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Territori al bivio

Tema trattato: Presidi


17/10/2012 - La Lunigiana, come l’Italia tutta, è un territorio al bivio: apparentemente rassegnato a non prendere in mano il proprio destino e a subire le decisioni che altri, altrove, prenderanno; ma con la possibilità di cambiare ancora il corso (in)naturale degli eventi

Ci sono piccole storie, in questa nostra povera Patria, che scaldano il cuore e regalano un po’ di speranza a chi ha voglia di continuare a lottare. Una di queste piccole storie si svolge in Lunigiana e ha come protagonisti 14 ragazzi che nella vita vorrebbero fare agricoltura e produrre cibo e 12 loro “maturi” conterranei che per tutta la vita si sono occupati di agricoltura e cibo.


La Lunigiana è un posto qualsiasi dell’Italia, nel senso che come quasi ogni angolo del nostro Paese ha una storia importante alle spalle e un futuro incerto davanti; è stata terra d’emigrazione e ancora oggi fa i conti con giovani che vogliono andarsene e anziani che non sanno a chi consegnare i saperi di una vita. In Lunigiana, come in tutto lo stivale, c’è una gastronomia ricca e un territorio di grande bellezza, definito dall’uomo nei secoli attraverso le proprie attività, agricoltura e pastorizia in primis. Ci sono però terreni incolti e abbandonati e una impermeabilizzazione dei suoli che procede imperterrita come la peggiore delle malattie. La Lunigiana, come l’Italia tutta, è un territorio al bivio: apparentemente rassegnato a non prendere in mano il proprio destino e a subire le decisioni che altri, altrove, prenderanno; ma con la possibilità di cambiare ancora il corso (in)naturale degli eventi.


Mettendo insieme tutti questi ingredienti, un gruppo di amici che da qualche anno si raccoglie attorno alla locale Condotta di Slow Food, ha fatto nascere un “corso per il recupero delle professioni agricole tradizionali”. Semplice l’idea: prendiamo i custodi dei saperi agricoli e alimentari del nostro territorio e chiediamo loro di farsi “maestri”; cerchiamo dei giovani che non vogliono scappare e sognano di mettere le mani nella terra e in pasta e chiediamo loro di essere “allievi”.


Trovare i maestri non era un problema: Alberto per la cottura nei testi, Lauro per il miele, Orazio per la vite e l’olivo, Luciano per i piccoli frutti, e tutti gli altri, erano complici del progetto sin dalla prima ora. Più complicata, all’apparenza, la ricerca degli studenti: non si volevano solo dei giovani ma si cercavano ragazzi davvero disposti ad avviare attività imprenditoriali collegate ai saperi acquisiti durante il corso.


Il buon Marco, capitano di tutto il progetto, ha condotto colloqui con decine di candidati prima di selezionare i 14 partecipanti, che hanno seguito due lezioni settimanali per ben 10 mesi, affinando strada facendo i propri obiettivi e giungendo a definire, ora che con la fine di ottobre si avvicina la conclusione del corso (i diplomi verranno consegnati loro durante il prossimo Salone del Gusto e Terra Madre, a Torino, dove avranno anche la possibilità di raccontare questa storia), il progetto su cui intendono investire la propria vita lavorativa.


E così Lorenzo e i due Mattia stanno aprendo una nuova partita iva per impegnarsi nel recupero di uliveti e terreni agricoli per la semina di grano di varietà autoctone, che sarà poi utilizzato per la produzione degli autentici testaroli pontremolesi attraverso il ripristino (già effettuato) di una cucina “nera” storica con annesso nuovo laboratorio. E produrranno anche miele, come pure Francesco, che si dedicherà anche ai piccoli frutti.


Anche Paolo, che ha già una laurea in agraria alle spalle, sta lavorando al recupero di uliveti per la produzione di olio, da abbinare alla produzione di piccoli frutti.


Miele, piccoli frutti e testaroli per Daniele, che recupera un’altra cucina “nera” storica con aggiunta di nuovo laboratorio.


Emanuele ha già iniziato i test per avviare la sua produzione di birra artigianale e a breve acquisterà un impianto professionale. Anche Alessandra e Fabrizio faranno squadra e si occuperanno di coltivare grano da varietà autoctone per produrre i testaroli in una cucina “nera” recuperata.


Speriamo che presto anche gli altri partecipanti al corso (Filippo, Paolo, Silvia, Giulia, Gregorio), che intanto studiano all’università, possano definire il loro progetto e completare il successo di questo piccolo miracolo figlio della buona volontà e dell’amore per la propria terra.


Intanto i volontari della Condotta Slow Food non si fermano: sono a caccia di terreni incolti da mettere a disposizione degli aspiranti agricoltori e dopo averne scovati alcuni tra amici e conoscenti, sembra siano andati a bussare anche alle porte della Curia…


Di Roberto Burdese


Via: ilfattoquotidiano.it


 

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