Basta un po’ di tartarico e il Brunello 2011 va giù. Così parlò Walter Speller

In anteprima sulle anteprime, qualche giornalista è riuscito a degustare i vini di alcune delle principali denominazioni toscane che per il resto della stampa mondiale si terranno a metà Febbraio in giro per la Toscana.

Tra loro Walter Speller che scrive per il sito (link) fondato dall’inglese Jancis Robinson. Il portale MontalcinoNews (link) ha chiesto a Speller di riportare le proprie impressioni sul Brunello 2011 e il Brunello Riserva 2010.

 

 

In sintesi:

A – Impossibile paragonare la 2011 con la 2010, se vogliamo giocare allora piuttosto meglio pensare alla 2009. Vini di buona gradevolezze ma con scarso potenziale evolutivo.

B – Con sereno pragmatismo inglese Speller evidenzia un abuso di acido tartarico per la vendemmia 2011. Non che ci sia niente di male, dice il degustatore, piuttosto le aggiunte sono state fatte nel momento sbagliato.

C – La vendemmia 2010 ha raggiunto vette qualitative eccelse, il Brunello di Montalcino Riserva 2010 ne percorrerà la stessa strada ma ci vorrà tempo, ora è troppo presto.

Il mio pensiero.

A – Sono d’accordo è impossibile paragonare una vendemmia con un’altra. Anzi è nella diversità delle vendemmie che si amplifica il fascino di ogni nuovo incontro con il vino.

B – Sono meno sereno di Speller. Non ho ancora assaggiato la 2011 ma, per quanto mi riguarda, aggiungere tartarico (ammesso che sia stato fatto) significa cercare un equilibrio che le uve non hanno ottenuto. Pur sapendo che l’acido tartarico è già presente nell’uva e bla e bla, non riesco a capire perché si debba intervenire sulle caratteristiche di una vendemmia. Che ciò sia stato fatto con il miglior chimico o a badilate cambia poco nell’aspetto fondamentale della questione che è quello di assaggiare il frutto integro di una vendemmia. Qui si apre il campo a infinite questioni di come e quanto si debba intervenire sui mosti. Resta il fatto che qualsiasi intervento sul mosto teso a omologarne l’espressione a norme degustative, imposte da qualsivoglia interesse economico, significa opprimere la comprensione profonda della materia enologica che nel suo fine più avvincente deve educare alla conoscenza e alla diversità espressiva.

C – Come abbiamo scritto in Slow Wine 2016 (intro alla Toscana, pag. 557) generalizzare è sbagliato. In alcuni casi la vendemmia 2010 ha regalato la quintessenza del sangiovese in purezza: vini austeri e fini con infiniti dettagli aromatici. Ma l’impressione è che vi sia ancora “… sotto traccia un eccesso di interpretazione enologica che appare ridondante in annate così potenzialmente equilibrate“. Sul fatto che la Riserva 2010 sia indietro vado a fiducia, ma allora perché siete così ansiosi di assaggiarla per primi?

 

 

  • Giulio Carli

    Sembra che della 2010 a Montalcino si debba per forza parlarne bene. Io ho trovato vini già pronti e molto maturi. Soltanto pochissimi produttori hanno saputo cogliere la grandezza dell’annata. Le riserve me le aspetto ancora più pronte (tranne forse il gruppetto di produttori che ha lavorato già molto bene con i Brunello annata), forse alleggerite da certe morbidezze, ma già godibili.

  • Paolo Marchi

    Con tutto il rispetto le considerazioni giornalistiche sulle pratiche enologiche spesso supposte mi lasciano sempre un po’ perplesso.