convincere chi non condivide la nostra scelta a darci ragione a tutti i costi, aggiungo qualche ulteriore elemento.
    Prima di tutto la responsabilità della decisione non è solo dei curatori ma in questo caso (unico caso sinora per le scelte operate in 4 edizioni di Slow Wine) c’entro pure io. Che rappresento l’associazione ma qui ho agito senza interpellarla.
    Ciò detto, questo calcare la mano sull’etica, il parlare di “pericoloso precedente”, il riferimento di alcuni a una scelta politica, mi pare non tengano conto di un fondamentale, peraltro citato anche da Fino. Slow Food è multirazziale e multietnica, nel senso che di decine di etnie e razze diverse sono i nostri soci, attivisti e dirigenti. Siamo persino stati invitati al Palazzo di Vetro dell’ONU a parlare all’assemblea dei popoli indigeni per questa nostra peculiarità. Slow Food ha nella diversità (delle razze animali, delle specie vegetali, dei prodotti e – sopra tutto – degli individui) non un generico punto riferimento tra i tanti, bensì uno dei suoi valori fondanti e cardine (diritto al piacere per tutti, tutela della diversità, educazione: questi sono i tre pilastri maestri della nostra casa). Il razzismo abbatte uno di questi pilastri e pertanto è incompatibile per definizione con qualsiasi nostro lavoro.
    Non raccontare (“storie di vita, vigne e vini”: Slow Wine è un insieme di racconti scelti, piuttosto che una carta dei vini) un produttore che dichiara il proprio razzismo nella pubblica piazza, scatenando reazioni che superano i confini nazionali, diventa per noi quasi automatico. Poi, certo, trattandosi di una prima volta non è stato automatico, ne abbiamo parlato, abbiamo compreso che il nostro gesto avrebbe generato reazioni. Credo però che molti, tra quanti hanno discusso la nostra scelta, non abbiano fino in fondo coscienza di questa profonda anima di Slow Food, che viene lacerata da questa vicenda.
    Dove sta il salto di qualità tra il Bressan che conoscevamo già bene prima per le sue idee e recensivamo e il Bressan di oggi? Nell’escalation di interventi comparsi sul profilo Facebook (peraltro nato da pochissimo) che oggi è appunto una pubblica piazza e porta questa vicenda in tutto il mondo. Imponendo a noi una scelta che va oltre il suo protagonista e riguarda invece l’episodio.
    Questa è anche etica, è anche l’etica di Slow Food, se volete. Ma non siamo noi a passare al setaccio le vite altrui: per come ho vissuto personalmente questa brutta vicenda, è Bressan che con le sue dichiarazioni si è chiamato fuori dal nostro consesso. La decadenza è automatica e immediata, per mutuare dalla cronaca politica. Le sue dichiarazioni dal mio punto di vista sono come una lettera indirizzata alla redazione con su scritto: “Cari curatori di Slow Wine, dato che voi fate la guida di una associazione che predica valori che non condivido e che combatto, non voglio più essere recensito”.

    • Mario Crosta

      Sig. Burdese, dal suo punto di vista una lettera del genere “Cari curatori di Slow Wine, dato che voi fate la guida di una associazione che predica valori che non condivido e che combatto, non voglio più essere recensito” non vedrebbe tra i firmatari, per esempio, anche i taroccatori del Brunello e i Ligresti?

      • Roberto Burdese

        Non è la stessa cosa, lo ha scritto Michele Fino nei suoi diversi interventi e ho provato a spiegarlo qui sopra, rispetto ai pilastri di Slow Food. Forse sbaglio, forse l’intensità con cui vivo il senso di ciò che ci ha insegnato Terra Madre mi condiziona eccessivamente. Infatti ne parleremo, con calma, sia con i collaboratori della guida che con il gruppo dirigente dell’associazione. Rimango però convinto che se non avessimo fatto nulla avremmo commesso un errore molto più grave di quello che – eventualmente – abbiamo commesso con questa decisione

        • Mario Crosta

          Sì, è importante parlarne con calma, “slow” di nome, di fatto e di programma.

    • Franco Ziliani

      caro Burdese, impeccabile la sua risposta. Ma come ho detto credo che abbiate creato un pericoloso precedente con questa scelta ovviamente condivisa anche dai vertici di Slow Food.

      E spero che, una volta pubblicata la nuova edizione della guida, ai lettori non possa capitare di verificare che avete usato, per vari motivi, due pesi e due misure. Se una valutazione etica deve essere alla base della decisione di inserire in guida o no un’azienda e un produttore, che allora valga per tutti, non solo per lo sporco, brutto e cattivo e indifendibile Fulvio Bressan.

      • Roberto Burdese

        Se il punto è analizzare la nuova guida per cercare incongruenza, allora ne potrebbero venire fuori tante quante sono le schede. Ogni singolo lettore, secondo la propria etica e morale, potrebbe avere qualcosa da ridire: ma così facendo si porrebbe a un piano più basso di quello in cui oggi idealmente ci ha collocato. Invece non è questo il punto e non è nemmeno lo sporco brutto e cattivo Bressan. Il punto è il fatto in sé, questo pubblico e plateale attacco razzista e ciò che rappresenta per quello che oggi è la mia associazione. Proviamo a dirla in questo modo: Slow Food è un gioco, con alcune regole ben chiare e definite (sopra ho elencato le tre fondamentali). Se qualcuno non rispetta la regola non può giocare con me, altrimenti tutti gli altri giocatori non capiscono e forse smettono di giocare. Io, per il ruolo che ricopro attualmente, devo fare l’arbitro e devo decidere. Se tengo dentro il giocatore che non rispetta la regola tutti gli altri saranno scontenti. Se faccio bene l’arbitro, lui becca il cartellino rosso (e qualche compagno di squadra si arrabbia anche se il fallo è plateale) e gli altri continuano a giocare. Quello di essere razzista è – per noi – un fallo grave: ci sono falli più gravi e falli meno gravi e l’arbitro non usa l’etica ma le regole che gli hanno chiesto di studiare e far rispettare. Io, assieme ai curatori, ho agito in questa logica.

  • Antonio D’Antonio

    Qualcuno ha scritto che un semplice <> non sarebbe sufficiente, io invece penso di sì, perchè chi ha aderito a Slow Food non condivide solo gli aspetti tecnici del cibo, ma una stile di vita con principi universali ai quali non si può rinunciare, per cui ogni parola aggiunta a quanto scritto da Michele Fino è in più. Su certi principi non si discute, o di qua o di là. Sulla qualità dei vini tutto quello che vi pare.
    Antonio D’Antoni

  • Giulio Gemma

    Quando compro una guida, mi fido dei giudizi oggettivi sui vini della suddetta guida. Delle vicende personali del vignaiolo, non me ne può fregar di meno. Preferisco un vino buono prodotto da un vignaiolo che tradisce la moglie a un vino cattivo prodotto da un vignaiolo che non si perde una Messa. Non mi interessa che idee politiche abbia, e nemmeno se è un burlone o è un musone. Se Slow Food ha deciso di perseguire una strada politica, in cui la scelta dei vini da recensire avviene per affinità ideologica, smetterò di comprare Slow Wine e non rinnoverò la tessera Slow Food. E consiglierò agli amici di fare altrettanto, in quanto credo che ciò che conta nel vino siano le sue qualità, e non l’appartenenza all’ideologia del politicamente corretto.

    • Michele Antonio Fino

      LIberissimo di considerare il tradimento coniugale o l’assenza a messa equivalente al razzismo.
      Altrettanto liberi gli altri, però di non farlo e agire di conseguenza. E’ esattamente la prima delle quattro ragioni che a mio avviso sono buone.

    • Antonio D’Antonio

      Non si tratta di <>, ma di principi che dovrebbero appartenere a tutti e non sono nè di destra, nè di sinistra, ma dell’Umanità nella sua completezza. Esiste la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo nella quale dovremmo riconoscerci tutti. Il vino mi piace, ma credo che aderire ad un’Associazione solo per il vino senza condividere determinati principi universali sia una motivazione un po’ <>

  • Annibale Ciuck

    Bravi Slow Winers… Scelta più che coraggiosa, direi coerente… Lo dice uno che se vede in carta i vini di BRESSAN li acquista, perché folli, intriganti, fuori dagli schemi, in linea con quel abbondare di anarchia e pazzia che ha sempre qualificato il produttore del Collio prima che svelasse agli occhi ingenui dei suoi bevitori il suo essere un inqualificabile razzista o – per usare sue parole – un vero “abitante del Collio” (senza offese per i tanti produttori del Collio a suo tempo offesi dallo stesso B.)

    Da oggi i suoi vini saranno per me sicuramente meno buoni

  • Fabrizio Scarpato

    Insultare una persona, una donna, per il colore della sua pelle non è esprimere un’opinione: è un atto violento. E tanto basterebbe. Ma il vino? Che colpa ne ha il vino? Molti lo hanno tirato per la giacchetta, lo hanno chiamato a testimoniare, lo hanno usato.
    Sono state usate parole animalesche, istinti primordiali, come di chi non sa governare e capire le proprie emozioni, di chi pensa che amare sia possedere o peggio violentare, che non condividere equivalga a eliminare. L’educazione consente di dare un nome agli istinti e alle emozioni, la cultura permette di comprendere ciò che ci accade e trasformare le emozioni in sentimenti, con curiosità, con apertura mentale. La contaminazione è un aspetto della cultura. Vengono in mente le parole sprezzanti di Salvini nei confronti dei nuovi senatori a vita, viene in mente Tremonti per il quale con la cultura non si mangia, viene in mente Bressan per il quale pagare le tasse è una sorta di partita di giro, circoscritta al proprio orto, al proprio mondo, dimentico del senso di comunità, in una sorta di visione museale della tradizione, senza conoscenza, senza diversità. I libri, le persone, la musica, la scienza consentono di di tracciare il legame tra emozioni istintive e sentimenti. Anche il vino è cultura, l’abusato termine “territorio-terroir” vorrebbe significare questo aspetto: storie di uomini in un bicchiere, uomini che sanno guardare lontano, che si mettono alla prova, che accettano la contaminazione nei luoghi in cui vivono e operano, facendone tesoro. Forse attraverso la cultura, il vino diventa sentimento, conquista una sua anima. Per parafrasare un’altra frase inflazionatissima, la vita è troppo breve per bere vini senza sentimento, senza anima.

  • Max

    Ma c è qualcosa che slow Wine ritiene più grave di un post razzista su Facebook?
    Vedo che per qualsiasi esempio riportato da altri utenti la risposta è sempre uguale: ” Ma come si fa a paragonare questo col razzismo?”
    Omicidio pedofilia stupro associazione mafiosa strage possono reggere il confronto con questo, beninteso, deprecabile e infimo post?
    Dico questo perché sono strasicuro che, cercando bene fra i social network, si potrebbero trovare altri produttori che indirizzano i loro strali verso altri esponenti politici e non, definendoli allegramente pedofili, mafiosi augurando loro e ai loro più stretti familiari una morte lenta e dolorosa, la santa inquisizione slowfoodiana che farebbe in caso di altri temibilissimi messaggi di questo tenore?
    Vi propongo un libro nero, uno slow black in cui inserire costoro che, a quanto pare trasmettono le loro perversioni ai loro vini che diventano improvvisamente brutti sporchi e cattivi,.
    Forse che se Bressan stava zitto i suoi vini erano più buoni?
    Forse che se diceva Berlusconi nanerottolo mafioso e pedofilo muori tu e tuoi figli i suoi vini acquistavano finezza eprofondità?
    Forse che se diceva Letta andresti stuprato con un cuneo di legno e poi infoibato come facevano gli eroici titini era una mera opinione politica certo colorita,ma non punibile con l esclusione in quanto non riportava considerazioni sulla carnagione del suddetto, in verità, fastidiosamente palliduccia?
    Ovviamente liberissimi i curatori di non recensire il razzista Bressan, e ci mancherebbe, liberissimi tutti noi che compriamo la guida di aspettarci oltre alla recensione dei vini anche una scheda che ci illustra, oltre all uso dei lieviti selezionati e alla conduzione più o meno pulita buona e giusta del vigneto, le opinioni politiche, morali, le tendenze sessuali, e lo stato civile dei produttori, in modo da poter scegliere un vino a 360 gradi, sia mai che bevendo un vino di un produttore cornuto mia moglie possa avere l istinto di cornificare il sottoscritto.
    Buon pomeriggio Max.

  • Mario Crosta

    Caro Michele, ci ho riflettuto ancora. Il problema di fondo della posizione di Slow Wine e tua è che alla base dell’etica cui fate riferimento c’è la tesi che Fulvio Bressan sia razzista, anche se lui stesso lo ha sempre negato. A dare del razzista a Fulvio Bressan si fa in fretta, se si guarda alla pesantezza dell’insulto (che condanno senza riserve) e capisco che tu, che sei Professore Associato di Fondamenti del Diritto Europeo dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, si vede chiaramente che condividi la sentenza della V sezione della Corte di Cassazione, nr. 11590 del 25 marzo 2010, che ha stabilito, bontà sua, che se un italiano dà del “negro di mer..” a un immigrato nero commette un grave reato con l’aggravante razzista, mentre se un immigrato nero dice ”italiano di mer..” a un cittadino del nostro bel Paese fa solo una constatazione discutibile, ma senza commettere alcun reato, nè di fatto ingiuriare nessuno. I parrucconi del Palazzaccio, a Roma, hanno sostenuto che il cittadino italiano apparterrebbe alla classe dominante, per cui non si avvilisce quando viene insultato da un immigrato, in quanto lo domina dall’alto della sua cultura e della sua potenza economica (sic!), mentre un immigrato nero nell’insulto si sente frustrato e discriminato con il rischio di naufragare nella presa di coscienza della sua fragile condizione di emarginato e diseredato. Quindi il cittadino italiano che lo insulta è razzista, mentre non lo è è l’immigrato nero che insulta il cittadino italiano.
    Mi piacerebbe chiederti, caro Michele, chi giudichi razzista tra la congolese Kapya Kyenge, ovvero la sorella del Ministro della (dis)integrazione, e quell’albanese che la stessa ha insultato come “putt… slava” e pestato di brutto qualche mese fa (cosa tenuta sotto silenzio fino a pochi giorni fa), procurandole 5 giorni di prognosi. Chi tra le due ha insultato l’altra in modo razzista? Secondo la farneticante logica della Corte di Cassazione, bisogna necessariamente stabilire chi è dominante e chi è succube tra le due. Ti rammento che dare della slava a un’albanese equivale a dare dell’araba ad una persiana o a una turca. Nella migliore delle ipotesi, se queste sono persone ragionevoli, di mentalità aperta, colte, civili e comprensive allora si limiteranno a sputare in faccia a chi le insulta, altrimenti si rischia di diventare vittime di più pesanti vie di fatto, non escluse unghiate sul volto o stilettate all’addome e al costato. Insomma, nella circostanza che riguarda la sorella del ministro Kyenge, dare della “putt…” slava a un’albanese è un’ingiuria molto più grave che non rispondere “negra di mer…” alla congolese, dato che l’albanese in questione è un’anonima extracomunitaria, mentre l’altra è sorella per parte di padre di un potente ministro della Repubblica, dunque non c’è dubbio nello stabilire chi delle due è dominante. Però nel capo d’accusa contro Kapya Kyenge è stata omessa l’aggravante razzista, che strano! Invece secondo l’etica di Slow per Fulvio Bressan ci vorrebbe (uso il condizionale perché non mi risulta invece ancora un capo d’accusa contro il produttore friulano in proposito). Due pesi e due misure? Chi è di destra è razzista, chi è di sinistra o parente di
    un ministro di sinistra invece no? Ciao.

    • Michele Antonio Fino

      Carissimo, il razzismo è sentimento che con ora la maggioranza o la classe dominante, laddove c’è, perché è una degenerazione del pensiero, odioso ma non criminale, di chi crede che gli altri gli siano inferiori. Va da sé che una minoranza razzista si autoesclude e per questo il suo atteggiamento è abitualmente giudicato meno grave.
      Io penso che la sorella della Kyenge abbia dimostrato che il razzismo è un problema globale, il cui germe alberga in tutti o quasi. E questo mi rafforza nella convinzione che lotta debba essere intransigente e senza quartiere.
      Peraltro, l’ho subito scritto su Facebook a proposito della sorella di cui vergognarsi.
      Bressan ha fatto un’affermazione razzista: se non la ritratta, come spero, è un razzista.

      • Mario Crosta

        Su Facebook, in braccio alla CIA, non posso seguirti. non ci sono né ci sarò mai. Qui, dove lo spazio è sicuramente libero (e di questo ve ne rendo merito), invece si. Il razzismo, come ha dimostrato la sorella della Kyenge ministro, è un problema anche all’interno della sua famiglia, della cultura e dell’educazione in cui anche il ministro è cresciuta. Cominciano già a capirlo anche i parlamentari della maggioranza che la sostiene, parlando di inadeguatezza della persona rispetto alla carica, esattamente come alcuni tesserati di Slow Food hanno preso le distanze dalla posizione dei curatori di Slow Wine che tu difendi, eppure sono anche loro sicuramente antirazzisti come te e come me. La lotta intransigente e senza quartiere contro il razzismo è un’altra cosa e concordo con Carlo Macchi che “non si combatte il razzismo a questo modo. Ci possiamo e dobbiamo indignare, possiamo puntare il dito con forza ma, se la legge è uguale per tutti anche i vini, per noi giornalisti, devono essere tutti uguali prima di essere degustati. Non possiamo iniziare a trovare motivi etici contro questo o quel produttore perché la cosa ci porterebbe troppo lontano, in un terreno difficile e minato che non è il nostro. Se è giusto non rispettare Bressan per quanto ha detto non credo sia giusto non rispettare i suoi vini, che niente hanno a che vedere col suo razzismo”. Mi sembra che Carlo Macchi in Slow Food abbia significato e significhi qualcosa. Correnti?

        • Michele Antonio Fino

          Carissimo, francamente non mi pare che si possa continuare proficuamente. O ripeti quello che scrivo o citi autorevoli opinioni che sono libere di considerare razzista e decidere se e come cbattere esattamente come lo è slow food, esattamente e come spiego nella prima buona ragione.

          • Mario Crosta

            Ti credevo più aperto ai contributi di chi non la pensa come te ed eventualmente alle discussioni. Fa niente. Conta di più quel che ha scritto Burdese e cioè “Infatti ne parleremo, con calma, sia con i collaboratori della guida che con il gruppo dirigente dell’associazione”. Vai tranquillo, non ti scoccio più.

          • Michele Antonio Fino

            No Mario, qui nessuno scoccia o si scoccia. Semplicemente ci sono quattro vuote ragioni esposte. Per continuare proficuamente vanno confutate. Altrimenti, se alle mie ragioni contrapponi il giudizio di Macchi secondo cui non si fa così, scusa, ma io dove lo trovo un argomento da confutare per procedere nel dialogo?
            Macchi, lo ripeto volentieri, come Bonilli, Ziliani e mille altri possono avere opinioni diametralmente opposte alle mie. Ma non è che questo richiede da parte mia una riga di più di quanto ho già scritto nell’articolo.
            Ciao!

          • Michele Antonio Fino

            Buone, non certo vuote ragioni.

          • Mario Crosta

            A confutare sono buoni i polemici. Io di polemiche non ne cerco. Mai. Non ha senso, soprattutto in questo caso dove mi sembra che tutto il mondo del vino e degli appassionati di vino che commentano sui vari blog sia unanime nella condanna delle parole di Bressan, lui stesso l’avrà ben capito. Mi preme invece aggiungere opinioni diverse dalle tue sulla posizione che avete preso. Così quando ne parlerete ne potrete, se vorrete, tenerne conto.

          • Michele Antonio Fino

            Allora ho male interpretato, me me scuso e invito senz’altro a continuare nell’aggiungere ogni ulteriore punto do vista che ti appaia utile nel senso che hai precisato.
            Buona domenica.

          • Mario Crosta

            Adesso sì che sei proprio tu, Michele! Quella buona volta che ci incontreremo, chissà che strage di buone bottiglie! E ci faremo portare a casa in carriola…
            Buon lavoro a te e agli altri di Slow Food.

      • Piero R.

        Faccio notare che Bressan ha chiesto scusa per le parole da lui utilizzate in maniera pubblica nel suo profilo facebook in data 24 agosto! e se non erro, ha chiesto scusa anche in un’intervista ad un quotidiano, solo che ora non ricordo l’articolo..

  • Piero R.

    Guardate che Bressan gli insulti utilizzati li ha ritrattati pochi giorni dopo, bastava leggere la sua pagina facebook…

    • Michele Antonio Fino

      Abbiamo letto ebquelle parole, a mio avviso, non rappresentano una ritrattazione, nè le doverose scuse senza condizioni alla persona offesa, né il sintomo del ravvedimento che infatti non solo a me sembra proprio che sia di là da venire sebbene lo auspichi.
      Sarebbe in ogni caso auspicabile commentare con nome e cognome e magari senza pensare che gli altri siano negligenti o in malafede quando scrivono.

  • diego

    tutto ok, ma per favore mi confermate che se un altro produttore definisse Alfano un eunuco, politicamente parlando, e farcisse quest’affermazione di considerazioni poco lusinghiere sulle sue origini siciliane, generalizzandole ai siciliani tutti, prendereste gli stessi provvedimenti. Si tratterebbe di insulti razzisti ad un Ministro della Repubblica, esattamente come nel caso in oggetto. Grazie in anticipo per un’onesta risposta scritta.

    • Roberto Burdese

      Capiamoci su una cosa: a noi non interessa il fatto che si sia insultato un Ministro e non interessa il fatto che il Ministro sia del PD. A noi interessa il fatto che oggi il razzismo è un gravissimo problema, in un’epoca in cui dovremo convivere sempre più con migrazioni di massa. A noi interessa il fatto che in molti Paesi di origine dei migranti siamo presenti con il nostro lavoro, i nostri progetti, le nostre comunità e tocchiamo con mano quotidianamente alcune delle cause delle migrazioni forzate. I pastori etiopi che saranno a Cheese tra qualche giorno possono ad esempio raccontare delle terre che sono state loro rubate a causa del land grabbing, che non è un hobby degli africani ma una pratica del mondo ricco (talvolta finanziata con i nostri soldi, a nostra “insaputa”). L’insulto che ci ha fatto muovere è l’accostamento di una persona nera a una scimmia e a un gorilla, l’idea che i poveri Cristi cacciati dalla loro terra e arrivati per miracolo sin nel nostro Paese debbano essere rinchiusi in un campo di concentramento, la violenza delle parole contro chi – dopo aver visto quella situazione – propone un trattamento umano. Non sarebbe cambiato nulla se a dire quelle cose fosse stato un Ministro di colore e di destra. E non sarebbe cambiato nulla se la violenza verbale fosse esplosa senza riferimenti alcuni ad un Ministro.

    • diego

      Chi ha parlato di insulti razzisti a un Ministro della Repubblica è stato Gianfranco Gariglio, come presumo tu abbia letto. In ogni caso, possiamo tralasciare la carica. Il punto sul quale non mi hai risposto sono gli insulti razzisti : sono sempre non solo deplorevoli ma penalmente rilevanti. Dunque analogo trattamento anche nei confronti di chi li dovesse esprimere nei confronti di altri Italiani o di Israeliani, giusto per fare esempi purtroppo reali e frequenti ?

      • Roberto Burdese

        Giancarlo Gariglio ha parlato degli insulti al Ministro perché quello è stato l’episodio “definitivo” in tutta la vicenda di cui stiamo parlando. Ciò detto gli insulti razzisti sono sempre deplorevoli e meritano lo stesso trattamento ma ciò che intendevo dire in precedenza è che qui non è solo (e non è tanto) questione di insulti razzisti: è questione di atteggiamento verso un’umanità debole, fragile, sconfitta, umiliata, depredata, che avrebbe bisogno di una mano tesa e non del suo esatto contrario. Un “semplice” insulto razzista a qualsiasi altro soggetto (sia esso siciliano o piemontese) oggi non porta con sé anche tutto quel fardello. Fino agli anni ’70 da noi in Piemonte a essere trattati come bestie erano tanti migranti del nostro meridione; prima era toccato ai piemontesi in Argentina, negli Stati Uniti, in Australia; oggi quel trattamento (e anche peggio) lo riserviamo ai poveri cristi che fuggono da guerre e miserie d’Africa e…dintorni

  • Alberto Tricolore

    Perche’ qui non appare il mio commento? Riprovo,affermando che la scelta di Slowine e’ apprezzabile, dignitosa ,giustissima considerando anche gli impegni di Sow food in Paesi poveri e spesso sfruttati dall’occidente ricco,furbetto ed ipocrita. Tra l’altro il linguaggio usato, lo stesso che vergognosamente alcuni insulsi pseudo-uomini e pseudo -politici in camicia verde utilizzano, e’ proprio fuori dal mond, fuori della grazia di Dio. Solo un’ignorantissimo, che ignora la realta’ , puo’ essere cosi, questo modo di pensare’ arrogante e razzista da considerare alternativo e senza peli sulla lingua.,

  • Mario Crosta

    Wojciech Bonkowski: http://bonkowski.me/en/2013/09/11/bressan-affair-journalist-boycott-wrong/
    Chi sa l’inglese può ben capire che il curatore della Polish Wine Guide considera un errore la posizione di Slow Wine. E i razzisti in divisa nazista hanno fatto fuori 6.000.000 di Polacchi nei campi di sterminio durante l’ultima guerra mondiale, vale a dire 1 terzo della popolazione polacca che allora contava 18.000.000 di abitanti. Il razzismo in quel Paese del Baltico è sentito in modo molto forte.

    • La popolazione della Polonia nel 1938 era di 35 milioni. Tanto per precisione. Non c’entra nulla il fatto che io sia polacco; anche in Polonia esiste il problema del razzismo (come esisteva nel 1938). Nel mio articolo parlo puramente della responsabilità del giornalista. Un saluto a tutti.

      • Mario Crosta

        Grazie della precisione, Wojtek: allora i razzisti in divisa nazista sterminarono 1 polacco su 6 anziché 1 su 3. Anche uccidere 1 sol uomo è un crimine, figurarsi 6 milioni. Nel tuo articolo parli della responsabilità del giornalista e infatti concordo con te quando scrivi, nel titolo del post che hai dedicato alla vicenda Bressan “The Bressan Affair: journalist boycott is wrong” nonché con le tuea frasi “SlowWine issued a poignant argumentation of its civic responsibilities to the community making it impossible to talk about Bressan in their guide. But honestly I just don’t get that distinction between “civic” and “non-civic” wine books ans I fail to see the thin red line between journalist and critic. “Wine journalists or critics are not there to judge the morality of producers. It would be a dead end”. La mia opinione è identica. La decisione di Slow Wine non ha tenuto conto di questa responsabilità e per me è snagliata. Esattamente come sbagliato (wrong, come nel tuo titolo) è il boicottaggio. Ciao! A presto sul tuo blog.

        • Roberto Burdese

          Giusto per la precisione (come diceva Massimo Buscemi ai tempi d’oro di Quelli che il calcio) la nostra guida non è fatta da giornalisti ma da attivisti e volontari di un’associazione

          • Mario Crosta

            Sono sempre stato interista…
            Dovevo immaginarmelo, infatti non c’è più Franco Ziliani, che è pubblicista.

          • Roberto Burdese

            Beh, qualche giornalista c’è tra i collaboratori. E pure qualche interista. Gli stessi curatori sono a tutti gli effetti considerati giornalisti. Lo spirito però che “domina” è quello di una guida fatta da…appassionati bevitori, uniti – oltre che dalla passione per il vino – dall’appartenenza all’associazione

          • Mario Crosta

            Allora per quanto riguarda i giornalisti e quelli considerati giornalisti, l’opinione mia è la stessa di Bonkowski, Ziliani, Carlo Macchi (Slow Food Toscana, le dice niente?), Petrini eccetera e cioè che la vostra decisione è un errore.

          • Roberto Burdese

            Questo l’avevo capito già da un pò…
            Ci aggiunga pure Bonilli