Saint Vincent 2016 in Borgogna. Nella terra dei grandi vini, affascinati da un bicchierino di Ratafià

20160122_103132Sono davvero molte le cose che mi attraggono verso la Borgogna e che da più di vent’anni finiscono inesorabilmente per farmi impigliare in questa rete. Risulta ormai difficile dire quello che vado cercando qui. L’eleganza, la classicità, il mare infinito di queste vigne, la vertigine della tradizione. Ovviamente la religione del pinot nero, certo, per non dire dello chardonnay (che poi da queste parti sono semplicemente il vino), ma non di meno la trama fratturata dei calcari, meravigliosa, che emerge dai bordi delle “combes”, e che mi richiama quella, più colorata e appariscente, del tetto dell’Hospices a Beaune.

Poi c’è la gente. Ci sono i vignaioli di Borgogna, protagonisti assoluti dell’enologia mondiale, che maneggiano molto spesso bottiglie commoventi (in tanti casi anche nel prezzo). Grazie all’amico fraterno Federico Staderini, il mio Virgilio, riuscì nel 2003 a coronare il sogno di conoscere il grande maestro Henri Jayer ad uno dei “rencontres” organizzati in suo onore e a cui partecipava (e partecipa) da sempre la bravissima Elisabetta Fagiuoli di Montenidoli.

Indescrivibili le emozioni, ricordo per tutte che un pomeriggio (“uno” per modo di dire, era il 13 di marzo) andammo alla cantina di Philippe Charlopin, a sentire in anteprima l’interminabile sequela dei grand cru del 2001, muovendosi sul suo gigantesco fuoristrada. Accanto a lui Leonard Zind-Humbrecht, l’alsaziano, mentre dietro, modestamente, io me ne stavo tra Henri Jayer e Aubert de Villaine. Tornato a casa, nel mio piccolo bar tra i monti dell’Appennino, a chi avrei potuto spiegarlo? Che stavo, come dire, tra Pelé, Di Stefano e Maradona?

IMG-20160122-WA0005Ma proprio la cosa che allora cominciavo a capire, invece, era di tutt’altro segno. E cioè che a tutto quello sfavillare di vini (aprimmo di tutto in quei tre giorni, compresi un Romanée St-Vivant del ’99 e un Cros Parantoux del ‘98) non corrispondeva il protagonismo di coloro che per me erano miti viventi. Il mito che emergeva, invece, e come tale quasi venerato, quello si, come in una continua rivelazione, era quello della vigna. O meglio di quella precisa, irripetibile, vigna. Loro, i grandi personaggi, si limitavano ad officiare quel solenne rito laico vivendo il tutto sottotraccia o, come più efficacemente usano dire gli anglosassoni, in un perfetto understatement.

Le fortune, che pure continuavano e continuano ad accumulare, paiono non scalfire questo modo di essere. Il grande ventre della Côte assorbe tutto questo senza turbamenti. Era già così, un tempo, e resterà così nei giorni a venire. Cadranno uomini e cose, tutto andrà stratificandosi in questa meravigliosa, infinita tradizione e resterà, sola, la vigna.

20160122_112228Quest’anno, con Federico, siamo tornati quassù capitando per caso (ma esistono, i casi intendo dire, nella vita?) in un momento particolare. La mattina del 22 gennaio, di buon’ora, lasciamo l’automobile poco fuori da Vosne, la vera perla della Côte. La giornata è freddissima, a terra una micidiale velatura di ghiaccio (il “verreglace”), ci fa pattinare lungo la Rue de Grands Crus. Andiamo in pellegrinaggio verso i nostri posti, i soliti. La Tache, dopo Les Gaudichots, poi ancora la Grande Rue, la Romanée-Conti, il Richebourg e rimiriamo, da sotto, il Cros Parantoux che fu di Henri.

La nebbia, congelata, ha cristallizzato le viti in un continuo ricamo, in un finissimo merletto di ghiaccio. Sotto la croce della Romanée-Conti, come in qualunque momento di ogni stagione, c’è sempre qualcuno arrivato da chissà dove. Rientriamo verso il villaggio che fa davvero freddo. Una signora, semplice e cordiale, ci saluta e le pare naturale invitarci verso una specie di festa, ma non capiamo bene dove. Sulla piazza della chiesa, mentre il prete esce col sacrestano e con il paramento rosso sottobraccio, realizziamo che oggi è il giorno di Saint Vincent, che sarebbe riduttivo indicare come il patrono dei vignaioli, e di li a poco capiremo il perché.

La gente si indirizza dentro un cortile mentre restano indietro, con noi, altre due persone e realizzo che una di queste è il proprietario della vigna più famosa al mondo. Cappello, sciarpa grigia, giubbotto di campagna in stoffa verde, pantaloni e scarpe demodé (poteva essere vestito così anche nel 1966, e questo pensiero mi entusiasma). Gli stringo, spontaneamente, la mano, e non certo per quello che possiede. Ma non è lui la star dentro il cortile e sotto il tendone bianco che ci ospita. Qui ora è pieno di vignaioli (salutiamo Bruno Clavelier che abbiamo visitato la sera precedente), di gente comune, di zie (come le chiama Federico) che magari con l’affitto dei duemila metri di un premier cru, ereditati dal babbo, invecchiano serene, senza problemi di soldi.

20160122_111840Poi, soprattutto, c’è la statua in legno di Saint Vincent, un giovane semplice, dall’aria dimessa malgrado la veste bianca e d’oro. Più di un santo ha l’aspetto di un umile potatore, ma di Vosne-Romanée (il cui gonfalone troneggia dietro la statua) perché, in terra di cru, ogni villaggio ha il suo Saint Vincent che porta in spalla in devota processione. Siamo solo noi due, estranei, finiti qui dall’altrove. Questa non è una cosa per turisti, qui sta andando in scena la Borgogna profonda.

Sulle tovaglie bianche e rosse compaiono cesti con dolci di ogni sorta, biscotti, ciambelle, roba che ognuno ha portato da casa. Da qualche parte saltano fuori preziosi, piccoli bicchieri. Sono per un semplice aligoté, qualche cremant e per uno straordinario, elegantissimo, ratafià, dal colore rosa brillante. Un bicchierino sublime, il cui fascino, per me, proveniva dalla poesia di Paolo Conte. Ritorno indietro di quarant’anni, quando da bambino, al paese dei nonni boscaioli tra le foreste del Casentino a settecento metri di quota, si festeggiavano i Santi Vito e Modesto.

Quel sentore di casa, di tradizione, quel bel sapore (diciamolo pure) di stantio, lo avevo quasi dimenticato. Come l’umanità, propria di questa gente che ti saluta col sorriso dell’anima. Faccio ora due parole con Aubert de Villaine, gli ricordo di quando l’ho conosciuto e di quanto abbia rappresentato per me tutta quella roba li. Gli chiedo dell’ultima vendemmia, del clima e poi non è il caso di andare oltre. Federico si è perso tra le zie, Aubert si mischia, semplice patriarca, tra i suoi, quelli di sempre. Protagonismo che soccombe con naturalezza al fluire della vita che soverchia.

Dobbiamo andare e ci incamminiamo dietro una famigliola, lungo una stretta via del borgo. Il bimbo dà la mano alla madre e alla nonna. Il nonno è appena più discosto, in mano gli ondeggia un cestino di vimini con i pochi biscotti rimasti. Al collo porta un foulard blu e giallo, lo stesso che ghermisce il nipote, del quale va palesemente fiero. Il quadro è sublime, il pudore mi consiglia di non fermarlo in un fotogramma.

Finché resterai così, Borgogna, non mancherò di bere ancora mille volte alla tua fonte.

 

Vincenzo Tommasi è un vignaiolo. La sua azienda si chiama Podere della Civettaja, si trova in Casentino, sull’Appennino toscano. La sua passione è il pinot nero.

 

 

  • fabio

    Splendida narrazione. Grazie Vincenzo.

  • Mi associo ai complimenti di Fabio. Questo pezzo è semplicemente perfetto. Di quelli che leggi tutto d’un fiato e non vorresti finisse mai. Grazie e Vincenzo per avercelo regalato. Davvero di cuore.

  • Sara Mencattini

    Ricordavo bene la capacità descrittiva di Vincenzo.. Il potere, non di tutti, di proiettarti dentro una realtà con odori, profumi, sensazioni, immagini.. Un po’ come quando bevi il suo vino..

  • Carlo Rol

    L’articolo è bellissimo e scritto molto bene (perfino in forma corretta, senza i consueti strafalcioni che caratterizzano il 90% dei testi pubblicati in Internet: cose d’antan come il ratafià e la gente di Borgogna)

  • Gastronomia Fratelli Manzini

    SI, veramente un bell’articolo, viene voglia di partire immediatamente.