Friuli Venezia Giulia: un quadro vitivinicolo che sta radicalmente cambiando

Potrete incontrare i responsabili delle aziende segnalate qui sotto, e assaggiare i loro vini, durante la presentazione di Slow Wine 2018, prevista sabato 14 ottobre a Montecatini Terme.

Per informazioni e prenotazioni sulla grande degustazione, e sulle offerte di accoglienza, prevista a Montecatini clicca qui.

 

Le visite alle aziende e le degustazioni condotte in regione – intendendo con ciò non solo il Friuli Venezia Giulia ma anche la Primoska, ovvero il territorio sloveno confinante composto dai quattro distretti vitivinicoli: Brda, Vipavska Dolina, Kras e Slovenska Istra – ci hanno dato parecchi spunti di riflessione.

Il primo è la semplice constatazione della qualità complessiva dei vini dell’annata 2016, in cui non è possibile fare generalizzazioni vista la difformità di comportamento delle principali varietà coltivate: in generale si è comportato bene il friulano, non così invece sauvignon e chardonnay.

L’altra riflessione è più complessa, e necessariamente ne introduce altre ancora: ci siamo accorti di quanto stia cambiando, negli ultimi tempi, il colore dei vini friulani.

Non ne facciamo una questione cromatico-enologica – prima andavano i famosi “bianchi carta” oggi invece si privilegiano tinte più gialle e dorate; prima i vini rossi erano scuri e neri ora invece si va più cauti nell’estrazione delle sostanze coloranti – ma piuttosto una considerazione su come sta mutando la mappa enografica della regione, che ha conosciuto negli ultimi due decenni un cambiamento che sorprende per dinamica e velocità: aldilà dell’immagine storica “Friuli = terra di vini bianchi”, la realtà oggi dice che ormai più dell’80% della superficie vitata regionale è dedicata alle uve a bacca bianca, mentre le rosse sono diventate residuali.

Una situazione sorprendente se si considera che solo 15 anni fa in Friuli c’era un sostanziale equilibrio tra uve bianche e rosse; e andando ancora più indietro nel tempo – negli anni Ottanta e Novanta – si registrava in regione addirittura una prevalenza delle uve a bacca scura e conseguentemente dei vini rossi.

Ad articolare ancora di più il quadro cromatico sono poi arrivati, già da qualche tempo, gli orange wines (che noi però preferiamo chiamare vini macerati, in quanto prodotti con macerazioni più o meno lunghe delle uve bianche) che nei numeri tra poco contenderanno ai rossi il posto di seconda tipologia assaggiata: su questi c’è da annotare che mai come quest’anno abbiamo rilevato una crescita decisa di qualità, con vini impeccabili esenti da tante imperfezioni del passato, segno che la non facile tecnica della macerazione sulle bucce sta maturando positivamente nel dna di molti vignaioli friulani e sloveni.

Ma in fondo la trasformazione più profonda del tessuto produttivo regionale (in questo caso i territori sloveni sono quasi esenti) è generata dalla distesa di glera – atta a diventare Prosecco – che ha invaso, e continua in maniera inarrestabile a invadere, le campagne del Basso Friuli. Questo ha comportato un altro sensibile cambiamento delle tipologie dei vini friulani: se solo 10 anni fa si contavano sulle dita di una mano le etichette di buone “bollicine” prodotte in regione – la storica Ribolla Gialla di Collavini, il Brut di Dorigo e le prime etichette di Pittaro – oggi invece almeno il 25% del vino prodotto in Friuli è frizzante o spumante.

Una cosa che non si era mai vista, una rivoluzione che sovverte ogni tradizione vinicola, che cambia sostanzialmente l’immagine e la realtà della regione: siamo dubbiosi verso quale direzione…

E ora le etichette segnalate con un riconoscimento in Slow Wine 2018.

 

VINO SLOW

Brda Malvazija 2012, Klinec

Brda Rebula 2013, Kabaj

Collio Bianco 2016, Edi Keber

Collio Friulano 2012, La Castellada

Collio Friulano Clivi Brazan 2015, I Clivi

FCO Bianco Sacrisassi 2015, Le Due Terre

FCO Chardonnay 2015, Meroi

FCO Chardonnay Ronco Pitotti 2015, Vignai da Duline

FCO Friulano Ris. 2015, Ronco Severo

FCO Riesling AT 2014, Aquila del Torre

FCO Sauvignon Peri 2016, Ronco del Gnemiz

Gredič 2016, Movia

Kai 2013, Evangelos Paraschos

Ograde 2015, Skerk

Reddo 2015, Burja

Ri-né Blanc 2015, Simon di Brazzan

Ribolla 2009, Gravner

Ribolla Gialla 2013, Damijan Podversic

Teran 2015, Marko Fon

Vipavska Dolina Rebula 2015, Guerila

Vis Uvae 2013, Il Carpino

Vitovska 2014, Skerlj

Vitovska 2015, Stemberger

Vitovska Kamen 2015, Zidarich

 

GRANDE VINO

Bianco Bezga Lune 2015, Milič

Brežanka 2013, Rado Kocjančič

Carso Malvasia Dileo 2016, Castelvecchio

Collio Bianco 2016, Colle Duga

Collio Friulano 2016, Franco Toros

Collio Friulano Rolat 2016, Dario Raccaro

Collio Sauvignon Selezione 2015, Ronchi Rò

Dut´Un 2014, Vie di Romans

FCO Chardonnay S. Elena 2015, Petrussa

FCO Friulano 2016, Pizzulin

FCO Friulano Vigne Cinquant’anni 2015, Le Vigne di Zamò

FCO Sauvignon Zuc di Volpe 2016, Volpe Pasini

Pinot Noir Opoka 2013, Marjan Simčič

Vintage Tunina 2015, Jermann

Vipavska Dolina Bela Planta 2015, Štokelj

 

VINO QUOTIDIANO

FCO Cabernet Franc 2016, Flavio Pontoni

FCO Friulano 2016, Marinig

FCO Friulano 2016, Visintini

FCO Friulano 2016, Zorzettig

Friuli Annia Friulano 2016, Bortolusso

Friuli Aquileia Malvasia 2016, Mulino delle Tolle

Friuli Aquileia Pinot Bianco Poc ma Bon 2016, Tarlao

Friuli Friulano Toh! 2016, Di Lenardo

Friuli Grave Sauvignon 2016, Vistorta

Friuli Isonzo Friulano Corte Marie 2016, Thomas Kitzmüller

 

 

 

  • gp

    Finalmente un elenco ordinato per denominazione, che fino a prova contraria è quello che conta, e non per nome del produttore come nei giorni scorsi (ivi incluso il nome di battesimo…)!
    Dettaglio: tra i vini quotidiani c’è un “Friuli” e basta, ma credo manchi qualcosa (tipo “Grave”) dato che non mi risulta esista la Doc Friuli. Vero è che il produttore (Di Lenardo) sul suo sito in lingua inglese attribuisce il Toh! alla Doc Friuli, ma dovrebbe trattarsi di una svista.

    • Fabio Giavedoni

      L’elenco è ordinato per ordine alfabetico dei vini. Dalla vendemmia 2016 c’è la possibilità di usare la nuova Doc Friuli (e basta, senza altri nomi geografici aggiuntivi), come ha fatto appunto Di Lenardo.