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Ea(s)t Africa - III puntata

Tema trattato: Editoriale


16/05/2012 - Da Nairobi a Kampala, un viaggio lungo la rotta dei progetti di Slow Food e Terra Madre in Africa orientale...

Dal 28 marzo al 6 aprile Carlo Petrini, presidente di Slow Food, ha intrapreso un viaggio dal Kenya all’Uganda. Un itinerario on the road che gli ha permesso, non solo di tenere alcune conferenze pubbliche e incontri nelle università dei due Paesi, ma soprattutto di visitare molte realtà locali della rete di Slow Food e Terra Madre: orti, Presìdi, comunità del cibo e alcune delle tante condotte che animano questa parte di Africa orientale. Quello che segue è un diario di viaggio a puntate, scritto da chi l’ha accompagnato lungo le strade kenyane e ugandesi e pubblicato per ringraziare le persone che ci hanno accolto e che portano orgogliosamente la bandiera della chiocciola in quei territori, ma anche per fare conoscere alcune stupende realtà Slow Food locali, mentre l'associazione si avvia verso un congresso mondiale (Torino, 25-29 ottobre) che avrà come tema principale il diritto al cibo. Ecco a voi Ea(s)t Africa III puntata


1 Aprile – Da Nakuru a Kitale


Dopo che, all'alba, parte del gruppo si concede una breve visita alla Riserva Naturale del Lago Nakuru (una delle più spettacolari, ricche di animali, grande attrattiva turistica il cui simbolo sono le migliaia di fenicotteri rosa che colorano le acque del lago) inizia il lungo trasferimento in auto a Kitale. Lungo il tragitto ci sono l’attraversamento dell’Equatore (con tanto di dimostrazione “fisica” che si era nel punto esatto: con due recipienti, l’acqua che passava da uno all’altro cambiava senso di rotazione del gorgo a seconda che fosse a destra o a sinistra della linea immaginaria), una piccola deviazione per vedere l’ufficio di Slow Food a Molo e un pranzo a Eldoret. Le strade sono dure da percorrere, molto dissestate, e la pioggia battente (ma benedetta) che inizia ad accompagnare regolarmente il gruppo, non facilita le cose. Tanti i lavori in corso, per un minimo adeguamento infrastrutturale, che ci rivelano la presenza massiccia d’imprese cinesi sul territorio, le quali vincono appalti a iosa (strade, dighe, ponti) nell’ambito di accordi con i Governi che stanno portando la Cina a essere una delle presenze straniere più importanti e invadenti in tutta l’Africa. In serata, dopo l’arrivo a Kitale, ai piedi del monte Elgon, il gruppo è ospite a Namgoi a casa della famiglia del fratello di Peter Namianya (ex-studente UNISG), Jack Wafula, entrambi grandi animatori di Slow Food in Kenya. Il loro orto familiare è un’esplosione di biodiversità locale, perfetto esempio delle potenzialità che hanno le tecniche di coltivazione sostenibili che promuoviamo con i Mille orti, in linea tra l’altro con le tradizioni gastronomiche e medicinali che ci sono state illustrate (anche grazie a una cena deliziosa) dalle donne di casa.


2 Aprile – territori Pokot1


Ultimo giorno in Kenya. Al mattino visitiamo la scuola elementare di Galip Litey, nella zona occidentale del territorio Pokot. Anche in questo caso l’accoglienza è più che festosa. Le ragazze della scuola ci danno prova della loro grande abilità nella danza e nel canto, allietando non poco la visita: l’orto “raccontato” dai ragazzi, cerimoniali ufficiali, in discorso molto appassionato di Petrini e gli assaggi dei prodotti locali. Troviamo ottimi ugali di miglio e fragranti chapati. Va detto, visto che siamo vicini al confine con l’Uganda, che questi due prodotti sono la base delle diete locali nazionali. Il primo è una specie di polenta molto gustosa, che rende meglio se realizzata con le varietà di cereali autoctone piuttosto che con il mais, il quale ha una grande diffusione ma la cui coltivazione è insostenibile visto che richiede tantissima acqua. I cambiamenti climatici e l’inadattabilità alle zone aride ne fanno una pianta che da sola non può garantire sicurezza alimentare in Kenya. Il chapati invece è chiaramente indiano, ma è entrato prepotentemente e con una diffusione totale nelle gastronomie kenyana e ugandese da molto tempo. Fu introdotto dagli indiani portati qui nel XIX secolo dai coloni inglesi per costruire la ferrovia che unisce Uganda e Kenya. Una ferrovia sottoutilizzata fino alla sua quasi completa inutilità – che il gruppo di Petrini ha infatti attraversato più volte in totale (e tranquilla) assenza di passaggi a livello – ma che ha lasciato importanti comunità di origine indiana nei due Paesi, nonché questa fortissima eredità gastronomica. A metà giornata, mentre riprende a piovere, il gruppo raggiunge Tarsoi, dove le comunità Pokot del Presidio dello yogurt con la cenere  lo accolgono nei loro costumi tradizionali tra balli e canti coinvolgenti. Lo yogurt, fatto con latte di vacca (incroci fra razze locali e zebu) o di capra è mescolato con la cenere di cromwo, un albero autoctono. Era un prodotto di grande importanza nelle comunità Pokot di pastori, perché fino a quando l’allevamento è stato molto diffuso rappresentava la principale fonte di sopravvivenza. 


2Oggi che le comunità sono in parte stanziali è diminuita la disponibilità di latte e di conseguenza anche di questo yogurt curioso ma fondamentale, che resta utile per l’autoconsumo delle comunità. Durante la festa in onore della delegazione di Slow Food, tra un succulento pranzo, dimostrazioni di produzione di yogurt e belle manifestazioni di affetto, Petrini consegna a Grace Kapserum e Ambrose Kakuko, i due pastori fermati a Parigi dall’immigrazione mentre si recavano a Bilbao a un evento internazionale finanziato dall’UE, un piccolo regalo (simbolicamente, due valigie) che certo non li ha risarciti di ciò che hanno dovuto subire in Francia, ma ha comunque riaffermato tutta la sentita vicinanza del movimento Slow Food a loro e alla loro comunità. Il viaggio continua! Seguici su questo sito, ti aspettiamo venerdì prossimo per la quarta  puntata...


Di Carlo Bogliotti e Francesco Impallomeni


Leggi la prima puntata


Leggi la seconda puntata

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