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Slow Fish - Le poisson bon, propre et juste
 

La pesca rischia di affondare


28/02/12

Occhi azzurri, il viso che sembra scolpito nel legno, mani forti e fisico massiccio. Torben Ranthe, 39 anni, da Bornholm, Danimarca, ha sangue vichingo nelle vene. A bordo della sua barca sistema gli attrezzi, e mentre scruta il mare grigio dell’inverno baltico sembra proprio uno di quegli antichi esploratori, un po’ commercianti un po’ pira­ ti, che salpavano dai fiordi sulle loro navi da guerra alla conquista di nuove terre. Torben, invece, è un pescatore e con la sua barca non è mai andato troppo lontano. Al massimo qualche miglio verso la Russia, a cercar salmoni. Quando rientra dalla pesca, qualche bell’esemplare lo riserva per Henning Jensen, che vive non lontano da lui, ad Aarsda­ le, e ha uno dei quattro affumicatoi rimasti sull’isola.


Come la maggior parte dei piccoli pescatori danesi Torben non se la passa troppo bene. Studiava da meccanico, ma la passione per il mare lo portava ogni estate, durante le va­ canze, a imbarcarsi su qualche peschereccio. Finché nel 1995 si è comprato una barca tutta sua, 12 metri. Viveva bene, tanto da immagi­ narsi un futuro e metter su famiglia. Poi le co­ se sono cambiate. Quello che era un mestiere della tradizione, che per secoli ha mantenuto generazioni intere, è diventato un lavoro che non dà più da vivere. Perché nel mare c’è sem­ pre meno pesce, perché i prezzi sul mercato sono crollati e perché in Danimarca, dal 2003 è in vigore una legge che sta complicando non poco la vita, e soprattutto l’economia, dei pescatori. Che cosa dice la legge? Che per risolvere il problema della scarsità di stock ittici bisogna ridurre la flotta. Meno pesce, meno barche, insomma. Il problema, però, non si è risolto. E allora è stato introdotto un sistema di quote, per regolamentare le quan­ tità di pescato.

 

La storia di Torben ci riguarda perché potreb­ be diventare la storia di tutti i piccoli pescatori d’Europa. La Commissione europea vorrebbe infatti imporre quel sistema a tutti i Paesi del­ la Comunità. L’Italia si troverebbe a fronteg­ giare gli stessi problemi che oggi affliggono Torben e compagni. Moltiplicati, però, perché nel nostro Paese le barche dedite alla pesca costiera rappresentano oltre il 50 per cento della flotta di pescherecci.


la compravendita delle concessioni


Su una cosa sono tutti d’accordo: intervenire si deve. La mancanza di adeguati controlli, l’avvento di una tecnologia che ha reso più efficaci – ma anche più d’impatto sull’am­ biente – le tecniche di cattura e l’assenza di una consapevolezza ecologica da parte della maggior parte dei pescatori hanno fatto sì che le quantità di pesce catturate abbiano progres­ sivamente superato quelle che potevano ga­ rantire la riproduzione delle riserve ittiche. Il risultato è stato devastante: l’82% degli stock del Mediterraneo e il 63% di quelli atlantici sono oggi sottoposti a uno sfruttamento ecces­ sivo, le catture sono drasticamente diminuite e il settore della pesca ha di fronte a sé un futuro quanto meno incerto.


La risposta che arriva da Bruxelles si chiama TFC System e prevede un sistema di concessio­ ni di pesca trasferibili. Significa che ciascun peschereccio avrà diritto, per una durata di 15 anni, a una percentuale della quota di pesca che spetta ogni anno ai singoli Paesi, e che ciascun pescatore potrà vendere, comprare o affittare ad altri o da altri le quote, anche in parte. Si vuole, sulla carta, garantire a tutti, in proporzione alle proprie capacità di cattura, una fetta del mercato. Ma è facile capire che il sistema di compravendita crea una sorta di privatizzazione della pesca e, soprattutto in presenza di una diminuzione della “materia prima”, nasconde un’insidia: il pescatore che si trova in difficoltà economiche perché il pe­ sce scarseggia e i prezzi sono scesi sarà spinto a vendere e le quote finiranno così nelle mani di pochi, dei proprietari dei grandi pescherec­ ci che pescano fuori dalle acque costiere, che già hanno un consistente volume di cattura (tra l’altro, con strumenti di pesca meno soste­ nibili per l’ambiente) e sono economicamente più forti. Mettendo in ginocchio, se non estro­ mettendo dal mercato, i più piccoli e creando, insomma, un oligopolio del mare.

Ocean 2012, una coalizione di organizzazio­ ni ambientaliste e associazioni della piccola pesca unite dalla volontà di fermare lo sfrut­ tamento eccessivo dei mari e mettere fine alle pratiche di cattura distruttive, insieme con associazioni come Greenpeace e Living Seas, sono mobilitate anche a livello comu­ nitario per orientare la riforma della pesca verso una politica che pensi prioritariamente alla ricostituzione degli stock ittici. «La Dani­ marca ha ridotto in maniera significativa la propria flotta, ma a spese di tanti pescatori che praticavano una pesca più sostenibile dei grandi pescherecci dove oggi si concentrano la maggior parte delle quote di pesca», affer­ma Domitilla Senni, portavoce di Ocean 2012. «Trasferire lo stesso sistema nel Mediterraneo, dove prevale la piccola pesca, potrebbe rive­ larsi un errore fatale».

 

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